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Riforme, l’Europa non si fida di noi?
Poverina, bisogna proprio capirla

Sergio Luciano
Riforme, l’Europa non si fida di noi?Poverina, bisogna proprio capirla

Ma guarda, la riforma delle concessioni balneari non c’è, nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ma guarda, non c’è neanche la riforma degli estimi catastali. E la riforma della giustizia? C’è, c’è! Peccato che non sia - come sarebbe ovvio che fosse - severamente punitiva nei confronti della categoria che ovviamente andrebbe considerata la principale responsabile della vergognosa inefficienza e inammissibile iniquità del sistema giudiziario italiano: i magistrati.
E la riforma del fisco? Quella c’è, addirittura 7 pagine, erano 5 nella precedente stesura del piano. Peccato che la riforma del fisco non preveda in alcun modo la riforma dei controlli fiscali, che sono peggio che inefficienti e spesso disgustosi: sono profondamente e moralmente iniqui perché si concentrano sempre contro coloro che le tasse le pagano, per fargliene pagare ancora di più, e hanno da sempre forse no ma da una decina di anni rinunciato a cercare gli evasori tombali o comunque prevalenti. Perché? Perché lo Stato in Italia ha da tempo rinunciato a qualunque forma di controllo del territorio. Non lo racconta nessuno: non le fonti di centro sinistra perché negano questo devastante risultato di decenni di politica di lassismo sul fronte dell’ordine pubblico e sul fronte della repressione dei comportamenti devianti. Non lo racconta il centrodestra, dovendo affermare senza purtroppo basi autentiche che durante i suoi anni di governo, fino al 2011 e poi nel 2018-2019, i reati sono calati grazie all’azione governativa. In realtà, il controllo del territorio è rimesso di fatto alle mille mafie che lo infestano. Queste mafie sparano meno non perché qualcuno le reprima ma perché non gli interessa più sparare. E quindi il territorio resta beatamente sguarnito di controlli preventivi e azioni repressive.
Riforma del fisco, della magistratura, degli estimi, dei stabilimenti balneari: tutte impossibili. E poi, riforma delle pensioni: è un’altra materia tabu dove la Lega si ostinerà a difendere una qualche riproposizione della quota 100, inverosimile, e i sindacati si impegneranno in qualche altra battaglia di retroguardia laddove, chiaramente, il punto qualificante dovrebbe essere quello di estendere a 44 anni se non 45 il livello contributivo al quale chiunque può andare in pensione a qualsiasi età e stop. Ma non sarà così…
Resta l’incompiuta delle incompiute: la riforma della pubblica amministrazione. Qui Draghi ha parlato chiaro, non a parole ma con i fatti: ha appena affidato a 29 commissari la gestione di 57 grandi infrastrutture pubbliche che costeranno un totale di 83 miliardi.
Questo gesto dimostra la sua radicale e giustificata sfiducia nella possibilità di far funzionare bene questa pubblica amministrazione. E’ un’ammissione di impotenza. Da cui discende la decisione di affidarsi ai dei dittatori amministrativi, in grado, per legge, di saltare le procedure di un codice degli appalti che andrebbe buttato nella pattumiera e riscritto di sana pianta adottando - senza nemmeno le virgole cambiate - il codice europeo, e che sono più tutelati contro le incursione dissennate della magistratura che blocca senza coscienza il procedere dei cantieri al primo stornir di denuncia.
Ma cosa ha fatto Draghi, invece, ufficialmente, verso gli statali? Ne ha firmato il rinnovo del contratto di lavoro degli statali, con un aumento di stipendio, tra i primissimi gesti della sua amministrazione. Il che è stato un pugno alla bocca dello stomaco di tutte le categorie dipendenti del mondo privato, che rispetto agli statali nei mesi della pandemia hanno sofferto le decurtazioni reddituali connesse alla cassaintegrazione, mentre gli statali, per definizione, in cassaintegrazione non ci vanno, quindi non pagano mai pegno delle crisi economiche delle amministrazioni alla quali sono assegnati.
Anche senza rispolverare e aggiornare la misurazione del clamoroso gap di produttività che nella stramaggioranza dei casi – non sempre, ma le eccezioni confermano la regola – distingue il pubblico impiego da quello privato, naturalmente a vantaggio del pubblico impiego che lavora molto meno, gli statali sono talmente privilegiati rispetto ai dipendenti privati da far gridare all’anticostituzionalità… Sicuramente è anticostituzionale che i dipendenti privati, dopo il Jobs Act di Renzi, possano essere individualmente licenziati per motivi economici e gli statali no…
Ma allora vogliamo dire con questo che Draghi ciurla nel manico? No. Draghi è realista, e lo ha detto chiaramente in mille modi quando evoca il pragmatismo: lo fa perché le emergenze vanno gestite purché sia, rinviando a dopo la fase critica in cui si discute e si litiga sulle riforme.
Ma una cosa è sicura: le vere riforme danno fastidio ai riformati. Quando una riforma viene accetta da tutti coloro che dovrebbero subirne le conseguenze, è segno che è una riforma all’acqua di rose, una foglia di fico, una pura operazione di cosmetica. È questo che l’Europa percepisce. Ma non perché l’Europa sia meglio di noi: in Europa la burocrazia è ancora peggiore della nostra, e come si è visto anche durante la pandemia nè la Francia nè - udite udite - la Germania hanno molto da insegnarci in termini di efficienza. La vera differenza rispetto a quei popoli è il loro senso di disciplina: per cui i lander tedeschi fanno casino quanto i nostri governatori contro il governo di Berlino ma quando la Merkel ha deciso, come ha deciso, di sospendere l’autonomia amministrativa sanitaria per gestire la pandemia, pur protestando nessuno di loro si è sognato di attuare quei boicottaggi politici amministrativi e addirittura di comunicazione che invece abbiamo sempre visto emergere in Italia in situazioni analoghe.
Noi siamo e restiamo il paese dei mille campanili e delle infinite lobby locali, nazionali e trasversali che si oppongono a qualsiasi perdita di potere, privilegi e garanzie. Contro questo stato di cose occorrono le riforme della penuria e non dell’abbondanza. Il piano nazionale di ripresa e resilienza è visto da tutti come un’enorme greppia alla quale sfamarsi. E questa visione contrasta con l’atteggiamento timoroso e allarmato che dovrebbero avere i tanti che dovrebbero sentirsi minacciati dalle riforme.
 

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