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Avanti con il nuovo proporzionale
verso l’abbraccio della Trojka nel ‘23

L’unico senso politico della sopravvivenza del governo Conte, al di là dell’impegno del premier e di ogni valutazione sui personaggi in campo, è la prospettiva della riforma elettorale proporzionalista. Che se mette d’accordo tutti i partitini e il Pd rappresenta – lo insegna la storia – l’estremo passo verso l’ingovernabilità del Paese e dunque l’autocandidatura ai rigori del famoso “vincolo esterno”.

Sergio Luciano
Avanti con il nuovo proporzionaleverso l’abbraccio della Trojka nel ‘23

Prove tecniche di proporzionale in vista del partito di Conte. E’ questo il piccolo senso politico della giornata di passione vissuta ieri alla Camera. Se l’idea passa - e passerà perché nessuno vuol votare oggi e Mattarella meno di tutti - il governo Conte bis-bis andrà avanti con un voto raffazzonato sia alla Camera che ancor più al Senato ma lavorando, in cambio, a una riforma elettorale proporzionalista e quindi studiata su misura per quasi tutti: per quel che resta dei Cinquestelle, per il nascente partito del premier, per gli orfani del Cavaliere, per i cocci dell’Udc, per gli altri partitini, per lo stesso Renzi e purtroppo anche per il Pd, che – privo di leader qual è, ma pur sempre forte e strutturato sul territorio – potrebbe giustamente presupporre un vantaggio in termini di consensi dal ritorno ad un sistema che, come quello proporzionale, sposta maggiormente il peso della campagna elettorale e del voto di scambio dal leaderismo centrale a quello territoriale dei capi di collegio.
Ovviamente il nuovo sistema terrebbe fuori la Lega e Fratelli d’Italia. Si tornerebbe al vecchio “arco costituzionale” del Pentapartito, un format che ha fatto comodo praticamente a tutti, fuorchè ai cittadini.
E dunque? Dunque allacciamo le cinture: verosimilmente così sarà. Il ritorno al proporzionale probabilmente ci sarà e significherà che nel 2023 - quando, verosimilmente, l’Unione Europea deciderà di tornare a una disciplina di bilancio più rigida - l’Italietta si ritroverà col debito pubblico oltre il 160% di un Pil cresciuto poco o niente (comunque meno dei paesi partner) e del tutto incapace di darsi politiche efficaci di rientro da quella vetta pericolosissima. Dunque, sarà Trojka, sarà cessione vera di sovranità: e dunque si chiuderà l’affascinante ma doloroso equivoco inaugurato da Ciampi e dal Ciampismo, di un’Italia davvero partner di pari rango in Europa con Paesi per tanti versi anche meno forti del nostro ma più avanti nell’identità nazionale e in certi casi anche nelle tradizioni democratiche.
Scongiurabile un simile scenario? Sulla carta sì, perché prima di dissolversi nell’indecenza del pentapartito è stato il sistema proporzionale a fare grande l’Italia e a pilotarne la ricostruzione nel Dopoguerra. Ma erano tempi e persone diverse. Oggi invece un ritorno al proporzionale pieno sarà la celebrazione, la santificazione del metodo spartitorio millimetrico che peraltro anche i leader del cosiddetto maggioritario, da Berlusconi allo stesso Renzi, hanno messo in atto quanto più hanno potuto nel corso dei loro mandati. Quindi, in pratica, lo scenario di cui sopra scongiurabile non è.
Su questo dramma torna alla mente la bellissima analisi che proprio Carlo Azeglio Ciampi faceva quando, durante il suo decisivo mandato al ministero del Tesoro, qualcuno gli faceva notare che il suo euro-entusiasmo collideva con l’apparente euro-scetticismo del suo successore al vertice della Banca d’Italia Antonio Fazio. “Fazio non è euroscettico – obiettava giustamente Ciampi – è semplicemente più giovane. Io la guerra e la dittatura le ho vissute (era del ’20, ndr), Fazio le ha sfiorate da bambino, è un’altra cosa”. Vero: chi è uscito a 25, 30 anni dalla guerra e dalla devastazione del fascismo ne portava negli occhi l’orrore e nelle vene l’idiosincrasia. Quella classe di dirigenti, usciti dalla guerra, dall’antifascismo e spesso dalla Resistenza, in quanto ex partigiani, viveva di compromessi, certo (ne è stata allegoria spassosa ma sagace l’epopea di Peppone e Don Camillo), ma non erano compromessi al ribasso, o non lo erano così tanto. E non rubava. O rubava meno.
Da quella premessa, da quella fase epica, da quella classe dirigente si è fatalmente soltanto perduto terreno, via via sempre più giù, fino ad arrivare alla classe dirigente del consociativismo intrallazzone di Tangentopoli, esplosa poi con Mani Pulite e sfociata paradossalmente nel ventennio marchiata da Berlusconi, leaderista eppure proporzionalista per il suo consensualismo paternalista oltre che del tutto inaffidabile dal punto di vista dell’etica politica.
Ma proprio Ciampi, nel suo disegno di euroentusiasta, indicava come unica strada possibile per il riscatto dell’Italia quella del “vincolo esterno”, quasi un culto, quasi un desiderio catartico di abbandonarsi a un diktat esterno che ci costringesse, costringesse l’Italia, a una disciplina politico-economica eterodiretta capace di rimetterne in carreggiata i conti, la crescita, l’efficienza, l’equità: fin dalle sue prime “Considerazioni” da governatore, Ciampi sostenne che l'Europa dovesse essere «il chiodo al quale l'Italia doveva aggrapparsi con tutte le sue forze».
Si aggrappa lo scalatore al chiodo, per procedere nella sua ascesa; ma al chiodo può anche essere attaccata la carcassa in macelleria.
Quando la Von der Leyen, con il suo ottimo italiano, incoraggiava l’Italia a reagire al virus e si schierava al fianco del nostro Paese ci faceva simpatia e ci dava conforto: ma nessuno sia, per favore, così stupido dal pensare che anche il più bonario degli europartner sia disposto a rimettere di tasca sua anche un solo centesimo per le cicale italiane.
E’ una fiducia a termine, sono regali una-tantum, quelli europei. A emergenza pandemica rientrata, tutti dovranno tornare in riga. E per una democrazia sfibrata come la nostra, tornarci con le casse vuote, il debito alle stelle e un sistema proporzionale indecisionista a reggere i destini del governo sarà impossibile.
E del resto: quando oggi la Von der Leyen e perfino il nostro ex premier Gentiloni, commissario europeo all’economia, ammoniscono che per l’Italia non basta fare il piano per i fondi del Recovery ma occorre anche riformare per esempio pubblica amministrazione e giustizia, non è che ci stanno prendendo in giro? Non è che ci vogliano sfottere?
Chiunque conosca l’Italia deve sapere che è più facile per un cammello passare per la cruna dell’ago che per il nostro Paese riformare le due caste più mefitiche, nocive e potenti del sistema. E’ come se Conte avesse detto a Renzi: “Ok, apro ai tuoi consigli, ma tu in cambio non  essere mai più arrogante”. Non una proposta vera, insomma, ma una pura provocazione. Figuriamoci col proporzionale che magnifiche riforme si faranno.
 
 

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