Sud Italia

Archiviare la narrativa del passato sul Sud che è storicamente indietro. L’obiettivo è sì ambizioso ma i numeri ci dicono che i presupposti per farlo ci sono tutti. “Se continuiamo a raccontare che c’è solo un divario tra il Mezzogiorno e resto d’Italia , senza individuare al contrario i punti di forza di questi territori, rischiamo di scoraggiare quei tanti giovani che invece possono formandosi nelle nostre Università restare qui”. A lanciare l’ammonimento, forte e chiaro, è Federico Pirro, presidente onorario CESDISM. L’occasione è a Roma, nella sede di Confindustria, dove è stata presentata la nona ricerca di SRM (società di ricerca facente capo al gruppo di Intesa San Paolo) in collaborazione con CESDIM (Centro studi e documentazione dell’industria nel Mezzogiorno).

Il capitale umano è cresciuto, ma c’è ancora molto da fare

Quella che ne esce è una fotografia chiara, con tante luci e qualche ombra. “Abbiamo cercato di porre l’accento su tre dimensioni: competenze, connessione e competizione”, spiega Salvio Capasso, responsabile imprese e territorio di SRM. Il primo elemento è il fattore umano: se è vero che l’industria meridionale può, certamente, contare un “capitale” di qualità, va anche evidenziato che, nonostante siano stati compiuti miglioramenti nell’area STEM, le difficoltà persistono. “La popolazione meridionale è meno istruita: basti pensare al tasso di abbandono scolastico che, nel Mezzogiorno tocca il 16%, mentre al Centro-Nord non va oltre il 10%”, recita il rapporto. Il trend non cambia se guardiamo alle percentuali sui NEET (Not in Education, Employment or training): 32,2% al Sud contro il 17,8% al centro Nord. A confermarci il quadro non certo roseo, sotto questo aspetto, è il professore Pirro: “A Bari negli ultimi dieci mesi sono giunte 10 multinazionali dell’ICT (Information Communication Technology) che cercano profili professionali come informatici e ingegneri informatici. Li trovano con grandi difficoltà, perché Università e Politecnico non ne formano a sufficienza rispetto alla domanda del mercato”.

Il nodo dolente della formazione e la crescita delle imprese innovative

Il problema, dunque, nonostante i miglioramenti, persiste e si chiama formazione. A questo tema è legato quello dell’innovazione dove, stavolta, i dati sorprendono.
Se, da una parte, infatti, i numeri evidenziano ancora le distanze del Mezzogiorno dal resto d’Italia (la diffusione delle imprese innovative al Sud si colloca al 48% ed è più lenta rispetto alla media nazionale del 56%), dall’altra parte, però, qualcosa si muove e va nella direzione di accorciare questo gap.
Dal 2014 ad oggi, infatti, nel Meridione, si registra una maggiore crescita delle imprese innovative (+52% contro il 34,4% della media nazionale), mentre dal 2019 ad oggi le start up innovative sono aumentate del 47,5% contro una media italiana del 38%. “E’ vero, sono imprese di piccole dimensioni”, ci tiene a chiarire Capasso ma è pur sempre “un segnale, un messaggio che ci fa capire la capacità di mettere in campo idee innovative nel Mezzogiorno”. “Il potenziale di innovazione, dunque, c’è ma è, troppo spesso, sottoutilizzato”, denuncia la ricerca.

Connessione fisica e digitale quale futuro?

Il secondo elemento – che il nono rapporto SRM – prende in esame è la ‘connessione’: prima di tutto fisica ma anche digitale. La competitività industriale, infatti, è legata a doppio filo con la logistica. Uno strumento oggi a disposizione per favorire questo connubio è, certamente, quello delle ZES (Zone economiche speciali). “La logistica deve essere integrata rispetto all’industria”, è il monito di Capasso. Nel Mezzogiorno, come spiega la ricerca d’altronde, il tessuto industriale è sempre più fortemente connesso con il resto del Paese ed è capace di generare un importante effetto moltiplicativo. Ce lo conferma un dato: investire 100 euro nel settore manifatturiero meridionale genera un notevole impatto economico sul Paese, pari a 493 euro a fronte del dato medio nazionale di 375 euro. Il dado è tratto: investire al Sud conviene, anche se non mancano le criticità da affrontare come il digital divide (le imprese italiane presentano ritardi nell’utilizzo di tecnologie come Cloud, Big Data ed e-commerce, afferma lo studio).

