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Quei benefit in busta paga
un rebus che va risolto. così

Il concetto del total reward ha tolto il carattere di eccezionalità ai fringe benefit, che ormai sono la norma nel trattamento retributivo. Ma al posto dei buoni per la palestra oggi c’è il test sierologico

Marco Scotti
Quei benefit in busta pagaun rebus che va risolto. così

Buoni per la palestra e incentivi per il tempo libero. Fino a qualche mese fa i cosiddetti “fringe benefit” – cioè i benefici accessori che il datore di lavoro poteva decidere di aggiungere alla retribuzione del dipendente con un limite di non imponibilità di 258,23 euro – erano il trionfo del premio dedicato allo svago e al relax. Oggi, dopo la pandemia da Coronavirus, lo scenario è mutato in maniera significativa. Brevemente la situazione pre-Covid: secondo l’Osservatorio Welfare Assolombarda 2019 gli strumenti di welfare aziendale erano previsti dal 74,5% degli accordi stipulati lo scorso anno. I lavoratori beneficiari di crediti welfare hanno mediamente speso 589 euro, pari a quasi il 75% del totale a disposizione (stimabile in poco meno di 800 euro). «Oggi però – ci spiega Lucia Troilo (nella foto), responsabile dei progetti di Welfare di Assiteca, rendendo una fotografia piuttosto chiara dei cambiamenti epocali in atto – c’è una diversa percezione delle finalità sia da parte dei lavoratori, sia delle imprese: ciò che prima veniva considerata un’elargizione datoriale volta a migliorare il benessere organizzativo e del singolo, oggi diventa una base imprescindibile per la tutela della comunità, sia a livello azienda che sociale. Assistiamo in particolare a una maggiore sensibilità verso le misure a tutela della salute, ribaltando per queste il concetto di benefit inteso come leva premiante per diventare una condizione necessaria per la sicurezza nei luoghi di lavoro e nel quotidiano».

Mai come oggi sentirsi al sicuro anche sul luogo di lavoro – fermo restando il caldo consiglio governativo a proseguire con il remote working almeno fino al 15 ottobre, senza contare le misure per chi ha figli minori di 14 anni – è diventato il primo e più importante beneficio che i dipendenti richiedono. Molto, però, c’è ancora da fare, soprattutto in termini normativi. In questi mesi pandemici l’attenzione del governo si è concentrata soprattutto sulla sopravvivenza delle aziende, incentivandole a riorganizzare il lavoro o finanziando gli ammortizzatori sociali. «Ma queste misure – prosegue Troilo – potranno ripercuotersi positivamente sulla popolazione se diverranno strutturali e non limitate al periodo contingente, ma soprattutto sarà necessario razionalizzarle affinché diventino strumenti efficaci ed efficienti. La prossima Legge di Bilancio traccerà in maniera netta il ruolo del welfare nelle aziende».

Secondo Assolombarda lo scorso anno gli strumenti di welfare aziendale erano previsti nel 74,5% degli accordi stipulati

Il punto fondamentale è proprio questo: al di là dell’eccezionalità della condizione attuale, ci rifacciamo ancora a definizioni “vecchie”. Soprattutto nel caso dei cosiddetti fringe benefit, la cui logica – e i conseguenti limiti fiscali – è stata delineata con il Testo Unico delle Imposte sui Redditi del 22 dicembre 1986. Da allora, nonostante qualche aggiornamento come il Dl 344 del 12 dicembre 2003 nulla è cambiato nella loro forma sostanziale. «Il Dl 104 di agosto – chiosa la responsabile welfare di Assiteca – ha finalmente dato voce alle richieste degli operatori del settore che negli ultimi anni si sono fatti portavoce delle istanze di imprese e beneficiari di piani benefit. Riteniamo apprezzabile l’intervento di raddoppio del limite fiscale ma resta doveroso fare delle valutazioni affinché si possano considerare ‘attuali’. Dapprima si dovrà certamente valutare la modifica dell’art. 51 comma 3 per estendere il nuovo limite di non imponibilità anche per il futuro e non solo per l’anno in corso. Contestualmente occorrerà una duplice valutazione: qualitativa per meglio definire il perimetro di ciò che è classificabile fringe benefit evitando quindi letture interpretative; quantitativa impostando il limite fiscale in ragione del contesto economico attuale, del potere di acquisto, mantenendo alto il focus sulla necessità di sostegno al reddito per le famiglie e il rilancio dell’economia del Paese».

D’altronde, se la contingenza dettata dal Coronavirus sembra (ma il condizionale rimane d’obbligo) in via di risoluzione, rimane molto cogente il problema del “post”. Perché una crisi economica e sociale come quella che si sta manifestando in queste settimane non può essere risolta con uno schiocco di dita né con un Recovery Fund che, per quanto generoso, non potrà bastare a soddisfare tutte le esigenze del Paese, come dimostrato dai progetti presentati dal governo che hanno una valore triplo rispetto ai 209 miliardi stanziati dall’Europa. È indubbio, quindi che «gli effetti sul mondo del lavoro avranno un impatto significativo per il futuro. Fatta eccezione per le aziende che per tipologia di attività e per cultura erano già strutturate per il lavoro agile e fortemente sensibili al benessere organizzativo, gran parte delle imprese sono state obbligate a ridisegnare gli spazi lavorativi, l’organizzazione, i modelli di gestione, gli strumenti e le tecnologie subendo il cambiamento come condizione necessaria e contingente». Il che imporrà, necessariamente, un cambiamento del perimetro di attuazione dei fringe benefit e un innalzamento delle soglie di non imponibilità per altre formule di welfare aziendale. Ad esempio, per l’acquisto di device elettronici che diventeranno sempre più parte integrante del lavoro.

Il perimetro tra ciò che è classificabile come fringe benefit va delineato puntualmente per evitare letture interpretative

Ultimo punto, l’assistenza sanitaria. «I benefit tradizionalmente più amati dai lavoratori – conclude Troilo - hanno subito un arresto dovuto certamente alle restrizioni per il contenimento del virus e al senso di incertezza sotto il profilo economico, psicologico e più in generale dello stato di salute, facendo strada a misure volte alla tutela della salute: dalle coperture rimborso spese mediche a quelle per il rischio di gravi patologie, ricomprendendo in queste ultime anche il caso Covid. Prezioso sarà poi l’ausilio delle nuove tecnologie, che hanno accelerato la telemedicina. Da questo punto di vista, l’assistenza medica da remoto risolve in sicurezza le necessità mediche più frequenti e di lieve entità, risparmiando tempo e agevolando anche i familiari anziani e più deboli. La strada affinché questo servizio arrivi nelle case di tutti gli italiani è lunga, ma l’impulso è stato dato e il primo riscontro che abbiamo avuto da parte delle aziende è già molto positivo». 

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