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GESTIRE L'IMPRESA

Piccoli gafa crescono

Saremo anche “digitalmente arretrati”, ma stiamo sfornando piccoli campioni del web che stanno erodendo le quote dei monopolisti: da Everli a Giglio Group, da Brandon a Westpole. Ecco chi sono e cosa fanno

3 Marzo 2021

Marco Scotti

C'è l’evidenza: l’Italia digitale è arretrata. La carenza di infrastrutture tecnologiche e la lentezza della rete posizionano l’Italia agli ultimi posti in Europa per competenze digitali. Il 42% della popolazione ha competenze di base, 16 punti percentuali in meno della media continentale. Un abisso insomma. Siamo maglia nera per velocità di connessione (23,18 Mbit/sec), peggio di noi fanno solo Città del Vaticano e Isole Faroer. Eppure… eppure, in mezzo a questo scenario complesso, rimangono ed anzi nascono diversi “campioni” capaci di cavalcare la sfida della trasformazione digitale, che hanno sì beneficiato dell’effetto Covid, ma che già da tempo avevano indirizzato il proprio business nella direzione più corretta.

C’è il caso di Supermercato 24 – che oggi si chiama Everli - , ad esempio, fondata nel 2014 da Enrico Pandian e oggi guidata da Federico Sargenti. L’idea è molto semplice: mandare qualcuno a fare la spesa al supermercato al posto dell’utente (che è impegnato, non può, non vuole o, in epoca di pandemia, ha paura di recarsi in un luogo così affollato). I dati confermano una crescita pazzesca, con un incremento del 208% della spesa online. Ed Everli si è rapidamente affermato come il principale marketplace in Europa. Le partnership sono ormai con tutte le principali sigle della grande distribuzione organizzata: da Coop a Esselunga, da Bennet a Conad passando per Famila, Lidl ed Eurospin.

Supermercato 24, che ora si chiama Everli, ha registrato un’impennata del 208% grazie alle partnership siglate con i marchi della gdo

Il 2019 di Everli si era chiuso con un fatturato di 30 milioni di euro, ma le previsioni per il 2020 sono di ottenere un risultato più che doppio. In sei anni, inoltre, sono stati raccolti 30 milioni e altri ne arriveranno per completare un processo di crescita internazionale che ha già coinvolto la Polonia.

Un altro trend che si è definitivamente affermato a causa della pandemia è quello dell’e-commerce, che non solo non si è mai fermato, ma ha anzi permesso a molte attività di riuscire a restare in piedi nonostante le chiusure dei negozi durante il lockdown.

Per questo motivo, perfino Poste Italiane ha iniziato a muoversi da “Gafa”, acquisendo il controllo di Sengi Express Limited: si tratta della prima acquisizione di una società estera da parte del Gruppo. L’azienda di Hong Kong “è in grado di proporre una gamma completa di servizi di gestione logistica in territorio cinese, accompagnati da un servizio di tracciatura in tempo reale di ogni singola spedizione, dall’hub in Cina fino al destinatario finale in Italia. Le società logistiche del Gruppo Poste Italiane continueranno ad essere i fornitori dei servizi logistici di riferimento di Sengi Express per l’Italia”.

L’Italia è storicamente forte nel campo del software: da cinquant’anni il paese elabora soluzioni prese a esempio nel mondo

Per accompagnare le imprese nella strategia di digitalizzazione ci sono aziende ormai  mature che hanno progressivamente irrobustito il business e colto opportunità durante la pandemia. È il caso di Brandon Group, azienda che – secondo quanto risulta a Economy – chiuderà il 2020 con un fatturato superiore ai 30 milioni. L’obiettivo dei 50 milioni, che era stato fissato per il 2022 potrebbe addirittura arrivare con un anno di anticipo. Il core business dell’azienda è quello di offrire servizi end to end di gestione di tutto il processo di vendita e post-vendita online. «A marzo dello scorso anno – ci racconta la ceo di Brandon Ilaria Tiezzi – abbiamo notato immediatamente un cambio netto di passo. Non più soltanto aziende che vogliono vendere online, ma anche grandi gruppi che per la prima volta hanno avuto necessità di trovare prodotti che erano andati esauriti. Terna, Saipem, Open Fiber si sono trovati in difficoltà a reperire i Dpi e noi ci siamo offerti per lanciare un nuovo canale di e-procurement in cui abbiamo avviato u processo accelerato per avere l’accreditamento con i grandi player».

