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La «redenzione» arriva da Facebook

La redemption (il tasso di risposta a una campagna marketing) sul web difficilmente supera il 15%. Spinup, invece, è riuscita a portarla al 20%. Come? Sfruttando la scalabilità del traffico dei social media

Marco Scotti
La «redenzione» arriva da Facebook

È il Sacro Graal del marketing digitale: offrire ai clienti un elevato tasso di conversione o, per usare il termine corretto, aumentare la redemption. Il concetto è piuttosto semplice: come riuscire a traghettare l’utente da una normale pubblicità in rete fin sulla propria pagina, ottenendo dati e cercando di trasformarlo in cliente? Tutte le aziende del settore garantiscono di avere la formula magica, di aver trovato la ricetta perfetta. Si moltiplicano gli imbonitori in rete, tutti sono pronti a giurare su ciò che hanno di più caro. Ma poi quando si arriva ai numeri, purtroppo la solfa cambia.

Per questo bisogna dare (un po’ più di) credito a Spinup, una realtà nata nel 2017 da un’idea del napoletano Antonio Romano. Il quale è partito da un assunto molto semplice: il traffico dei social network, Facebook in particolare, è qualitativamente meno rilevante di quello dei motori di ricerca. E questo non perché cambi il pubblico di riferimento, ma perché è ovvio che se si usa come parola chiave su Google “aspirapolvere” con ogni probabilità si starà cercando un nuovo modello o un centro riparazioni, mentre sui social si entra con intenzioni diverse, dal contatto con gli amici alla curiosità di vedere le foto dei vip. Ma a differenza di Google, il traffico di Facebook è molto più scalabile. «Ho cercato – ci racconta Antonio Romano – di creare delle variabili, dei tool che permettono di mettere insieme le esigenze dei clienti anche di grandi dimensioni in modo da diventare un punto di riferimento. Ad esempio, abbiamo inventato uno strumento di videochiamata che consente di parlare con una sorta di assistente virtuale in grado di raccontare una promozione o un prodotto con la stessa interfaccia di Instagram. Il nostro obiettivo è quello di creare un dialogo tra la marca e l’utente, non accontentandoci più soltanto della landing page tradizionale».

E i numeri, come detto, sono dalla parte di Romano. La sua azienda ha fatturato 200mila euro nel 2017, 880mila nel 2018, 1,5 milioni nel 2019 e ha chiuso lo scorso bilancio intorno ai 4 milioni. Il Cagr (tasso annuo di crescita composto) è del 158%, uno dei più alti in Italia. Soprattutto, diversamente da molte start-up che, per definizione, bruciano cassa, Spinup è in attivo. Altri numeri? Un tasso di conversione intorno al 20% (ogni cinque utenti contattati, uno è pronto ad ascoltare le offerte del brand committente) contro una media del settore tra il 14 e il 15%. «Possiamo essere paragonati a Google – gongola Romano – perché gli utenti finali vengono motivati e ingaggiati: a parità di canale Facebook, se facessi atterrare gli utenti su una landing page statica e non dinamica otterrei risultati intono al 7%. Noi poniamo l’utente al centro e il risultato è un elevato livello di engagement».

Le idee per il futuro non mancano. Ad esempio c’è Amalia, una delle prossime feature che verranno aggiunte. Si tratta di una sorta di avatar a tutto schermo che segue l’utente, come se si trattasse di un assistente virtuale. In questo modo i tradizionali chatbot “evolvono” grazie all’intelligenza artificiale in una sorta di motore per fare marketing.

E, a proposito di evoluzione, un ruolo significativo l’ha giocato anche il Coronavirus, che ha modificato il comportamento digitale degli utenti. «Quello che poteva accadere in due o tre anni – conclude Romano – è successo in 7-8 mesi. È stata una sorta di darwinismo: chi è riuscito ad adattarsi al cambiamento è sopravvissuto. Nelle industry con cui collaboriamo noi c’è stato un vero boom della domanda, un’ulteriore spinta per fare meglio». E infatti gli obiettivi per quest’anno sono ancor ambiziosi: un fatturato tra i 6,5 e gli 8 milioni, magari puntando su qualche acquisizione.

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