Quantcast

GESTIRE L'IMPRESA

Quei pilastri che reggono previdenza e aziende

Nella pianificazione di manager e professionisti si rende sempre più attuale il tema della pensione integrativa. Che a sua volta convoglia risorse nell'economia reale, sostenendo il sistema impresa

3 Marzo 2021

Marco Scotti

Diceva Ennio Flaiano che la situazione «è grave ma non è seria». Spiace contraddire il grande autore, ma se si parla di pensioni in Italia la situazione è grave e pure serissima. Perché il sistema non regge più granché bene (e questo è arcinoto da tempo) ma i nostri concittadini non sembrano essersene ancora accorti. Secondo un recente studio condotto da Moneyfarm, infatti, chi è andato in pensione alla fine del 2020 ha ottenuto un assegno pari al 72,5% dell’ultimo stipendio, una cifra che scende addirittura al 60% per chi si ritirerà nel 2040. Peggio ancora va agli autonomi, che passeranno dal 55,5% del 2020 al 46% del 2040. La stima degli esperti è che la media sarà di circa 1.337 euro netti, oltretutto mostrando il permanere di differenze di genere (le donne avranno tra il 17 e il 22% in meno). In tutto questo, preoccupa ancora di più il fatto che solo un quarto dei maschi lavoratori e un quinto delle femmine sotto i 40 anni abbia attivato una qualche forma di previdenza integrativa. Che potrebbe garantire – nella migliore delle ipotesi – una rendita ulteriore di 765 euro netti al mese, che permetterebbero di guardare con maggiore serenità alla vecchiaia. Ma anche qui c’è qualche errore di fondo: i giovani si iscrivono tardi, versano poco, scelgono un profilo di rischio molto basso e scelgono di riscattare tutto il capitale in un’unica soluzione. Una strategia decisamente poco premiante.

«Il tema della pensione integrativa – ci spiega il presidente di Previndai Francesco di Ciommo – è nata quando ci si è resi conto, alla fine degli anni ‘80, che la pensione garantita da Stato ed enti parastatali nel tempo non sarebbe più stata in grado di garantire un tenore di vita adeguato. Si è così compreso che “il primo pilastro” avrebbe vissuto una dinamica al ribasso della contribuzione a causa della riduzione dei compensi».

Solo un quarto dei lavoratori ha attivato una forma di previdenza integrativa. E tra le donne la quota scende a un quinto

Una situazione che si sbloccò in parte con la riforma del sistema pensionistico e l’introduzione del “secondo pilastro”, ovvero la possibilità di integrare con un’altra forma previdenziale su base volontaria. A questa formula veniva attribuito un regime fiscale di vantaggio che permette oltretutto all’iscritto di ricevere una parte del beneficio in anticipo, aderendo a quello che si chiama in termine tecnico il Rita, cioè la Rendita Integrativa Temporanea Anticipata. Infine, a questo sistema si aggiunse anche il “terzo pilastro”, che affiancava ai fondi privati per categorie di lavoratori anche quelli aperti a tutti, cioè costituti da banche, assicurazioni e sgr che consentono a chiunque di aderire, mentre del “secondo pilastro” fanno parte i fondi negoziali e preesistenti. A questa categoria appartiene anche Previndai, nato dall’accordo tra Confindustria e Federmanager. Ed è proprio il presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla, a chiarire la motivazione alla base dell’istituzione del fondo: «Previndai nasce 30 anni fa dall’intuizione delle due parti sociali di garantire all’interno del contratto di lavoro, quindi all’interno della logica della bilateralità, una forma complementare di tutela pensionistica che fosse capace di capitalizzare anni di lavoro e di contribuzione. Questo sistema è vincente da ogni punto di vista, non solo risponde alle esigenze del singolo dirigente, ma fa bene all’economia. Lo dimostra, ad esempio, la decisione di Previndai di orientare gli investimenti finanziari in modo puntuale anche verso l’economia reale, sostenendo il sistema impresa».

Si tratta di un’associazione che ha 82mila iscritti tra attivi e inattivi, tutti dirigenti industriali, con poco meno di 11mila aziende iscritte e un patrimonio – costantemente cresciuto nel tempo – che è oggi intorno ai 13 miliardi, compresi 500 milioni destinati alla cosiddetta riserva delle rendite. Di Ciommo è presidente di Previndai da luglio dello scorso anno. Il presidente ruota a cadenza triennale: in questo caso è espressione di Confindustria mentre il vicepresidente, Gianni Censi, è la “voce” di Federmanager.