Una delle difficoltà affrontate da Brandon è stata quella di rimodulare l’offerta sulla base della richiesta esponenziale di alcune categorie merceologiche – come i libri – e sul crollo di altre. Questi “picchi” hanno permesso di trovare nuovi sbocchi di mercato, aumentando il numero di editori in mercati internazionali ed entrando nel Nord America con risultati interessanti. Da notare, inoltre, come l’iniziale percezione che tutto sarebbe durato poco e che il Coronavirus sarebbe finito con il lockdown è stata soppiantata tra maggio e giugno dalla certezza che per vendere serviva discostarsi dalla filiera distributiva tradizionale. Senza contare il grande tema dell’invenduto e della gestione del magazzino: con il blocco delle vendite sui canali retail

«Quello che si nota – aggiunge Tiezzi – è che manca completamente la dimensione sistemica di questo processo di trasformazione. I grandi player globali, che in gergo tecnico definiamo “online sales enabler” sono dei colossi da miliardi di dollari di capitalizzazione. In Cina, ad esempio, non si può neanche essere ammessi in un marketplace se non si è accompagnati nel processo di vendita da un enabler. La nostra ambizione, ed è il motivo per cui guardiamo a una possibile Ipo, è aumentare la nostra massa critica. Siamo cresciuti, a fine 2019 siamo entrati nel programma pre-quotazione di Euronext».

C’è anche Giglio Group, quotata al segmento Star di Borsa Italiana, specializzata nella nella progettazione, realizzazione e gestione dell’e-commerce per le eccellenze del Fashion, Design, Lifestyle e, Food. Ha sede a Milano e filiali a New York, Shanghai, Hong Kong, Roma, Lugano e Genova. L’ultima operazione portata a termine è l’acquisizione di Salotto Brera-Duty Free, realtà che opera a livello nazionale ed internazionale nella distribuzione e commercializzazione di prodotti del settore fashion e food.

Ma, come detto, non ci sono soltanto aziende nate recentemente a guidare la trasformazione digitale. È il caso di Westpole, system integrator con un’esperienza quarantennale che oggi sta soprattutto aiutando le aziende a migrare sul cloud. Dopo l’ampliamento delle attività in Belgio e Lussemburgo, oggi Westpole fattura circa 90 milioni di euro. «Oggi – ci spiega il general manager dell’azienda Matteo Masera - il cloud è la logica sottostante a qualsiasi innovazione si scelga di introdurre: si parla sempre più spesso di nuovi paradigmi legati ad Intelligenza Artificiale, Machine Learning, Internet of Things, ma è molto difficile che un’azienda implementi queste tecnologie in proprio data l’elevata mole di costi fissi e competenze richieste fin dalle prime fasi di ricerca e sviluppo. Per le aziende del retail, ad esempio, il business ormai è fortemente interconnesso alla personalizzazione dell’offerta e diventa quindi decisivo poter raccogliere, raggruppare e analizzare velocemente i dati provenienti dai clienti che visitano il punto vendita (fisico o virtuale). Quello che sta succedendo oggi in gran parte delle realtà però è una proliferazione del ricorso a soluzioni di Cloud pubblico mantenendo allo stesso tempo molti dati su server propri (spesso obsoleti), creando problemi di incomunicabilità e silos informativi. La mission di Westpole è proprio quella di accompagnare le aziende verso soluzioni di cloud ibrido, in grado di orchestrare le risorse esistenti e le innovazioni messe in campo».

Infine, un settore in cui l’Italia è storicamente molto forte è quello del software. E lo è da mezzo secolo, quando, agli albori dell’information technology, abbiamo rischiato di diventare l’epicentro della trasformazione digitale. Non è successo, purtroppo, ma qualcosa è rimasto. Come Dedagroup, nata nel 2000 ma che ha nel tempo rilevato alcune eccellenze nel campo software come Piteco per la tesoreria (la carta d’identità recita 40 anni tondi) o la piattaforma Stealth dedicata alla moda Made in Italy. «Il nostro ruolo – ci spiega il presidente esecutivo Marco Podini – è tenere agganciata l’Italia ai grandi trend tecnologici, utilizzando un vantaggio competitivo che noi effettivamente deteniamo: quello di essere estremamente forti sui verticali estremamente settoriali. È ovvio che non possiamo competere in alcuni ambiti come quello dei social, ma ci sono tante piccole nicchie in cui il mercato non è monolitico. Recentemente siamo sbarcati, con successo, negli Usa con un software per l’home banking studiato appositamente per gli istituti di credito più piccoli. Con la piattaforma Stealth stiamo funzionando molto bene anche in Francia e Inghilterra. Continuiamo a crescere (il fatturato 2019 era 253 milioni, quello 2020 è dato in aumento, ndr) anche grazie alle acquisizioni. Lo scorso anno ne abbiamo completate tre e siamo già in fase avanzata per altre due che completeremo nel primo semestre del 2021». In tema di pubblica amministrazione, un capitolo enorme che deve ancora essere definitivamente affrontato, Dedagroup ha realizzato il software gestionale per la Corte dei Conti e la cosa ha funzionato talmente bene che pare che si sia ottenuto un risparmio del 40% delle risorse. Mica male, insomma.