Necessario incrementare la densità di impresa

Il terzo ed ultimo elemento preso in esame dalla ricerca è la competizione. Qui il ragionamento si fa necessariamente più ampio: “Ciò che serve al Sud è una presenza industriale strutturata e più ‘densa’”. In altre parole, nel Mezzogiorno non mancano aziende con performances eccellenti al pari di quelle del Centro-Nord ma la differenza è sulle dimensioni delle stesse e sulla densità di impresa. Ecco perché diventa importante favorire gli investimenti produttivi e infrastrutturali per migliorare l’attrattività del territorio.
Le imprese meridionali sono consapevoli di queste difficoltà. In un survey condotto tra luglio e settembre 2022 , pubblicato nella ricerca, si evince che le previsioni di crescita degli investimenti in digitale, innovazione sostenibile e rapporti con la ricerca, al Sud, sono superiori rispetto alla media italiana. “C’è consapevolezza di un ritardo ma c’è anche voglia di recuperare”, spiega Capasso.
A confermare questa corsa all’innovazione e alla sostenibilità c’è un dato: il 44% delle imprese, ad esempio, intende investire nel prossimo futuro nella capacità di autoprodurre energia (contro il 37% della media nazionale). In altre parole, “le aziende nel Meridione sono sì più piccole, inserite in un contesto industriale meno ‘denso’ rispetto al Centro-Nord ma hanno le idee molto chiare”, chiarisce Capasso.

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“E’ un tessuto che ha acquisito una certa solidità e robustezza rispetto al passato. Il Sud è resiliente. C’è un Mezzogiorno che produce, che compete e soprattutto innova”, è il ragionamento di Federico Pirro, presidente onorario Cesdim che offre una panoramica sul tessuto manifatturiero del Meridione: “Il suo apparato vertebrale è costituito da grandi stabilimenti di comparti capital intensive come siderurgia, automotive, aerospazio, estrazione siderurgica, etc. Anche in regioni meno industrializzate come Calabria e Molise, ci sono realtà a tecnologia avanzata ed export oriented”, mette in evidenza Pirro che continua con la metafora del corpo per spiegare che “questa colonna vertebrale è ‘circondata’ da una robusta muscolatura costituita da centinaia e centinaia di piccole, medie e grandi aziende di imprenditori meridionali ma anche di altre regioni operanti in settori come alimentare, tessile-abbigliamento, calzaturiero, legno, lavorazione delle materie plastiche, meccanica leggera, materiali per l’edilizia etc”. Sono imprese che, come spiega bene lo studio, non fanno notizia nella grande opinione pubblica, soprattutto perché non producono beni di largo consumo ma “questo apparato – puntualizza Pirro – è una risorsa per l’intero Paese e consente di offrire ragionate speranze di occupazione ai nostri giovani che sono la risorsa più preziosa di cui disponiamo per il futuro”. “Sono aziende che hanno nel loro Dna la capacità di rapportarsi in maniera propositiva con il proprio territorio”, è la lettura di Vito Grassi, vicepresidente di Confindustria con delega alle politiche di coesione. La ricerca presentata da SRM in collaborazione con CESDIM è giunta alla nona edizione e risulta utile perché, come fa notare il presidente del Centro studi documentazione sull’industria nel Mezzogiorno, Paolo Ponzio, “serve fotografare la realtà ma – elemento ancora più importante – bisogna pensare a una sua evoluzione possibile”. “Nove anni fa , quando abbiamo realizzato il primo studio, parlare di un Sud che innova era impensabile”, spiega Massimo De Andreis, direttore generale SRM. Ora è tempo di togliere qualsiasi alibi: anche al Sud si può fare impresa.