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L'sos delle aziende sfiancate a un Governo che non ristora

Con l'obbligo di chiusura dei centri commerciali nei festivi e prefestivi, l'esecutivo di fatto impone alcuni negozi a discapito di altri. Aziende ed enti, inascoltati, comprano pagine di giornali per protestare.

Maddalena Bonaccorso
L'SOS delle aziende sfiancate a un Governo che non ristora

In un Paese dove è saltato il patto tra società civile e politica, senza più lobby in azione e nel quale il potere esecutivo ha di fatto esautorato il Parlamento, alle aziende  e alle associazioni non resta che tornare al passato.
Se la comunicazione social (soprattutto quella non di qualità) annacqua i messaggi  e li disperde nel mare magnum delle informazioni, la pagina del caro, vecchio giornale cartaceo è invece sempre lì: pronta da (far) leggere e sempre micidiale nel colpire il bersaglio.
Solo così si spiega quanto accaduto oggi, con tre pagine del Corriere della Sera che ospitano messaggi a pagamento di un’azienda, di un’associazione e di una serie di enti: soggetti colpiti duramente da continui DPCM che mirano a contrastare la pandemia da Covid-19 ma che al momento sembrano stare solo affossando l’impresa italiana nella sua interezza.
E così succede che a pagina 38 del quotidiano milanese, troviamo una lunga lettera di Maurizio Ghidelli, amministratore delegato di Kasanova (conosciutissimo brand di vendita al dettaglio di prodotti per la casa) che lamenta alcune assurdità.
Premesso che Kasanova conta circa 500 negozi in tutta Italia e dà lavoro a 2000 persone, e sarebbe quindi un soggetto non certo da vessare ma da premiare, ecco, premesso questo: Ghidelli lamenta il fatto che nel decreto del 3 novembre sia stata imposta la chiusura ai negozi che vendono pentole, piatti, bicchieri perché non indispensabili, permettendo nello stesso tempo la vendita di elettrodomestici. Come se –fa lui stesso l’esempio- una pentola a pressione tradizionale non appartenesse alla stessa categoria e non serva quanto una elettrica.
Successivamente, nel decreto del 3 dicembre, è stata ordinata la chiusura dei negozi presenti nei centri commerciali nei giorni prefestivi e festivi, portando avanti un’altra discriminazione e favorendo gli assembramenti nei negozi aperti invece che “spalmare” le presenza su più esercizi possibile.
Il tutto, ovviamente, a vantaggio anche delle vendite effettuate sul web: che premiano più che altro aziende non italiane.
Ghidelli chiude la lettera invocando la possibilità di lavorare in un mercato libero, senza diseguaglianze dovute a decisioni di parte.
A pagina 42 del quotidiano, ecco che scendono in campo i “grandi giocattolai italiani”, per calcare la mano ancora sul provvedimento che decreta la chiusura dei negozi non alimentari all’interno dei centri commerciali, proprio nei giorni in cui si fanno più scontrini: prefestivi e festivi.
La loro lettera, giustamente molto critica, fa notare l’assurdità di costringerli alla chiusura mentre si permette agli ipermercati presenti all’interno degli stessi centri commerciali di continuare liberamente a lavorare e a vendere –anche- giocattoli. Sottraendo clienti a chi del mercato del giocattolo di qualità ha fatto il proprio core-business.
Che differenza ci sia tra comprare di domenica all’interno dell’ipermercato e comprare di domenica all’interno del negozio specializzato presente in galleria commerciale, non è dato saperlo. Ma il DPCM ha deciso così.
Non è finita: perché a pagina 44, sempre del Corriere della Sera, sempre di oggi mercoledì 9 dicembre arriva un’altra pagina  a pagamento, stavolta dei grandi colossi come COOP, Confcommercio, Confimprese, Consiglio Nazionale dei Centri commerciali, Federdistribuzione e ANCD.
A caratteri cubitali si chiedono perché sia proibito andare a comprare i regali di Natale al centro commerciale durante i sabati e le domeniche di dicembre, si chiedono perché si tolga ai cittadini il diritto di scegliere dove andare a fare i propri acquisti. Si chiedono perché, visti i grandi investimenti fatti per garantire la sicurezza dei clienti su tutti i 40.000 punti vendita dei 1.300 centri commerciali presenti in Italia che danno lavoro a 780.000 persone, ecco, perché si sia deciso di condannarli al fallimento.
Se lo chiede (assieme a molte altre cose) anche il Paese, che non compra pagine di giornale per esprimere il proprio parere, ma assiste attonito e subisce decisioni spesso inspiegabili.
 
 
 
 

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