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FINANZIARE L'IMPRESA

A deteriorarsi sono i crediti
ma certo non le imprese

Per Banca Ifis nel 2021 il tasso di default dei nuovi prestiti sarà del 2,8%. Nel 2013 fu del 4,5%, ma il sistema è cambiato e anche le imprese hanno imparato la lezione e sono diventate finanziariamente resilienti

A deteriorarsi sono i creditima certo non le imprese

Luciano Colombini, a.d. di Banca Ifis

Sì, è vero, la pandemia ha travolto il tessuto economico come uno tsunami. Ma è altrettanto vero che, tra la crisi del 2008 e quella finanziaria del 2012, le imprese italiane hanno sviluppato gli anticorpi. E se i crediti in default aumenteranno, saranno comunque meno di quelli che sono stati gestiti durante la grande recessione, perché il sistema è preparato ad affrontarli con una maggiore efficienza rispetto al passato. Per convincersene, basti guardare al Market Watch Npl presentato a Cernobbio durante la nona edizione dell’Npl Meeting, un report che ha spazzato via molte delle paure che hanno attraversato il mercato negli ultimi mesi.

I Non performing loan, ovvero i crediti deteriorati in mano agli istituti di credito italiani, cresceranno, come è naturale che sia dopo una crisi come quella che stiamo attraversando, ma non saranno uno tsunami in grado di mettere in grande difficoltà il sistema bancario. «Nel 2021, con la fine delle moratorie» ha spiegato, alla presenza di 300 ospiti e oltre mille collegamenti in streaming, Luciano Colombini, amministratore delegato di Banca Ifis «il tasso di default dovrebbe attestarsi al 2,8%, il doppio di quello registrato nel 2018-2019, ma comunque inferiore a quello della precedente crisi che aveva raggiunto il 4,5%. Da quanto emerge da una nostra analisi di sensitivity, basata su ipotesi macroeconomiche meno favorevoli, ma sempre senza un secondo lockdown totale, il default rate 2021 potrebbe arrivare anche al 3,4%». Certo, nulla per cui valga le pena baciarsi i gomiti, ma senz’altro uno scenario decisamente meno devastante di quanto si potesse ipotizzare.

Secondo il Market Watch Npl di Banca Ifis lo stock complessivo di Npe raggiungerà a fine anno i 338 miliardi di euro

«Il sistema finanziario è ben posizionato rispetto alla precedente crisi», ha proseguito Colombini, «perché le banche hanno implementato sistemi di rilevazione/monitoraggio e modalità attive di gestione dei crediti Npe - Non performing exposures, che insieme alla Npe ratio sono i criteri che l’Ue ha adottato dal 2008 per calcolare l’esposizione ai crediti deteriorati delle banche europee, ndr - nei diversi stadi di deterioramento».

Certo, le ipotesi di studio sulle quale si basa il Market Watch Npl di Banca Ifis non sono certo ottimistiche: è previsto un impatto del Covid sul Pil italiano pari al -9% nel 2020 e una ripresa nel 2021 del +5%, l’assenza, a oggi quasi scontata, di un secondo lockdown generalizzato, una riduzione del commercio mondiale del 12% quest’anno, la proroga fino a gennaio 2021 della moratoria sui prestiti e del blocco dei licenziamenti, una deroga dell’Eba sulla classificazione forbearance dei prestiti soggetti a moratoria fino a settembre 2020 e una distribuzione su più anni, 2021 e 2022, della materializzazione dei nuovi flussi di deteriorato. Nonostante queste premesse, l’ufficio studi di Banca Ifis prevede che lo stock complessivo, ovvero la somma delle sofferenze (Npl) e delle inadempienze probabili (Utp) ancora presenti a bilancio bancario e quelle già cedute, raggiungerà nel 2020 quota 338 miliardi di euro (+5% sul 2019) mentre nel 2021 le esposizioni deteriorate potrebbero salire fino a 385 miliardi di euro e subire un ulteriore incremento soltanto nel 2022. «La nostra stima» ha spiegato Colombini «è che sia un aumento dello stock dei deteriorati soprattutto con un indice di decadimento in salita dall’1,3 (2020) al 2,8% (2021) e stimiamo un default tra il 5 e il 10% delle moratorie concesse (323 miliardi di euro) con effetti nel bilancio bancario che si sentiranno dalla seconda metà 2021 quando prevediamo un sensibile incremento dei flussi di nuovo deteriorato che porterà l’Npe ratio al 7,3% in crescita rispetto il 6,2% che si registrerà nel 2020 - il target massimo della Ue è il 5%, ndr-. Il segmento imprese, si stima, inciderà più del comparto famiglie».

