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FINANZIARE L'IMPRESA - IN COLLABORAZIONE CON AIFI

Piccole imprese crescono
tra competenze e capitali

L'emergenza ha permesso a molti imprenditori di cogliere l'opportunità per rinnovarsi, modificare la propria strategia e rafforzarsi nella governance. E il Private Equity ha avuto un ruolo fondamentale

Anna Gervasoni*
Piccole imprese cresconotra competenze e capitali

L'anno sta per concludersi e i numeri di questi mesi ci danno una prima fotografia dell’impatto della pandemia sull’andamento del nostro Paese. Molti i settori in difficoltà, alcuni di essi nevralgici per la nostra economia, come quello del turismo, della ristorazione e dell’hotellerie.

Su questo si dovrà concentrare l’attenzione della manovra pubblica, che auspichiamo sia anche l’opportunità per ripensare e rilanciare in chiave di modernizzazione alcuni comparti fondamentali per l’occupazione e lo sviluppo del nostro Paese. Come abbiamo scritto nelle pagine di Economy in questo anno, l’emergenza ha permesso a molti imprenditori di cogliere l’opportunità per rinnovarsi, modificare la propria strategia e rafforzarsi nella governance e nella propria attività.

Per far questo è ovviamente necessario avere accesso a capitali, ma anche disporre di competenze manageriali e imprenditoriali. Potrebbe essere l’occasione per consolidare alcuni segmenti di mercato e portare ad uno sviluppo dimensionale delle nostre realtà produttive, sia attraverso crescita interna che attraverso crescita esterna, cioè acquisizioni. In questo processo può essere di supporto il Private equity, sia nel fornire capitali per lo sviluppo ad imprese spesso già nel proprio portafoglio (in questo caso parliamo delle operazioni di add on) per poter effettuare progetti di investimento e acquisizioni, sia per accelerare progetti di trasmissione di proprietà, cessione di aziende, in cui l’imprenditore ha maturato la decisione di vendere l’azienda ad un nuovo team manageriale, con maggiori energie per affrontare la discontinuità (operazioni di Management buy out).

Da questi fenomeni emerge un quadro particolarmente vivace. A guardare i numeri dei primi  nove mesi del 2020, pubblicati dall’Osservatorio Private Equity Monitor della Liuc-Università Cattaneo, lo vediamo con chiarezza. Nel terzo trimestre sono stati annunciati 57 nuovi investimenti quando lo scorso anno, nello stesso periodo, ne avevamo 52, raggiungendo così, a oggi, 150 operazioni in un anno.

In questo contesto, si vedono anche alcune attività di ristrutturazione aziendale operate dai fondi di turnaround, ovvero operatori che investono in un’azienda in difficoltà economica o finanziaria che necessita di supporto attraverso un piano di rilancio industriale e finanziario. In Italia questi fondi sono ancora pochi ma svolgono un ruolo importantissimo e lo avranno nei prossimi anni, a difesa del valore e dell’occupazione che si può recuperare dalle imprese in difficoltà, che non devono essere abbandonate.

Tornando ai dati, la maggior parte degli investimenti dei fondi ha riguardato anche in questi nove mesi le operazioni di buy out (secondo i dati Pem il 76% del totale), seguite da quelle in capitale per lo sviluppo (17%), dove troviamo molte operazioni di add on, protagoniste in Europa e in Italia. Guardando ai settori di attività che hanno attratto maggiormente l’interesse degli investitori in quest’anno così particolare, notiamo un focus sia negli ambiti tradizionali che su settori technology based, il 34% delle operazioni ha riguardato i beni di consumo e il 17% i servizi professionali (17%), ma in tutte le imprese target si è intercettata una volontà di cambiamento, attraverso innovazione tecnologica, manageriale e di governance, uno spirito imprenditoriale volto a un nuovo paradigma di visione e prospettiva.

*Professore Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese alla Liuc di Castellanza. è anche direttore generale dell’Aifi (Associazione italiana del private  equity, venture capital e private debt)

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