tradizionali, le aziende hanno dovuto imparare anche a pensare con una logica diversa, con una catena distributiva più corta e minimizzando le rimanenze.

IL WEB CAMBIA LE CARTE (E NON SOLO) IN TAVOLA

Uno dei settori maggiormente messi in crisi dalla pandemia è quello della ristorazione. E anche in questo caso la digital transformation ha dato una mano al comparto e ha permesso di creare soluzioni innovative, ribaltando la filiera. Tradizionalmente nell’Ho.Re.Ca. «c’è una sorta di vincolo non scritto con i fornitori – ci spiega Michele Trotta, ceo della piattaforma online Etilika - che impongono acquisti minimi e la creazione di una carta dei vini frutto delle negoziazioni tra il ristorante e i produttori. Noi abbiamo cambiato le carte in tavola e abbiamo permesso anche ai ristoratori di fare degli acquisti in lotti piccoli da 6-12 bottiglie. Così ci siamo trovati con degli esercizi che magari facevano 2-3 ordini a settimana di dimensioni contenute per soddisfare le esigenze minime». Una strategia che funziona: i ristoratori non hanno giacenze e sono disposti a pagare qualcosa in più pur di non doversi accollare i maxi-ordini. Etilika ha un catalogo di vini italiani di livello medio-alto: la media del valore delle bottiglie è 21 euro, con un carrello medio sui 150. Nato per il b2c, oggi sta ottenendo le soddisfazioni maggiori con il b2b, tanto che il fatturato è passato dai 200mila euro del secondo semestre 2019 a 2,7 milioni del 2020. E diversamente da altri concorrenti più blasonati, è proprio l’offerta per i ristoratori a segnare un cambio di passo notevole.

Eppure in Europa siamo i più “trasformisti” proprio nel digitale

L’Italia che arranca nella transizione digitale, l’Italia che è agli ultimi posti in Europa. La retorica sfascista per cui è “tutto sbagliato, tutto da rifare” (cit. Bartali) è in realtà  riduttiva e fuorviante. Perché immaginare di migrare centinaia di milioni di posti di lavoro da una scrivania alla rete domestica ha ovviamente comportato delle difficoltà. Secondo il Digital Transformation Index di Dell Technologies nel 2020 l’85% delle aziende nostrane ha implementato strategie di digital transformation. Una cifra superiore di dieci punti rispetto alla media europea. La pubblica amministrazione ha lavorato per mesi in smart working, ma le pensioni hanno continuato a essere erogate e non si sono registrati grandi disservizi. Merito anche di alcuni “campioni” che già esistevano ma che hanno saputo sfruttare le opportunità concesse da un evento disruptive che ha fatto da spartiacque. C’è un pre e un post Coronavirus e, piaccia o meno, molti dei cambiamenti di questi mesi ci accompagneranno nel famoso “new normal”. Va detto, per amore di verità, che l’Italia non ha e non avrà mai delle aziende in stile GAFA (atroce acronimo che cela Google, Amazon, Facebook e Apple). E questo non soltanto perché manca il famoso ecosistema à la Silicon Valley, ma anche perché difficilmente il nostro capitalismo, anche europeo, avrebbe creato dei soggetti che hanno capitalizzazioni analoghe ai pil delle democrazie più avanzate (Apple, per esempio, supera l’Italia di quasi 200 miliardi). E va anche detto che quegli anni ‘60 e ‘70 in cui sembrava che le varie Olivetti che sorgevano potessero rubare la scena agli americani si sono definitivamente conclusi a causa dell’insipienza delle seconde e terze generazioni di imprenditori e a causa di acquisizioni che, ancora oggi, gridano vendetta. Ma non è più il tempo di piangersi addosso, anche perché qualcosa si muove. La trasformazione digitale è guidata allo stesso modo da vecchi e nuovi player, che hanno ormai capito come cavalcare il new normal. (M.S.)

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