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Se l’impresa alza la voce... dell’enciclopedia

Tra i vari canali di autopromozione inizia a figurare anche Wikipedia. Ma le regole per avere la propria pagina sulla piattaforma sono rigide. Con ben 113 amministratori pronti a intervenire in caso di violazioni

Marco Scotti
Se l’impresa alza la voce... dell’enciclopedia

Jolanda Pensa, presidente di Wikimedia Italia

«A lei verrebbe mai in mente di entrare in una stanza e dipingerla di giallo? Ecco allo stesso modo vorremmo che si comportassero gli utenti quando si avvicinano al nostro progetto. La versione in lingua italiana è tra le più conservatrici, tende a essere meno inclusiva e ad accogliere un numero minore di contenuti». Iolanda Pensa è la presidente di Wikimedia Italia, la holding che gestisce le attività di Wikipedia. Quando ci si approccia a questo sito - tra i più visitati al mondo con circa 5,7 miliardi di click a mese – diventa difficile restare neutrali. Da una parte ci sono quelli che vedono in questa enciclopedia libera sulla rete un modo eccellente per far circolare al meglio il sapere; dall’altra ci sono gli scettici, che eccepiscono sia sulla modalità con cui vengono selezionate le voci enciclopediche, sia sull’autorevolezza di compila i lemmi. Di carne al fuoco, d’altronde, ce n’è sempre molta: chi decide che cosa è giusto che venga pubblicato? Perché alcune aziende osteggiano apertamente Wikipedia? E soprattutto, si tratta di un progetto interamente no-profit o ci sono dietro interessi e finanziamenti “occulti”?

Ovviamente l’ultima domanda è solo una provocazione, anche perché la quasi totalità delle revenue di Wikipedia proviene dalle donazioni fatte in rete. E quasi tutti i collaboratori del progetto sono dei volontari, a parte quelli che si occupano degli aspetti più squisitamente tecnologici. La stessa Iolanda Pensa svolge il suo compito pro bono (nella vita fa la ricercatrice di arte africana presso un’università svizzera), così come tutto il consiglio direttivo di Wikimedia.

Intanto, com’è la “filiale” italiana dell’enciclopedia libera? È l’ottava a livello mondiale per numero di voci (con oltre 1,6 milioni di lemmi), si basa su una community di 9.516 utenti attivi, cioè che eseguono almeno cinque modifiche al mese e ha due milioni di utenti registrati. Il tutto è governato da un piccolo esercito di 113 amministratori che hanno il diritto di intervenire sulle voci anche più “spinose” e di fare in modo che non vi siano eccessi o censure. Ogni mese in Italia vengono create circa 5.000 nuove voci.

Wikipedia si basa sul lavoro dei volontari e la quasi totalità delle revenue proviene dalle donazioni fatte in rete

Per decidere se un lemma ha carattere enciclopedico bisogna, almeno in Italia, rispondere a determinati requisiti. Anche quando si tratta di imprese: le voci sulle aziende non devono essere voci pubblicitarie o propagandistiche, ma schede informative sulla storia e sull’attività di aziende di primo piano. Le voci sui marchi dovrebbero essere limitate ai marchi primari di ogni azienda: altri marchi dovrebbero essere valutati come aziende a sé stanti. «Qui da noi – sottolinea Iolanda Pensa – siamo più conservatori e tendiamo ad accogliere meno contenuti, quindi è necessario seguire delle policy. Alcuni argomenti hanno indicazioni specifiche: non devono essere esclusivamente di rilievo nazionale, è fondamentale che abbiano una dimensione internazionale. Un film deve essere stato “sentito” anche all’estero. E per le biografie la cosa è ancora più complessa: tendenzialmente preferiamo le persone che non ci sono più. Infine c’è un’attenzione particolare alle richieste di rimozione perché non tutti vogliono essere inseriti nella nostra enciclopedia. E questo vale sia per i privati sia, a maggior ragione, per le aziende».

Inizia già a svelarsi il primo problema che è a metà tra le regole di internet (le famose netiquette) e una filosofia: quanto deve essere universale l’enciclopedia? Se Diderot e D’Alembert immaginavano che tutto lo scibile umano dovesse essere racchiuso nel loro volume, oggi la messe di informazioni è tale da obbligare a una scelta. Con il rischio di qualche cortocircuito. Immaginiamo il regista premio Oscar Paolo Sorrentino il quale, prima di dirigere film con cast internazionali, ha per forza di cose esordito con una dimensione più locale. Ora, se Sorrentino non fosse Sorrentino, il suo film d’esordio non verrebbe considerato degno di far parte di Wikipedia, perché sconosciuto al di fuori dei nostri confini. Qualche tempo fa, ad esempio, la voce dedicata agli Umarell – gli anziani che guardano i cantieri – era stata cancellata dalla versione italiana dell’enciclopedia perché giudicata non universale. E questo nonostante all’estero si fossero accorti eccome di questa figura, tanto da finire sui giornali e avere – scherzi del destino – una voce sulla versione inglese di Wikipedia.

