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O Renzi riuscirà a svegliare il Pd
o al prossimo voto sarà destra

Al prossimo voto politico, fosse pure tra due anni, il confronto sarà tra destra leghista e sinistra piddina, con i voti post-grillini in libera uscita. Vincerà chi saprà catalizzarli, rappresentando l’Italia dei “non garantiti”, dei “senza rete”, che né la sinistra può rappresentare per com’è oggi né la destra ha saputo tutelare. Ma la sinistra per ora dorme. La mossa di Renzi la sveglierà?

Sergio Luciano
Mes, Renzi: Conte lo chiedase vuole guidare l’Italia

Comunque vadano le cose martedì al Senato, la campana di Renzi – spiace dargli importanza, ma lo si deve fare per mancanza di altre “importanze”, nel quadro politico attuale – suona per il Pd. Suona per il Pd ancora più che per Conte. L’ectoplasma della scena politica è il Pd, il partito (teoricamente) guida della sinistra italiana, l’erede di quel Partito comunista italiano creato 100 anni fa – il 21 gennaio del 1921 – che è rimasto, dopo la sconfitta di Renzi al suo referendum suicida, un gorilla nella nebbia. E che senza un recupero di identità politica e di iniziativa, trasferirà senza colpo ferire alla destra la guida del Paese alle prossime elezioni, fossero pure alla naturale scadenza della legislatura.
L’Italia è un paese fortunatissimo e sfigato. La fortuna riguarda la straordinaria capacità di fare, quando misteriose ragioni corali scattano: vedasi alla voce vaccinazioni, con oltre 1 milione e 100 mila somministrazioni in mezzo mese; la sfiga riguarda proprio la sfera politica.
L’unico leader energeticamente forte, lucido e moderno sulla scena negli ultimi dieci anni è stato Matteo Renzi: perché è stato lui a indicare slogan costruttivi – lo sviluppo, l’innovazione, i giovani, le donne - e a vincere grazie ad essi, mentre gli altri due leader vincenti, Grillo e Salvini, hanno costruito il loro successo soprattutto dietro bandiere distruttive: dall’odio per il Parlamento che Grillo voleva aprire come una scatola di sardine (immaginatevi se una bestialità del genere l’avesse detta Berlusconi!) all’Europa da respingere, secondo Salvini e i suoi ideologi.
Nei suoi tre anni al governo, pur tra tante cavolate ispirategli dalla sua cattiveria di fondo e da alcune rivalità personali, Renzi ha fatto anche alcune cose importanti. Per esempio è stato il primo leader di sinistra a osare di muovere critiche verso la magistratura, che non a caso lo ha ripagato da par sua; o a non mitizzare il teorema dell’infedeltà fiscale come causa di tutti i mali, dato che all’evidenza è semmai l’economia nera (materia della fallimentare magistratura più ancora che del governo) a causare l’economia esentasse che alligna un po’ ovunque, mentre chi opera alla luce del sole le tasse le paga eccome.
Dunque Renzi ha fatto anche alcune cose buone, poi è stato travolto dal suo delirio narcisista e ha spinto l’acceleratore su temi complessi e gelidi, quelli referendari, sfracellandosi contro un muro e, successivamente, aggiugendo un’ennesima bugie alle tante già dette, con la scelta di restare in politica anziché squagliarsela per pudore.
Eppure è rimasto il meglio figo del bigoncio Pd.
Dopo di lui infatti è rimasto in coma vigile un partitone-maceria, con un gruppetto di ex leader perbene, primo fra tutti Bersani, pseudo esiliatisi nell’enclave satellite di Leu e un secondo gruppetto di comprimari, primi fra tutti Zingaretti e Franceschini, rimasti dentro il Pd che non hanno mai saputo esprimere alcuna autentica leadership.
Quando si tornerà a votare avremo una strana equazione, con un’incognita – Giuseppe Conte, e vedremo perché – e due certezze: una destra salviniana, perché saranno comunque le prime elezioni senza Berlusconi, o per impossibilità fisica (auguriamogli di no) o per inconsistenza di leadership; e una sinistra piddina.
La gran massa di manovra elettorale di questa dolorosa disavventura della politica italiana che sono stati i Cinquestelle sarà in libera uscita. Vincerà chi riuscirà ad annettersi i voti in fuga dall’accrocchio a suo tempo messo insieme da quel brutto soggetto di Grillo, col supporto delle suggestioni distopiche dell’ideologo Casaleggio (padre) e di un manipolo di ragazzoni, tra l’ingenuità puerile (Di Battista) e l’opportunismo fancazzista (Di Maio). Dove andranno i voti degli sprovveduti che hanno puntato le loro schede su un simile accrocchio?
