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FINANZIARE L'IMPRESA

Tra un default e l’altro c’è (anche) la stretta europea

Quest’anno i crediti non più esigibili dalle banche saranno il 2,6%. È l’effetto delle nuove regole europee e non ancora del Covid. Per il Market Watch Npl di Banca Ifis, siamo ben lontani dalla crisi del 2013

Marina Marinetti
Tra un default e l’altro c’è (anche) la stretta europea

I numeri assoluti fanno impressione: il tasso di default quest’anno salirà al 2,6%, più del doppio rispetto al 2020, e lo stock complessivo di Npe in Italia (i crediti difficilmente esigibili) arriverà a 389 miliardi di euro. Se, invece, si mettono le cifre in prospettiva le cose cambiano. La tredicesima edizione del report Market Watch Npl di Banca Ifis (il sesto operatore sul mercato italiano, con 23,6 miliardi di euro di masse in gestione) ha tracciato un quadro tutt’altro che apocalittico: l’Npe ratio italiano (che misura il passaggio dai crediti performing a debiti) dal 2015 a oggi è sceso dal 17% al 6% e il tasso di default si mantiene a distanza di sicurezza dal picco del 4,5% registrato nel 2013.

Comunque la si guardi, l’unica cosa certa è che c’è un’industria, quella che tratta i crediti deteriorati, che continua a crescere con una percentuale di ricavi che sale del 21% di anno in anno. È un mercato vivo e dinamico pur con le sue stagionalità: ad agosto, quando i tribunali italiani sono chiusi, vive un rallentamento, mentre la gran parte delle vendite da parte delle banche avviene nell’ultimo trimestre (con transazioni perfino a Capodanno), quando si deve chiudere il bilancio e si fanno le pulizie d’inverno. E nel 2020 le “pulizie” sono state più intense del solito: secondo Banca Ifis, che tiene traccia di tutti i portafogli e delle aste, sono stati messi sul mercato 38 miliardi di euro di crediti deteriorati in sofferenza contro i 34 previsti solo tre mesi prima. Certo, qualcuno ha venduto, anticipando gli eventi. Ma anche per quanto riguarda il 2021 Banca Ifis ipotizza una crescita dei volumi fino a 40 miliardi di dismissioni Npl. E di questi, ben 30 miliardi di euro sono già in pipeline. Il Covid, però, non c’entra: il dinamismo attuale è dettato dalla nuova normativa Eba in tema di default e dal calendar provisioning, non dalla pandemia, che inizierà a vedersi nei bilanci delle banche dal 30 giugno 2021, al termine delle moratorie e a meno di nuove proroghe. I due fattori insieme fanno prevedere un rilevante incremento del deteriorato nei bilanci bancari, con nuovi flussi di Npe di poco inferiori a 80 miliardi di euro nel biennio 2021-2022. La componente imprese guiderà̀ l’aumento del tasso di deterioramento. Ma, secondo Banca Ifis non sarà nell’ordine delle crisi del passato. Quando, nel 2013, si fecero sentire l’effetto del fallimento di Lehman Brothers, prima, e la crisi del debito sovrano, il tasso di deterioramento raggiunse il picco: il 4,5%, con 71 miliardi di euro di prestiti in default, dei quali 59 alle imprese e quasi 13 alle famiglie. Ebbene, quest’anno (e il prossimo) resteremo ben lontani da quel picco: se nel 2020 siamo rimasti fermi all’1,1% (grazie all’effetto degli interventi pubblici), nel 2021 secondo Banca Ifis saliremo al 2,6% (con 37 miliardi di nuovi prestiti in default, dei quali 26 alle imprese) per raggiungere il 3% il prossimo anno (con 42 miliardi di nuovi prestiti in default, dei quali 29 alle imprese). L’altra buona notizia? È che l’Italia, rispetto agli altri Paesi europei, ha fatto bene i compiti in termini di Npe Ratio, la percentuale di crediti inesigibili su tutta la somma di crediti che una banca vanta rispetto la totalità dei suoi creditori. È vero, quel 6% (calcolato per il 2020) è comunque superiore alla media europea del 3%, ma molto vicino a quel 5% che ci chiede l’Europa. E se andiamo a guardare la differenza tra la situazione nel 2015, quando eravamo al 17%, e quella dello scorso anno, al 6% appunto, non solo abbiamo dimezzato il nostro indice, ma siamo quelli con la diminuzione più marcata. Segno che l’industria nostrana degli Npl si sta muovendo bene e non è in perdita, anzi: nonostante masse in gestione in crescita del 24% anno su anno, ha una redditività dell’8%.

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