Trasformare un’attività economica in una leva di sviluppo sociale e ambientale. È questa la sfida raccolta da Humana People to People, organizzazione internazionale che ha costruito un modello capace di coniugare efficienza gestionale e sostenibilità, con un impatto concreto per la comunità. Un approccio che oggi la colloca fra i principali player europei nel settore della raccolta e valorizzazione degli abiti usati, che, solo in Italia, nel 2025 ha consentito di raccogliere oltre 29mila tonnellate (140mila a livello globale) di tessili grazie alla collaborazione con amministrazioni locali, aziende multiservizi e grandi brand. Dietro i numeri c’è una realtà che opera con logiche imprenditoriali ma con finalità più ampie rispetto a quelle tradizionali. Humana, infatti, reinveste il valore generato per sostenere progetti sociali e ambientali in Italia e nel mondo. Una mission che oggi si traduce in una presenza in 49 Paesi, oltre 1.800 progetti di sviluppo attivi e circa 17 milioni di beneficiari raggiunti.
Si tratta di un’organizzazione nella quale il rigore amministrativo e finanziario rappresenta un elemento essenziale per garantire continuità e credibilità ai progetti sostenuti, come racconta Enrico Ribet, CFO e Legal Director di Humana Italia, che, dopo una lunga esperienza nella Guardia di Finanza e nel settore privato, è approdato in questa realtà aziendale che ha da sempre nel proprio Dna una forte attenzione all’ambiente e alla comunità di cui si considera parte integrante. «Le tre dimensioni della sostenibilità, ambientale, sociale ed economica», spiega il manager, «non sono per noi un concetto teorico, ma la bussola concreta con cui gestiamo struttura, risorse e impatto».
Le origini del progetto risalgono alla fine degli anni Settanta in Danimarca, dove un gruppo di giovani scandinavi, dopo alcuni viaggi tra Africa e Asia, comprese che la semplice donazione di beni non era sufficiente a generare sviluppo duraturo. Da quella intuizione nacque un modello in cui la raccolta e la valorizzazione degli abiti usati diventano il motore economico per finanziare iniziative nei campi dell’istruzione, dell’agricoltura, della salute e dell’inclusione socioeconomica. Nel tempo l’organizzazione ha costruito una filiera integrata che comprende raccolta, selezione, riutilizzo, riciclo e vendita dei capi. In Italia conta oltre 350 collaboratori, una rete di 21 negozi vintage e second hand in continua espansione e un portafoglio di attività che la distingue in un settore spesso frammentato, dove chi raccoglie non sempre è anche in grado di selezionare e valorizzare il materiale raccolto. La crescita di Humana si inserisce inoltre in un contesto in cui il tema della sostenibilità nel settore moda è diventato centrale. Il modello del fast fashion continua, infatti, a generare un impatto ambientale significativo, sia in termini di consumo di risorse sia per la crescente quantità di rifiuti tessili prodotti. Una parte dei capi immessi sul mercato presenta livelli qualitativi talmente bassi da rendere difficile sia il riutilizzo sia il riciclo. Non a caso, una quota del materiale raccolto non può essere recuperata e deve essere avviata a termovalorizzazione.
La vera sfida riguarda però il futuro. L’introduzione della responsabilità estesa del produttore nel settore tessile e la crescente attenzione delle istituzioni europee verso l’economia circolare stanno accelerando investimenti e sperimentazioni. In questa prospettiva Humana sta sviluppando progetti pilota con numerosi marchi della moda e collaborazioni industriali dedicate al riciclo chimico, meccanico e termico delle fibre. Tra le iniziative più interessanti figura anche la collaborazione con un nuovo impianto sperimentale a Novara, verso cui Humana si è impegnata a fornire le prime tonnellate di materiale da testare, destinato a mettere a punto nuove soluzioni per il recupero dei materiali tessili. Oltre all’innovazione, anche la trasparenza è fondamentale in Humana, che ha fatto della tracciabilità uno dei propri punti di forza in un comparto che negli anni è stato non di rado associato a fenomeni di gestione opaca dei rifiuti tessili. Ogni passaggio della filiera viene monitorato e documentato, consentendo di costruire partnership con aziende e marchi che richiedono processi verificabili e misurabili. I risultati confermano la solidità del modello: circa il 70% dei materiali raccolti viene riutilizzato, il 22% avviato a riciclo e solo una quota residuale destinata a termovalorizzazione.
















