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FINANZIARE L'IMPRESA . VENTURE CAPITAL

Quei capitali di ventura
che scommettono sulle idee

Entrano (in minoranza) in startup e imprese già avviate per farle crescere iniettando finanza e management. E quando è il momento del grande salto, vendono o quotano: è il venture capital made in Italy

Marina Marinetti
Quei capitali di ventura che scommettono sulle idee

Cos’hanno in comune ippica e venture capital? Entrambi puntano su un cavallo sperando che diventi un campione, con una forte componente di rischio. Le analogie non si fermano qui: contano il fantino, il programma di allenamento e, magari, anche un po’ di doping. L’iniezione, solo nei primi sei mesi di quest’anno, è stata di 217 milioni di euro. Tutti dal venture capital, che ha puntato su 57 realtà imprenditoriali italiane. Lo scorso anno l’Osservatorio Venture Capital Monitor (curato da Liuc Business School e Aifi) di operazioni ne aveva registrate 148, per 597 milioni di euro: un record assoluto, nella storia del venture capital all’italiana, a prova del fatto che, insieme alle imprese che supporta, cresce anche questa fonte di finanziamento. Che non riguarda solo le classiche “idee da garage”: certo, circa l’80% delle operazioni sono quelle che early stage, diciamo i primi passi, tra seed capital (poco più di un terzo delle operazioni), come il gergo degli addetti ai lavori definisce i primi fondi finanziari cui un imprenditore accedere per lanciare una nuova attività, più o meno riguarda un terzo delle operazioni, e startup capital (metà delle operazioni), a supporto delle imprese già avviate. Ma ci sono anche il later stage (quando il rischio di perdere quanto investito è ormai solo una remota possibilità) e il Poc - che sta per proof of concept - challenge, che dà quell’aiutino indispensabile per far combaciare i sogni (di gloria) dei business plan con la realtà.

Indaco Venture Partners Sgr è la più grande società indipendente di gestione del capitale di rischio e gestisce più di 250 milioni di euro

In gara, sull’anello dell’ippodromo Italia, ci sono circa 11mila startup. E davanti al botteghino dell’allibratore ci sono forti “scommettitori” (le virgolette sono d’obbligo) come Davide Turco, Elizabeth Robinson, Antonella Beltrame, Alvise Bonivento, con in tasca (si fa per dire) più di 250 milioni di euro da puntare sul cavallo vincente: quelli di Indaco Venture Partners Sgr, la più grande società italiana indipendente di gestione del capitale di rischio, che gestisce cinque fondi con una forte specializzazione in aziende che innovano nell’elettronica e nella robotica, nel medtech, nel digitale e nei nuovi materiali. «Il venture capital in Italia era partito in maniera flamboyant nel 2000, con la bolla internet, che è lievitata così tanto da scoppiare poco dopo», racconta Davide Turco, un pioniere del settore, che insieme a Beltrame e Bonivento ha avviato nel 2008 in Intesa Sanpaolo i fondi Atlante puntando su tecnologie e brevetti. «Il modello era innovativo: fare imprenditorialità all’interno di un grande gruppo rischiando insieme agli investitori». Così, puntata dopo puntata, i tre manager di Intesa hanno messo su il gruzzolo dal quale, con l’apporto di Elizabeth Robinson, una angel investor con una lunga esperienza alle spalle, nel 2016, è nata Indaco Venture Partners. I quattro detengono il 51% del capitale societario, mentre il resto fa capo a Intesa Sanpaolo e Fondazione Cariplo. L’ultimo fondo in ordine temporale lanciato, Indaco Ventures I, ha effettuato il final closing a 134 milioni ha già effettuato undici investimenti, iniettando liquidità in aziende che hanno già fatto un po’ di strada (come Cortilia, Talent Garden e Newronika solo per citarne alcuni) attraverso round d’investimento piuttosto corposi (per il mercato italiano), al fianco di altri operatori sia nazionali che internazionali. «Investiamo su progetti che hanno già superato la prima fase ingresso sul mercato, che hanno bisogno di partner per fare il cosiddetto scale up, il grande salto. I filoni che seguiamo sono coerenti col made in Italy: food, turismo, proptech (abbiamo investito in Sweetguest, l’interfaccia tra proprietari e piattaforme)». Come funziona lo scouting? «Ci arrivano molte proposte direttamente: gli startupper sono svegli e in Italia non siamo molti a fare venture capital», risponde Davide Turco. «Poi abbiamo network manager che ci portano opportunità e partecipiamo a eventi che vanno dal Premio nazionale innovazione ai tech tour europei. Ci interessa trovare aziende che abbiano tre caratteristiche: forniscono soluzioni innovative a bisogni presenti sul mercato, sia nel mondo digitale che con approcci da first mover su particolari bisogni; sviluppano funzioni sia b2c che b2b; sviluppano una proprietà intellettuale difendibile». E per quanto riguarda il sovraffollato mondo digital, Indaco pone come soglia di interesse quella del fatturato, scartando a priori (salvo rare eccezioni) realtà con flussi inferiori ai 100mila euro mensili. «Dobbiamo puntare su realtà abbastanza grandi da consentire il famoso scale up: se sei su una supernicchia con quattro aficionados sarai anche bravissimo ma non attrattivo per il venture capital, che per giustificare i numeri di un fondo deve puntare su un’azienda che in prospettiva possa acquisire un valore tra i 100 milioni di euro e il miliardo... almeno sulla carta».