Previndai ha 82mila iscritti e un patrimonio di circa 13 miliardi di euro, gestito tra comparti assicurativi e finanziari

«Nei miei sei mesi al timone dell’associazione – racconta a Economy Di Ciommo– ho notato come il sistema abbia continuato a crescere non solo per i vantaggi fiscali che sono stati messi in campo, ma anche perché la gran parte dei fondi del “secondo pilastro” hanno mostrato di gestire in maniera prudente ed efficiente i denari messi a disposizione dagli iscritti. Per altro, il comparto nel 2005 è stato coinvolto da una modifica normativa che lo ha ulteriormente aiutato a svilupparsi, sotto la rigorosa sorveglianza della Covip, la Commissione di Vigilanza sui Fondi Pensione».

Come investe Previndai i contributi dei suoi iscritti? Storicamente, esistono delle convenzioni assicurative che consentono di dare agli iscritti un prodotto che garantisce loro un minimo rendimento annuo. In questo caso ci sono due comparti: uno, istituito nel 1990, che oggi è chiuso ma che continua a versare agli iscritti un rendimento fisso. L’altro, attivato nel 2014 e che scadrà il 31 dicembre del 2023, garantisce un rendimento annuo tra il 2,3 e il 2,5% a seconda dell’andamento dei mercati. E visto quello che è successo nel 2020, con il Ftse Mib che ha comunque perso circa il 10% della sua capitalizzazione a causa della crisi originata dal Covid.

«Dei 12,5 miliardi che abbiamo complessivamente in gestione – ci spiega Di Ciommo – poco meno di 10 sono investiti nei due comparti assicurativi, che sono gestite da quattro compagnie di livello con Generali come capofila. Gli altri 2,7 miliardi sono invece nei comparti finanziari. Anche in questo caso abbiamo due prodotti: Sviluppo, che ha un profilo di rischio lievemente più alto e che ha in gestione un miliardo; Bilanciato, che detiene 1,7 miliardi».

A gestire entrambi i comparti sono tre colossi: Pimco, Eurizon e Axa. Ma l’asset allocation rimane appannaggio di Previndai, che si avvale di Blackrock come advisor. Una volta stabiliti gli indirizzi generali, la palla passa ai gestori. I quali, in un anno complicato come l’attuale, hanno garantito rendimenti interessanti. Se si prende il comparto Bilanciato, Axa ha offerto il 5,97%, Eurzion il 7,82%, Pimco il 5,83. Per lo Sviluppo: Axa 6,53%, Eurizon 7,75%, Pimco 4,98%. A fine anno i due comparti chiudono con il 6,48% di rendimento garantito (il Bilanciato) e poco meno del 7% lo Sviluppo.

«Per quanto concerne l’asset allocation – chiosa Di Ciommo – entro la primavera completeremo l’adempimento verso gli Esg in ossequio a una politica sempre più indirizzata verso gli Esg. Siamo molto attenti a questo tipo di profilo e ci impegniamo nella definizione di strategie corrette. Più in generale, il 2020 che si è appena chiuso è stato fuori dalla norma per ovvi motivi e ha garantito rendimenti particolarmente rilevanti. Ma anche gli scorsi 20 anni ci hanno permesso di ottenere tassi superiori alle medie del mercato. Va detto, inoltre, che il nostro fondo è molto ben presidiato e sicuro. In ossequio alla direttiva Iorp 2, infatti, tutti i fondi sono obbligati a implementare i controlli interni. E questo ci ha messo al riparo da perdite di valori significative o da contenziosi».

«Il tema della sostenibilità – ci racconta il vicepresidente Censi – sta diventando sempre più centrale nella nostra azione. Certo, alcuni iscritti al fondo preferiscono forse massimizzare la redditività immediata invece che guardare a un orizzonte temporale più ampio, ma si tratta di un trend che abbiamo deciso di abbracciare e sul quale non intendiamo fare passi indietro. Basta vedere un’industria enorme come l’automotive quanto stia puntando sul “green”. Inoltre, abbiamo individuato una quota del 10% da impiegare nei fondi d’investimento alternativi che si occupano di private equity e o di direct lending e, per il momento, riteniamo che sia sufficiente così».

Di Ciommo prova infine a tracciare un bilancio dei suoi primi sei mesi. Un risultato positivo che ha beneficiato della buona gestione precedente. E che oggi si sta aprendo ai Fia, i nuovi Fondi alternativi su cui il precedente cda aveva già deciso di puntare il 10% degli investimenti finanziari. «Rispetto ai 2,7 miliardi complessivi – conclude – siamo un po’ sotto alla soglia di 270 milioni, ma presto faremo una nuova selezione, concentrandoci sull’economia reale per dare una mano in più alla ripresa. C’è da dire che siamo stati fortunati perché temevamo che, a causa della pandemia, le aziende nei mesi di lockdown avrebbero cessato di versare i contributi ai dirigenti. Invece non l’hanno fatto, sicuramente anche per il blocco dei licenziamenti o per gli aiuti statali, ma va loro riconosciuto un grande merito».

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400