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EDITORIALE

Giustizia, l’altro spread da combattere

5 Marzo 2021

Sergio Luciano
Giustizia, l’altro spread da combattere

Confortante la prima uscita pubblica del presidente Draghi in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario: «Evitare gli effetti paralizzanti della ‘fuga dalla firma”», ha detto, biasimando che si siano aggiunte negli anni «norme complesse, incomplete e contraddittorie e di ulteriori responsabilità anche penali». Sconfortante, però, la prima scelta concreta del governo, che ha evitato di ridiscutere l’obbrobriosa abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado per non rompere l’ultimo tabù su cui gli evaporati Cinquestelle avrebbero potuto strillare. La ragion politica ha prevalso sulla giustizia, ed è rimasta per ora in vigore l’abominio in base al quale i 45 imputati su 100 dei quali le corti d’appello riscrivono la sentenza di primo grado non potranno più contare su un tempo limite di tortura giudiziaria ma resteranno esposti alle intemperie del sistema più inefficiente d’Europa. Per quanto dovremo ancora sopportarlo simili storture?

Da “Dragofili” convinti saremmo pronti a scommettere anche sulla capacità del premier di camminare sulle acque però… “amicus Socrates, sed magis amica veritas”, cioè ci piace Draghi ma ancor di più ci piace dire la verità. E la verità, in materia di giustizia e burocrazia, è che un governo destinato, se andrà bene, a durare due anni non muoverà paglia. Si limiterà a dare una mano di bianco a qualche regola marginale, quel tanto necessario per far digerire l’inamovibile status quo al Consiglio europeo, che da tre anni invano ci esorta a riformare toghe e burosauri. E poi, chi s’è visto, s’è visto.

Contro interventi davvero incisivi sono schierati i ruderi grillini ma anche le pruderie piddine; col supporto delle due caste, potente nel sabotare quella dei burocrati, potentissima nell’interdire quella dei magistrati, che – come i leggendari marinai di Livorno – tra loro se le danno di santa ragione ma appena usciti dalla caserma sono tutti per uno. E incutono timore a tutti.

Eppure… eppure se un imprenditore globale come Giovanni Costantino (protagonista della coverstory) dichiara senza giri di parole che per lui quotarsi in Borsa significa compensare con una scelta legittimante il discredito che deriva a chiunque operi in Italia dal contesto giuridico procedimentale inaffidabile, l’allarme è chiarissimo e gravissimo. Le toghe inefficienti sono proprio un fatto di competitività di sistema. Una questione di Pil!

Eppure, per ora, è stupido sperare nei miracoli. Questo – ricordiamocelo – è un governo resosi necessario per gestire l’emergenza pandemica ed economica ma ciò non cancella un’altra ordinaria emergenza: la squalificazione deprimente di una classe politica senza né ideali né idee né preparazione e di un Paese arrugginito in tutti i suoi snodi decisionali e operativo.

S’è visto col mito squagliato della sanità. Si vede ogni giorno – ma siamo ormai assuefatti – con l’inefficienza paralitica dell’ordinaria gestione di ordine pubblico e giustizia.

L’8 dicembre del 2019 chi scrive incoraggiava e poi assisteva in Questura alla denuncia per percosse - con tanto di referto medico di ematoma all’occhio, un occhio nero da non vederci per due giorni - da parte di un cittadino senegalese con le carte in regola contro il capo del negozio in cui lavorava con un contratto “garanzia giovani” (ironia della sorte) e che lo aveva aggredito a botte. Ebbene, quindici mesi dopo di quella denuncia non s’è sentito alcun eco. Né una convocazione, nè una telefonta: niente. Il messaggio che questa magistratura e questa polizia rivolgono con simili comportamenti al Paese è: la rissa in luogo pubblico è un comportamento sostanzialmente depenalizzato, sopportate.

Nei Paesi civili non funziona così. C’è uno spread tra quei Paesi e l’Italia. Un altro spread da chiudere. Riformando burocrazia e magistratura. Ma è più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago.

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