Secondo Banca Ifis, infatti, l’impatto della crisi non sarà uniforme sui vari settori produttivi. Un’indagine sulle Pmi, realizzata tra aprile e giugno del 2020 dall’istituto di credito in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari e l’Università di Padova, ha evidenziato come i settori della Chimica & Farmaceutica e della Tecnologia vedano una spinta positiva dal diverso ruolo giocato in questa fase emergenziale, la Meccanica consolidi o subisca una leggera variazione negativa, mentre la Moda o l’Automotive risentiranno maggiormente della crisi. Dall’analisi è, poi, emerso come l’internazionalizzazione del business possa essere fattore di compensazione dei risultati a fronte di un mercato domestico in contrazione e come sia fondamentale la solidità aziendale delle Pmi realizzata attraverso investimenti, innovazione, una buona sostenibilità finanziaria e un aumento dell’autofinanziamento. Una strada già intrapresa dalle pmi italiane, almeno a giudicare dai risultati del Market Watch “Fattore I: Quale innovazione per il futuro delle Pmi” realizzato da Banca Ifis nel febbraio 2020. dal quale si evince come i ricavi delle piccole e medie aziende siano cresciuti al ritmo del 4,3% all’anno, la marginalità (misurata tramite l’Ebitda) sia stata sempre positiva attestandosi al 7,9% medio e la remunerazione media del capitale (Roe) si mantenuta sostenuta al livello medio dell’8%. Numeri che evidenziano una ottima sostenibilità finanziaria dimostrata anche dalla leva finanziaria (rapporto tra posizione finanziaria netta e Mol/Ebitda) che nel triennio 2016-2018 ha registrato un valore medio del 1,31%, arrivando nel 2018 di poco sopra l’1 (1,09). Le Pmi  hanno incrementato, anno su anno, l’autofinanziamento cresciuto nel 2017 dell’11,8% e nell’anno successivo del 2%, mentre, nello stesso tempo, hanno puntato sull’aumento della capacità produttiva aumentando gli investimenti in media del 3,4% all’anno e puntando sulle tecnologie 4.0 che, a inizio 2020, aveva già interessato il 44% delle Pmi intervistate.

Ma c’è di più: suona strano, ma i crediti deteriorati rapresentano comunque un’opportunità da cogliere: «Gli operatori del settore sono una vera e propria industria con circa 8.000 addetti e 230 miliardi di euro di Npe in gestione», ha sottolineato l’amministratore delegato di Banca Ifis, «capaci di intervenire nelle varie fasi del processo del credito per contenerne il deterioramento e massimizzare i recuperi degli Npl. Per i mesi a venire vogliamo essere ottimisti e guardare con fiducia ai segnali di ripresa in grado di azionare nuovi circoli virtuosi per la nostra economia».

Nei prossimi anni la crescita dei volumi dei crediti deteriorati consoliderà il mercato delle transazioni di Npl e dei portafogli di Utp. Le prime sono previste per un volume pari a 34 miliardi di euro nel 2020 (16 dei quali sono state già finalizzate) e per una cifra identica nel 2021. E se nei primi nove mesi di quest’anno le transazioni di Npl hanno avuto una dimensione media abbastanza contenuta (circa 600 milioni di euro), fatta eccezione per l’operazione Monte dei Paschi-Amco che ha toccato i 4,8 miliardi, nell’ultimo trimestre 2020 si prevede la conclusione di diverse operazioni di cessione di crediti, tra le quali alcune con un controvalore complessivo di quasi 7  miliardi di euro sono già in stato avanzato di lavorazione. Per gli Utp nel biennio 2020/2021 sono attese dismissioni per 27 miliardi, 4 dei quali sono deal già conclusi e 10 stanno per essere finalizzati.

Il prezzo delle transazioni di crediti deteriorati è rimasto più o meno stabile negli ultimi quattro anni e le variazioni che registrano le medie dipendono soltanto da singole operazioni che hanno spinto in alto i prezzi.  Questo il caso dei portafogli secured, quelli coperti da una garanzia reale, che hanno mantenuto un valore tra il 25 e il 30% tra il 2017 e il 2019 e sono cresciuti al 45% solo grazie alla valorizzazione al 60% della già citata operazione tra Monte Paschi e Amco. I portafogli unsecured, senza una garanzia reale alle spalle, hanno mantenuto un valore tra il 6 e il 7% negli ultimi tre anni e quelli misti tra il 25 e il 27%. Gli Utp vengono prezzati in media nel 2020 al 47% del loro valore cartolare.

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