Quantcast

IL GLOBALISTA

Quei paesi in via di sviluppo pronti
a entrare nel club dei grandi

La Cina - ammesso che si sia mai fermata davvero - è ripartita in quarta, introducendo il suo yuan digitale. E le economie del terzo mondo stanno scalando le classifiche dei Paesi in via sviluppo, tra risorse naturali e dumping sociale

Giuseppe Corsentino
Quei paesi in via di sviluppo pronti a entrare nel club dei grandi

Il campione globalista di questo mese è uno sconosciuto venditore di patate dolci di Suzhu, un “paesone” di 10milioni di abitanti a sud di Pechino che dal 27 dicembre ai primi di gennaio, per le feste del capodanno lunare cinese, ha sperimentato – come tutti gli altri 10mila commercianti e venditori ambulanti della città – il primo “renminbi digitale” (yuan digitale, per intenderci) messo in circolazione dalla Banca centrale per fare concorrenza – ma non solo - alle cripto-monete come il Bitcoin la cui diffusione comincia a preoccupare le autorità monetarie di Pechino. Zhao Shuai, questo il nome del nostro venditore di patate dolci, non sa nulla di criptomonete e di divise digitali, ma non si è fatto impressionare e davanti al suo banchetto ha sistemato un cartello con la scritta “e-Cny”, che è la sigla dello yuan digitale, ma senza dimenticare i loghi dei più noti Alipay e WeChatPay, le due piattaforme dei colossi Alibaba e Tencent con cui da tempo milioni e milioni di cinesi fanno shopping e regolano i loro pagamenti.

L’esperimento della prima moneta elettronica sovrana al mondo (anzi la seconda perché ad arrivare prima, a ottobre, è stata la banca centrale delle Barbados non proprio un gigante della finanza internazionale a parte qualche problemino con la finanza off-shore) si è svolto in assoluta tranquillità. Ai primi di dicembre il municipio di Suzhu, su input della banca centrale, ha lanciato una lotteria (i cinesi adorano giochi e scommesse) con in palio 20milioni di “e-yuan”, due milioni e mezzo di euro, una cifra modesta suddivisa in 100mila buste rosse da 200 yuan, buste virtuali naturalmente. Semplicissimo l’uso della busta rossa e la spendita dei 200 yuan. Con una “app” (con l’immagine di Mao filigranata, la stessa che si trova sulle banconote) su cui cliccare per generare un QR da presentare in qualsiasi negozio per la scannerizzazione e quindi pagare. Un gesto che milioni di cinesi, come si diceva prima, fanno da anni sulle app di Alipay e WeChatPay con le quali il governo è entrato da qualche tempo in rotta di collisione (come dimostrano il blocco della quotazione di Tencent, la holding di Alibaba, e l’improvviso silenzio mediatico del suo leader, Jack Ma).

Non c’è solo la Cina

Questa storia dello yuan digitale dimostra ancora una volta-che la Cina è davvero il “bulldozer dell’economia mondiale”(definizione di Le Monde). Se nel 2020, l’annus horribilis della pandemia, il pil della Cina è cresciuto solo del 2%, quest’anno le previsioni del Fondo monetario internazionale, lo danno al 7,9%, una performance che non ha paragoni con nessun altro Paese del G20. Con la conseguenza davvero storica – scrive Luke Barrs, strategist di Goldman Sachs – che tra il 2022 e il 2023 la Cina uscirà dal perimetro dei Paesi in via di sviluppo (quelli che hanno un reddito pro capite inferiore a 12.500 dollari/anno secondo la classificazione del Wto) per diventare ufficialmente un paese sviluppato. In una parola, una grande potenza che entro il 2028 – dati della Banca Mondiale - supererà gli Stati Uniti che dopo il crollo del 4% (del Pil) nel 2020 non cresceranno più del 4% nel 2021.

Ma non c’è solo la Cina sul podio della crescita post-Covid. La Banca Mondiale ne ha contati 22, tutti paesi in via di sviluppo come la Guayana (quella ex britannica, non la francese) che già nel 2020 ha registrato una crescita del pil dell’85% (si tratta di appena 6,8 miliardi di dollari, ma quel che conta è il trend) e che nel 2021 pensa di “fermarsi” al 23% grazie alla scoperta di giacimenti di petrolio di alta qualità (tutto il contrario di quello venezuelano) da cui si estrarranno 750mila barili al giorno da qui al 2040 quando la Guayana, oggi uno dei paesi più poveri del mondo, coprirà l’1% del mercato mondiale. Segue, in questa classifica dell’ottimismo globalista, il Vietnam che ha avuto solo 40 morti di Covid su 96milioni di abitanti e che quindi ha tenuto aperte le sue fabbriche (tessili soprattutto) al servizio dell’export. Cresce del 3% il Vietnam come il Sudafrica, ma un po’ meno dell’India, che metterà a segno nel 2021 un rotondo 5%. Potenza della globalizzazione.

Il nazional-sovranismo della Francia

Dopo Fincantieri, che dopo due anni non riesce ancora a chiudere l’acquisizione dei Chantiers de l’Atlantique, si replica con la possibile Opa di un colosso canadese della grande distribuzione (Couche-Tard) pronto a pagare 20 euro per azione (esborso complessivo 16miliardi) per prendersi Carrefour che negli anni ’90 sembrava un player inarrestabile (al secondo posto nel mondo dopo l’americana Walmart) e finita oggi al 14° posto (con 80 miliardi di fatturato) per una serie di errori strategici.

I canadesi di Couche-Tard hanno fatto sapere di volere una “possible transation amicale” ma il ministro dell’economia, Bruno Le Maire, li ha già bloccati: è contrario all’operazione (che, invece, potrebbe interessare agli azionisti, la famiglia Arnault del gruppo Lvmh, la famiglia Houzé-Moulin delle Galeries Lafayette, il finanziere brasiliano Abilio Diniz, che negli anni ’90 avevano acquistato le azioni Carrefour al doppio, a 40 euro) e sapete perché? Perché l’arrivo dei lontani cugini del Quebec, che hanno grandi progetti di espansione globale (grazie anche a una redditività più alta di Carrefour), mette a rischio “la souveraineté et la securité alimentaire des Français”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Economy

Caratteri rimanenti: 400