Andranno da chi saprà offrire loro delle prospettive. Facili da capire, come lo sono le cose importanti.
La cosa più facile da capire, perché è nella esperienza di tutti noi, è che nel Paese reale oggi funziona tutto male. E che solo i “garantiti” possono passarsela bene. I “senza rete”, no.
E sono trapezisti senza rete tantissimi cittadini italiani: innanzitutto i giovani, per l’unica colpa di esserlo, che non hanno prospettive affidabili per il loro impegno, quando s’impegnano; e poi è senza rete il vastissimo mondo degli autonomi, che va dall’ultimo rider di Uber Eat – sottoproletario digitale senza diritti e senza tutele - fino addirittura a quella deprimente ex icona imprenditoriale che è stato Luciano Benetton: già, perfino il gruppo Benetton – che certamente dovrà pagare e pagherà - avrebbe però avuto il diritto di sapere, nel giro di un anno al massimo dai 43 omicidi stradali commessi a Genova, quali dei suoi manager in Autostrade era stato talmente delinquente da spingere fino al punto da rispamiare sulla sicurezza l’adesione all’ordine della proprietà di guadagnare il massimo. E invece, niente: di certo, ancora niente.
In generale sono senza rete tutti gli italiani che non lavorino nel pubblico impiego allargato, nelle grandi aziende a controllo statale, in alcune multinazionali troppo grandi per fare macelleria sociale (attenzione: sembrava fossero tali anche la Mittal o la Whripool e invece gliel’hanno lasciata fare, la macelleria sociale, i nostri governanti e magistrati) o che non siano pensionati. Questi, sono tutti garantiti: tanto che hanno riempito di soldi i loro conti correnti, visto che da una parte spendevano meno causa lockdown e dall’altra intascavano uguale.
Gli altri, rischiano ogni giorno, senza rete. Rischiano se hanno un bar, se fanno gli artigiani, se sono piccoli e medi imprenditori esposti a un gravame ignobile di tasse ma soprattutto alle angherie di una incomprensibile burocrazia, la stessa che ha trasformato i ristori in un terno al lotto e lasciato senza decreti attuativi (come non averli, dunque) il 70% dei Dpcm di Conte: rimasti quindi, lettera morta, pagliacciate.
Con questi italiani, rischiano i loro dipendenti: spesso non tutelati dai contrattoni nazionali, protetti solo e quand’anche da un welfare assistenziale, la cassa integrazione, che però arriva a volte dopo sei mesi da quando sarebbe necessaria, a soccorrere tardivamente persone a volte già finite in mano al racket dell’usura.
Dov’è mai stato il Pd, su questi temi? Vaporizzato, afasico, inesistente. Da partito del popolo a partito dei burocrati.
Il capo dei burocrati, cinicamente grande in questo ruolo, è stato Massimo D’Alema, incredibilmente ritornato al potere – sia pure da dietro le quinte – per avere piazzato un suo portavoce al ministero dell’Economia, Gualtieri, e per il brodo che gli dà Conte.
Dove andrà mai un partito che oscilla tra l’influenza di D’Alema e la leadership di un Franceschini o di uno Zingaretti?
In questo senso l’impressione è che Renzi – se dal casino che ha fatto emergerà un governo migliore del Conte 2, sotto un qualunque aspetto – tenterà poi l’Opa sul suo ex partito. Si vedrà.
E c’è infine l’incognita Conte: per essere un parvenue della politica senza le stimmate ribelliste dei primi Cinquestelle ma da essi cooptato come presidente-marionetta da usare, si è rivelato un leader. Tanto che oggi gli stessi Cinquestelle che prima lo hanno indicato per usarlo e poi lo hanno odiato constatando che faceva di testa sua,  si stringono dietro di lui in nome delle altre 24 mensilità di stipendio da parlamentare che li attendono. Ma Conte non è un grillino doc. Lui probabilmente il Mes lo avrebbe preso subito; e certamente – da avvocato – conosce l’abisso nel quale è precipitata la giustizia italiana e non sarebbe così succube delle toghe come lo è la tradizione grillina.
Però è un democristiano col cuore, e quindi non potrà che riproporre quel format – peraltro essenziale alla storia d’Italia e alla sua crescita – cercando in incarnarlo in questo o quel movimento, da leader di un suo partito (ha sempre smentito, ma tutti i politici mentono) o da paladino di uno schieramento, come già Prodi con l’Ulivo.
Ma insomma: al prossimo giro, o vincerà la destra salviniana, e in tal caso dobbiamo solo far voti che abbia intanto saputo ricucire con l’Europa, se non saranno dolori; o una sinistra piddina, attualmente prima di qualsiasi faro.
 

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