salario minimo
Edgardo Ratti e Carlo Majer, co-managing partner di Littler Italia

Le recenti dichiarazioni di Francesco Milza, Presidente di Confcooperative dell’Emilia Romagna, che ritiene la contrattazione collettiva lo strumento migliore per garantire una retribuzione giusta ai lavoratori, riportano l’attenzione sul tema del salario minimo che continua ad animare il dibattito in Italia, con posizioni contrastanti tra le diverse parti sociali. Le opinioni si dividono tra chi vede nella misura una tutela necessaria per i lavoratori più fragili e chi teme ripercussioni negative sul mercato del lavoro.

Tutti d’accordo sulla necessità e urgenza di un’azione concreta per favorire una maggiore tutela della dignità del lavoro, a partire da Edgardo Ratti e Carlo Majer, co-managing partner di Littler Italia, che credono che “il rilancio del mercato del lavoro non possa prescindere dalla valorizzazione, anche a livello retributivo, delle professionalità e ciò in modo da assicurare non solo la dignità del lavoro ma anche la competitività delle aziende. In questo senso, auspichiamo che non debba essere il legislatore ad intervenire sul tema del salario minimo ma possano essere le parti sociali a portare avanti il dialogo mirato alla corretta valorizzazione delle professionalità dei vari settori. Rimane altresì auspicabile che invece il legislatore intervenga per quel che concerne il varo di maggiori agevolazioni fiscali e contributive per tagliare ulteriormente il costo del lavoro ed incentivare, ad esempio, lo strumento del welfare aziendale. L’economia e il business non possono permettersi di attendere tempi biblici ed occorre quindi che il sistema del nostro mercato del lavoro trovi presto soluzioni vincenti utili per assicurare la competitività delle aziende ed adeguare, al contempo, i salari al costo della vita laddove i primi siano palesemente sottodimensionati”.

Secondo i dati del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, la maggior parte delle aziende italiane già applica contratti collettivi con minimi retributivi più alti di quelli proposti per legge. Come sottolinea Attilio Pavone, Head of Italy di Norton Rose Fulbright, “dal punto di vista dell’effettivo impatto sul mercato del lavoro italiano, la discussa possibile introduzione per legge di un salario minimo sarebbe tutt’altro che una rivoluzione. La grandissima maggioranza delle aziende italiane, infatti, applica già ai propri dipendenti contratti collettivi che assicurano minimi retributivi più alti di quelli previsti nei disegni di legge fino ad oggi presentati. Tuttavia non va dimenticato che esiste comunque una minoranza di lavoratori non coperti dalla contrattazione nazionale o ai quali si applicano mini-contratti con retribuzioni ‘povere’, quando non addirittura contratti ‘pirata’ stipulati da organizzazioni sindacali di dubbia rappresentatività. Quindi in definitiva l’introduzione del salario minimo per legge, pur non essendo decisiva, non sembra una misura inutile, soprattutto nel settore delle cooperative, in cui andrebbe anche tutelato il lavoro dei soci lavoratori che in alcune realtà sono di fatto dei dipendenti mascherati”.

La più recente pronuncia in tema di equa retribuzione e salario minimo è la sentenza 2573/24 della Cassazione che condanna un’azienda agricola per sfruttamento con una retribuzione media di 3 euro l’ora per giornate lavorative di 9 ore. Giulietta Bergamaschi, co-founder dello studio legale Lexellent, evidenzia come “una condizione salariale tale da determinare un reddito al di sotto della soglia di povertà non può essere ritenuta in linea con il dettato costituzionale, ma il problema, in realtà ha sfaccettature molto più complesse. Secondo alcune opinioni una legge sul salario minimo andrebbe approvata, secondo altre tesi ciò ingesserebbe il sistema Paese e potrebbe portare a degli squilibri correlati al diverso costo della vita in differenti aree geografiche. Quello che oggi, concretamente si può utilizzare cercando di contemperare gli interessi delle imprese e dei lavoratori, è la contrattazione collettiva aziendale e territoriale, strumento attraverso il quale alcune vicende che avevano richiesto l’intervento della procura si sono, di fatto risolte. Nel frattempo, in attesa di una soluzione definitiva, prevediamo un forte aumento del contenzioso sul tema”.

Della stessa opinione Giorgio Manca, Partner, Co-Head of Employment di DWF Italy, che vede nella legge sul salario minimo una sconfitta per la contrattazione collettiva. “E infatti – sostiene l’avvocato – la Costituzione (art. 39) demanda proprio alle organizzazioni sindacali (e non al legislatore) il ‘presidio’ sulle tutele minime dei lavoratori (anche in termini retributivi). In base ad una specifica previsione – rimasta inattuata per ragioni ‘politiche’ – i sindacati avrebbero potuto ottenere la personalità giuridica e firmare, sulla base di un principio di rappresentatività legata al solo numero di iscritti, contratti collettivi con efficacia generalizzata nel settore di riferimento (evitando così il proliferare di contratti collettivi con tutele inferiori, siglati spesso da sindacati minori). Insomma, ora che sembra essere apparentemente risolta anche la questione del principio di rappresentanza (da connettere non solo al numero degli iscritti, ma anche al risultato delle elezioni delle RSU), dopo quasi 80 anni, mi sembra che sia arrivato il momento per dare attuazione al dettato costituzionale, lasciando ai sindacati maggiormente rappresentativi il giusto ruolo che la stessa carta costituente attribuisce loro”.

“Non deve stupire che dal mondo delle cooperative si levi una voce contraria all’introduzione del salario minimo in Italia – commenta Federico Torzo, Partner dello studio legale Ughi e Nunziante, che esprime la preoccupazione del mondo delle cooperative per il possibile impatto negativo del salario minimo sulla contrattazione collettiva – Se da un lato il salario minimo è ritenuto una misura di tutela dei lavoratori, dall’altro lato si teme che esso possa avere ripercussioni negative sia sull’aspetto propriamente retributivo che sulla rilevanza della contrattazione collettiva. L’introduzione del salario minimo potrebbe, infatti, creare una strategia al ribasso per quelle aziende che applicano oggi una paga base superiore al salario minimo e che sarebbero tentate di sostituire la paga base prevista dalla contrattazione collettiva con l’importo del salario minimo. Si rischierebbe poi di svuotare ulteriormente di significato la contrattazione collettiva che, stante l’inapplicabilità dell’articolo 39 della Costituzione, ha assunto il proprio punto di forza precisamente nella determinazione del trattamento retributivo, essendo i contratti collettivi, – secondo i principi adottati dalla giurisprudenza -, a stabilire quale sia il salario minimo maggiormente conforme all’articolo 36 della Costituzione per ogni categoria di lavoratori.”

In conclusione, il dibattito sul salario minimo in Italia rimane aperto e complesso: la scelta dipenderà dalla valutazione dell’impatto potenziale sul mercato del lavoro, tenendo conto delle esigenze di tutelare i lavoratori più vulnerabili e di preservare il ruolo della contrattazione collettiva.