Un problema che però non sembra turbare i sonni della presidente di Wikimedia, la quale tiene a ribadire che è fondamentale capire come avvicinarsi al progetto. «Siamo una comunità di scopo, le persone devono partecipare alla nostra idea, per documentare un sapere universale, per far crescere l’enciclopedia. Per noi entrare all’interno vuol dire capirne i meccanismi. Se entri in una stanza e inizi a dipingerla di giallo, è un po’ strano, magari può anche starci bene ma non è esattamente quello che ci si aspetta. Noi vorremmo che i nostri contributor ci dessero una mano a migliorare le voci già esistenti. Le persone sono abituate ad andare su internet a parlare della loro vita, ma non è proprio così che ci si comporta».

La cosa si fa ancora più interessante quando si tratta di parlare di aziende, in un duplice senso. Prima di tutto, perché Wikipedia non accetta pubblicità e vive quasi esclusivamente di donazioni, anche molto piccole, dai due dollari in su. Lo scorso sono stati raccolti 120 milioni. L’essere senza pubblicità permette anche di evitare di dover “dar retta” a questo o quel marchio che potrebbe bussare alla porta della Wikimedia Foundation e chiedere di essere trattato con un occhio di riguardo. L’altro tema, di carattere diametralmente opposto, riguarda il copyright. Su questo Iolanda Pensa è molto netta: «Se da un lato tuteliamo scrupolosamente il diritto d’autore, dall’altro riteniamo che il concetto di pubblico dominio dovrebbe essere esente da qualsiasi tipo di diritto. Molte opere dovrebbero essere libere, e invece si è esteso il concetto di tutela per favorire aziende come la Disney. Infuria una battaglia sul diritto d’autore perché, a nostro avviso, passati 70 anni dalla morte tutte le opere dovrebbero essere libere. Ovvio che va valorizzato chi ha scritto o ha prodotto un quadro, ma questo non può diventare un ostacolo alla libera circolazione della conoscenza».

A vent’anni dalla nascita, Wikipedia oggi ha 55 milioni di voci in 300 lingue diverse. Il sito italiano è l’ottavo nel mondo

In effetti, la vicenda è davvero difficile da sciogliere quando si rapporta a delle istituzioni museali che vengono gestite come aziende, con bilanci da far quadrare (e magari anche profitti da raggiungere) che non sono disposte a far circolare liberamente le immagini delle opere custodite. Tra l’altro, uno studio sul Guardian ha mostrato una diretta correlazione tra le voci più efficaci realizzate su Wikipedia e il numero di pernottamenti nei comuni di cui si parla. Dunque, maggiore è il contributo iconografico e l’approfondimento, maggiore è il beneficio per il territorio e per l’indotto a esso collegato. Per assurdo, se tutti i musei del mondo cedessero la riproduzione delle opere che custodiscono, se dovesse essere rispettato l’assioma del Guardian, vedrebbero un incremento dei fatturati. Anche ai giornalisti è rivolto un analogo invito: rilasciare la licenza su Wikipedia, per far vedere come funziona e per far circolare il sapere.

La necessità di mantenersi distanti dalle logiche aziendali si riverbera anche nella scelta dei volontari (tanti) e dei dipendenti (450 nel mondo). Soprattutto per quanto riguarda chi deve scrivere le voci. «Lo scrivere articoli – aggiunge la Pensa – è un ruolo che la comunità vuole mantenere sempre su base totalmente gratuita. Non vogliamo account istituzionali ma solo personali e i contributor che lavorano per determinate organizzazioni devono dichiararlo. Non possiamo in alcun momento tollerare operazioni di para-reputation management per cui si scrive e si elogia l’azienda per cui si lavora».

Infine, uno sguardo a chi controlla i controllori. Come detto, Wikimedia Foundation è la holding che gestisce tutti i prodotti della famiglia: Wikipedia, Wikiquote (specializzato in citazioni), il progetto di open repository Wikidata, Wikicommons per le immagini. Tutti hanno gli stessi permessi tra gli iscritti attivi, ma ci sono alcune persone (gli amministratori, 113 in Italia e circa 1.100 per la versione inglese) che hanno il potere di compiere due azioni particolari: cancellare le voci e bloccare gli utenti. «E questo – conclude Iolanda Pensa – perché se si blocca qualcuno o si cancellano dei contenuti poi è complesso tornare indietro. Il principio è quello della “reputazione”: maggiore è l’affidabilità che si è ottenuta, maggiore è il livello di coinvolgimento nel processo. E la cosa bella è che ognuno poi si può specializzare: ci sono quelli che combattono i vandalismi, quelli che scrivono molti contenuti, quelli che correggono gli errori. È una partecipazione attiva che premia le peculiarità di ciascuno». A vent’anni dalla sua nascita, Wikipedia ha oggi 55 milioni di voci in 300 lingue. Rimane il più avanzato progetto di condivisione del sapere in rete. Ma rimane ancorato – per ovvi motivi – a ingessature che ne penalizzano la fluidità. Certo, in epoca di fake news e di teorie strampalate, avercene...

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