Le startup su cui investe il venture capital devono puntare ad acquisire un valore tra i 100 milioni e il miliardo... almeno sulla carta

Il nodo più difficile da sciogliere, però, resta sempre quello del team: «Lo startupper è abbastanza aperto per natura, almeno a parole. All’inizio quello che è complicato riuscire a completare il team: tipicamente le aziende hanno un fondatore che è spesso una persona con competenze specialistiche, ma non ha skill manageriali né il network. Il momento del round con un fondo è perfetto per coinvolgere le competenze e le esperienze necessarie per evitare errori ed essere più efficaci nel raggiungere gli obiettivi».

Venendo al vil pecunia, Indaco Venture Partners investe da poche centinaia di migliaia di euro a ticket da 10 milioni. «Quando investiamo dobbiamo tenerci una riserva: le startup non stanno in piedi da sole e ogni anno bisogna iniettare liquidità in cassa. Abbiamo investito 6 oltre 5 milioni in Expert System (oggi quotata all’Aim), che sfrutta l’intelligenza artificiale per l’analisi semantica dei testi: ha già raggiunto il break even e ora investiamo nuovamente per fare il salto negli Usa, dove i manager costano di più. Il progetto più early stage su cui abbiamo investito, invece, è Easy Rain, iniziando con mezzo milione poi saliti fino a oltre due, che ha sviluppato un prototipo per evitare il fenomeno dell’aquaplaning. Di solito entriamo con una quota di minoranza, tipicamente il 20-30%, ma a volte facciamo delle eccezioni: per esempio in Talent Garden abbiamo il 2%, mentre in Easy Rain abbiamo temporaneamente più del 50%».

Dalla scale up alla exit il passo è breve: Indaco Venture Partners ne ha già effettuate una decina. Nel medicale abbiamo fatto un paio di exit con Silicon Biosystem, venduta a Menarini, e Igea. Nel digital, abbiamo quotato Expert System e venduto ADmantX. Nelle tecnologie abbiamo ceduto a Intel Yogitech, che fa sistemi di ridondanza per chip mission critical, cioè aeronautica e automotive safety, e, in pieno Covid, abbiamo venduto UltraSOC a Siemens ed Ascatron a II-VI. Mediamente su un investimento stiamo intorno ai 5 o 6 anni, sul medtech di più, anche 8 o 10. Purtroppo l’exit spesso è all’estero, Silicon Biosystem siamo riusciti a tenerla in Italia, con Menarini. Puntiamo alle quotazioni: Expert System ha raccolto 17 milioni su Aim e a Londra abbiamo quotato Directa Plus, che produce grafene a Lomazzo. Ci interessa aiutare le aziende italiane a quotarsi: crediamo sia il passaggio fondamentale per riuscire a tenere in Italia quei mini campioni che possono diventare le grandi aziende del futuro».

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