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Gruppo Fs, paralisi sulle nomine
C’è la fronda di Lega e renziani

I nomi indicati dal governo per i rinnovi del vertice delle controllate Trenitalia e Rfi bocciati nel consiglio della holding dal voto contrario a sorpresa del presidente, quota Lega, e di una consigliera di area renziana. Una riprova della paralisi politica in cui versa la coalizione. Un danno per l’efficienza del gruppo in un momento cruciale per il Paese. Ma può un presidente di una società votare contro il suo azionista e restare al vertice?

Sergio Luciano
LA MIA FASE 2/«L'emergenza ha fatto scoprire il trasporto sostenibile»

Signori si nasce, “e io modestamente lo nacqui”, diceva Totò. E ben lo potrebbe dire Gianluigi Castelli, presidente recalcitrante di Ferrovie dello Stato. Nominato al vertice del gruppo su indicazione della Lega nel primo governo. Recalcitrante, perché ieri l’altro, quando in consiglio d’amministrazione l’amministratore delegato di Fs Gianfranco Battisti ha presentato i nomi ricevuti dall’azionista unico, Ministero dell’Economia e delle finanze, per i nuovi consiglieri da insediare in Trenitalia ed Rfi, cioè le due principali controllate del gruppo, il consiglio ha votato contro, 4 a 3, per la scelta determinante del presidente Castelli.
Un puro filibustering, perché il socio Ferrovie ha il pieno controllo delle Fs e quindi in assemblea fa quel che vuole. Ma un bell’intoppo procedurale, una schermaglia da sottopolitica, da intrigo parlamentare, che ripropone pari-pari in uno dei due o tre grandi gruppi imprenditoriali pubblici che tengono in piedi il Paese il clima mefitico, di conflitto permanente e zero efficienza, che sta paralizzando il governo.
E un bell'insulto procedurale, in sé: perchè è vero che non c'è vincolo di mandato, in una società per azioni, ma quando un presidente vota contro un suo azionista - si direbbe tra persone educate - "deve trarne le conseguenze", magari col nobile e desueto istituto delle dimissioni. Ma questa è pura utopia.
Un no superabile, quindi, ovviamente, ma velenoso perché i consigli di Trenitalia e Rfi sono scaduti da mesi e vanno rinnovati con urgenza. Su queste nomine da altrettanti mesi si consumavano le solite nauseanti trattative tra partiti, le stesse che hanno a suo tempo portato Castelli al vertice, con i soliti nomi tirati fuori a casaccio in particolare: per esempio Emanuele Spoto, 33 anni, architetto, che secondo il viceministro grillino Buffagni avrebbe dovuto essere nominato capo di Trenitalia, poi sostituito da un nome più solido, Carlo Ferro, attuale presidente Ice.
Niente di fatto, quelle scelte sono del Tesoro, cioè del Mef, e alla fine miracolosamente la struttura del ministro Gualtieri sblocca la pratica e designa i dieci candidati per i due consigli. Cacciatori di teste che fanno le rose, il ministero che sceglie: non un metodo-toccasana, per carità, perché i cacciatori di teste sono uomini di mondo e attaccano anche loro l’asino dove vuole il padrone, ma comunque un filtro di decoro, perché devono difendere la loro reputazione e quindi difficilmente lasciano passare un cavallo per senatore, come invece capita regolarmente quando le scelte politiche non hanno filtri.
La scelta del Mef per Trenitalia cade su Michele Pompeo Meta, già deputato del Pd e presidente della commissione Trasporti della Camera: ultratargato, ma competente. Come nuovo a.d., Luigi Corradi, 54 anni, un tecnico coi fiocchi essendo stato a capo del colosso internazionale Bombardier in Italia. Per Rfi si pensa a una manager interna. Vera Fiorani, attuale direttore finanziario: scelta rosa, quindi politicamente corretta. E professionale. Alla presidenza un nome gradito ai Cinquestelle, contentino.
Prima di arrivare in consiglio, la rosa viene sottoposta al vaglio del comitato nomine di Fs,
presieduto da Vanda Ternau, che approva. La Ternau, divenuta consigliere in Rfi ai tempi del Castelli leghista viceministro delle Infrastrutture, si era poi riconvertita al renzismo che per premio l’ha trasferita nel consiglio della controllante Fs.
E questa è la graziosissima alchimia, una fronda bella e buona, creatasi l’altro giorno nella riunione. Castelli, leghista in caduta libera come tutto l’ex partitone del Capitano, mette il suo veto; e la Ternau, oggi renziana, che pure pochi giorni prima aveva detto sì alle nomine, lo segue. Ovviamente gli altri due consiglieri che sono diretta espressione della Lega, i lombardi Flavio Nogara e Andrea Mentasti, votano a loro volta contro: ed ecco che nel consiglio di 7 si crea un blocco di 4 voti contrari imprevisti e le nomine volute dal governo-che-non-governa… cadono.
Bel problema, adesso. Che rimbalza sulla scrivania del ministro. Un problema in realtà che è minimo e massimo. Minimo, perché il ruolo personale degli oppositori è irrilevante e gli strumenti politico-societari per superare il blocco non mancherebbero; massimo, perché le nomine in attesa di varo sono quelle che, col futuro nuovo vertice di gruppo, dovranno gestire i soldi del Next Generation Ue, una ventina di miliardi. I renziani stanno alzando il prezzo su tutte le partite dei loro voti a sostegno del Conte 2, determinanti al Senato. E vorrebbero riprendersi le Ferrovie, magari non per il loro ex a.d. Mazzoncini, felicemente riciclatosi alla guida della potente A2A su designazione del comune di Brescia, ma per qualche altro fedelissimo.
La vicenda in sé rilevante lo è ancor di più quindi suo piano politico perché conferma una volta di più che il grado di inefficienza delle istituzioni nell’attuale triste era giallorossa è arrivato alla semiparalisi.
 

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