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I vecchi film raccontano le nostre imprese

Duemila cortometraggi realizzati da grandi registi (quando erano alle prime armi) sono raccolti nell’Archivio del cinema industriale e della comunicazione d’impresa della Liuc. Un patrimonio di valore storico e artistico

Riccardo Venturi
I vecchi film raccontano le nostre imprese

La storia dell’industria italiana a partire dagli inizi del cinema attraverso oltre duemila filmati, alcuni dei quali realizzati da grandi registi agli esordi quali Michelangelo Antonioni, Ermanno Olmi, Bernardo Bertolucci, Dino Risi, Paolo e Vittorio Taviani. È il doppio valore storico, imprenditoriale e cinematografico, dell’Archivio del cinema industriale e della comunicazione d’impresa della Liuc. A dimostrazione dell’importanza che si dà all’archivio, ne è stato nominato presidente il rettore della Liuc Federico Visconti. «La nomina del rettore a presidente dell’archivio rappresenta un momento significativo per lo sviluppo di questa realtà» dice il presidente della Liuc Riccardo Comerio, «che è un punto di riferimento per la salvaguardia del patrimonio storico delle nostre imprese. Un centro di eccellenza che, a partire dal materiale di valore raccolto negli anni, sviluppa attività di divulgazione e didattica di alto livello. Con questa nomina ritengo potrà essere rinsaldato il legame con l’università, nell’ottica di mettere a disposizione dei nostri studenti e di tutta la comunità Liuc questa immensa ricchezza culturale».

Il progetto dell’archivio è nato nel 1998 da una collaborazione tra Confindustria e Liuc, cui si è unito due anni più tardi il Centro per la documentazione storica ed economica dell’impresa, diretto da Valerio Castronovo che, con la nomina del rettore Visconti alla presidenza, ne è diventato presidente onorario. I filmati sono in gran parte riversamenti digitali del patrimonio cinematografico di Confindustria. È stato anche realizzato un censimento di tutta la produzione cinematografica italiana, anche quella conservata presso altri centri.

La parte più affascinante dell’archivio è quella in cui all’interesse per la storia dell’industria si aggiunge quello per il grande cinema. «Erano gli anni del boom economico» racconta il prof. Daniele Pozzi, direttore dell’archivio, «le imprese sentivano il bisogno di comunicare, anche per superare la diffidenza di cui si sentivano circondate. Non c’era la televisione commerciale, i documentari per il cinema venivano girati in 35 millimetri con la strumentazione analogica di quei tempi, con costi e qualità cinematografica». L’esigenza delle imprese degli anni Cinquanta incontra una leva di giovani registi desiderosi di mettersi alla prova. «Tanti di loro si erano formati con associazioni promosse da gruppi universitari fascisti per la cinematografia» spiega Pozzi, «avevano bisogno di trovare occupazione e sostegno economico prima di cimentarsi in opere costose di fiction». È il caso di Ermanno Olmi, impiegato dell’Edison, che comincia a collaborare con la sezione di produzione cinematografica del gruppo dopolavoro. «All’inizio facevano filmini sulle feste aziendali. Poi hanno cominciato a girare sui cantieri e sul lavoro, e l’azienda si è resa conto che la loro attività poteva essere funzionale alle esigenze di comunicazione. Così Olmi è diventato leader del gruppo Edison cinema».

Nasce così, tra gli altri, il film documentario Tre fili fino a Milano, del 1958 per Edison Volta, che racconta la costruzione della linea elettrica ad alta tensione dall’Alto Chiese fino al capoluogo lombardo. «Nel film si vede il lavoro degli operai che costruiscono piloni, tirano fili nei boschi, si arrampicano, fissano cavi sospesi nel vuoto» racconta Pozzi, «c’è già il cinema di Olmi: i dialetti, i volti, le mani, il lavoro della gente di montagna che guarda gli operai che portano la modernità nella loro valle. Un film con poca comunicazione d’impresa e molto cinema di Olmi con la sua poetica; chi l’ha visto la prima volta forse avrà storto il naso… ma è un prodotto artistico molto bello, non un documentario istituzionale».

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