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Il governo delle inadempienze
tra Renzi, Conte e l’ignoranza

Sergio Luciano
Il governo delle inadempienzetra Renzi, Conte e l’ignoranza

Mentre a Palazzo Chigi e dintorni si vivono ore di ansia sull’esito della sfida di Matteo Renzi, sta passando nell’opinione pubblica il concetto sbagliato che le turbolenze politiche siano la causa dell’evidente inefficienza operativa del governo. Ebbene, non è così. Va chiarito che – comunque la si pensi sul comportamento di Renzi - l’inefficienza è drammatica ed è nei fatti e non dipende da Renzi.
Non lo affermano fonti informativa ferocemente schierate a destra. L’ha ben scritto pochi giorni fa il Corriere della Sera raccontando il dramma delle inadempienze del decreto Semplificazioni. Solo un esempio, ma emblematico. A quattro mesi dal decreto, i 40 cantieri di altrettante grandi opere infrastrutturali previste dal decreto, finanziate e pronte a partire – assorbendo occupazione e facendo circolare denaro nel sistema circolatorio dell’economia – non sono stati ancora aperti. Perché? Perché mancano i commissari che (giustamente) il governo ha deciso di nominare per replicare in quei casi il modello del ponte di Genova, dove l’operato di un commissario efficiente, il sindaco di Genova Bucci, ha fatto il miracolo.
Chiaro? Anche nei casi, non frequenti, in cui si dicono cose giuste, poi non le si fa. Proprio per incapacità ed ignoranza operativa. Non è un ragionamento politico, è prepolitico. Riguarda l’inceppamento che blocca da anni la macchina statale. Sul quale il governo giallo rosso non  ha ovviamente responsabilità storiche ma ne ha di attuali: perché solo non ha toccato palla ma ha aggravato il dramma per la manifesta incompetenza di una serie di personaggi espressi soprattutto dai Cinquestelle, ma anche dal Pd, che hanno lasciato sole e più strafottenti che mai le tecnostrutture dei ministeri, aggravandone la tradizionale inclinazione all’inerzia passiva.
In sintesi: non funziona niente.
Il commissario dei commissari, Domenico Arcuri, è la risposta che il premier Conte ha cercato di dare, dapprima sul solo, cruciale quadrante dell’emergenza pandemica e poi su vari altri dossier, a questa situazione drammatica di cui nessun politico di governo parla – purtroppo neanche la pur volenterosa ministra per la pubblica amministrazione – perché per risanarla ci vorrebbe un’energia politica, e una prospettiva di impegno di lungo termine, di cui non si vede nemmeno l’ombra.
Sui 40 miliardi di perdita di fatturato del comparto ristorazione, i ristori stanziati e distribuiti sono il 5%: poco più che una mancetta. Incapace di arginare una vera e propria tragedia sociale, che già calcola 300 mila contratti a termine scaduti e non rinnovati.
Dei vari Dpcm emanati tra primavera ed estate, a fine settembre mancavano ancora il 72% dei decreti attuativi. Gli ultimi tre mesi dell’anno sono serviti a progredire un po’, restando sotto la metà. Senza decreti attuativi una qualsiasi disposizione contenuta in un Dpcm resta lettera morta.
Dunque è chiaro: quest’esecutivo non ha le competenze e le prospettive che servono al Paese. Quindi è giusto farlo saltare? Andare a votare?
Sarebbe la via maestra. Ma siccome in Italia - altra clamorosa pecca del sistema – votare significa bloccare tutto per tre mesi, e volendo si dovrebbe farlo entro il semestre in corso per non ricadere nel semestre bianco del presidente della Repubblica, molte persone “responsabili” temono che votare sarebbe in sé nocivo. Molti altri temono – sbagliando – che il voto darebbe senza dubbio la vittoria alle destre: ipotesi non confermata dall’esito delle recenti elezioni regionali. Il voto darebbe al contrario sicuramente dei vantaggi al Pd e sancirebbe l’evaporazione del Movimento Cinquestelle, i cui capi – protervi e asini come pochi – non meritano altro, anche a discapito di gente come la Castelli o la Dadone, Patuanelli o Fracaro e vari altri che non sfigurerebbero in un governo diverso.
Ma è difficile che si arrivi al voto. Meno difficile sarebbe una specie di sacrificio umano dei due contendenti: Conte da un lato, che dovrebbe accettare per ragioni di Stato un passo indietro; e Renzi dall’altro, il cui peso diretto su un nuovo governo di legislatura non dovrebbe crescere per non premiare il ricatto.
Verosimile? No! Però che il rignanese bugiardo denunci inefficienze reali e pericolose non è in dubbio: è vero. E che una staffetta alla guida del governo potrebbe essere la soluzione, sostituendo a Conte un presidente piddino o, meglio, super partes e magari impiegando Conte alla Farnesina, per sostituirvi quel vilipendio alla bandiera che è rappresentato dalla presenza nella carica di rappresentante dell’Italia nel mondo di un personaggio privo di qualunque preparazione specifica ed generale.
Davvero improbabile che si arrivi a questa soluzione. Probabile invece che non si voti e che si tiri a campare con questa bestemmia dei responsabili, come fece nel 2010 Berlusconi con il governo Razzi-Scilipoti. Un’altra porcheria, insomma: mettere insieme un’accozzaglia di trasformisti, se non di venduti, per dare una stampella a un esecutivo che non può che diventare, così, ancora meno esecutivo. Una mossa dannosa. Che peraltro supera in negatività perfino il precedente berlusconiano, poiché vede promotori non solo i piddini, ormai del tutto assimilati alle logiche peggiori della politica, ma anche il residuo gruppuscolo dirigente di grillini che hanno ingannato gli italiani per farsi votare promettendo loro di non replicare mai più le vecchie logiche della politica di partito e invece non solo le stanno replicando ma le stanno peggiorando.
 

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