Ci sono due giovani mamme lavoratrici che partecipano al dibattito in piedi, cullando i loro bimbi di pochi mesi: Maria Chiara col piccolo Giovanni e Chiara con la piccola Maddi. 

C’è Marco Saporiti, 27 anni, che con i suoi piercing non immagineresti curatore della mostra sul lavoro del Meeting, e ti accorgi di quanti luoghi comuni sopravvivano nel terzo millennio. Ci sono una ventina di giovani di età media tra i 25 e i 30 anni, tutti lavoratori, le cui domande formano il cuore della mostra “Ognuno al suo lavoro”, al Meeting dal 20 al 26 di agosto, che discutono e esprimono idee. 

C’è Giorgio Vittadini, per tutti “Vitta”, che quando l’entropia supera il livello di guardia riprende le fila del discorso con idee chiare e voce stentorea. SInterno-notte in un oratorio della periferia milanese in una calda fine luglio. La mostra è in fase di preparazione e c’è bisogno di mettere a punto la sua struttura definitiva. Fuori dalla saletta i ragazzi del Clu (Cl Universitari) della Bovisa festeggiano alcuni amici che si sono laureati in ingegneria cantando a squarciagola canti popolari: Chi è che dis ch’el vin el fa mal, E col cifolo del vapore, Romagna mia… Anche i piccoli Giovanni e Maddalena vogliono far sentire la loro voce, il risultato è un clima di festosa e un po’ chiassosa condivisione adatto per affrontare con il giusto piglio la nuova, complessa sfida del lavoro. Come dice Vittadini, «ognuno di noi racconta la sua esperienza di battaglia nel mondo del lavoro. Battaglia che ci rende uniti».

Anche i piccoli Giovanni e Chiara vogliono far sentire la loro voce, il risultato è un clima di festosa e un po’ chiassosa condivisione

Rompe il ghiaccio, aiutata dalla temperatura, Miriam: «Ho studiato economia e dopo due stage ho iniziato a lavorare in una società di consulenza. Poi ho vinto un bando del ministero degli Affari Esteri e sono andata nel Montenegro con l’Onu. Sono stata lì un anno, poi con il mio ragazzo abbiamo deciso di sposarci e sono tornata. Quello in Montenegro pensavo fosse il lavoro della mia vita ma si è rivelato un po’ deludente, anche se tuttora penso che come contenuto fosse quello che volevo fare… Ma rispetto alla mia formazione ho pensato: voglio di più. Ora lavoro in un’altra società di consulenza».

Interviene Vittadini: «altro che bamboccioni! Lei per verificare è andata un anno in Montenegro!». «Quel che vedo è che ci viene chiesto sempre di più in termini di competenza, e questo credo sia un aspetto positivo. Sei spinto dal contesto a imparare continuamente, a specializzarti, anche a viaggiare: è una grandissima apertura che ci viene data e che prima non c’era. D’altro canto ci viene richiesto tantissimo, una dedizione quasi totale! A me rimane una grande curiosità, voglia di imparare, di mettermi alla prova, però penso che comunque il lavoro abbia anche un suo costo e dovrebbe avere una sua dimensione, mentre oggi si prende tutto» conclude Miriam. «L’acqua sì che fa male, il vino fa cantar» si intona all’oratorio in onore dei neolaureati, e prende la parola Andrea, portavoce degli startupper senza macchia e senza paura: «Sono ingegnere civile, lavoro in una società di consulenza in ambito Oil & Gas. Un anno fa insieme a degli amici abbiamo fondato una startup nell’ambito del digital healthcare, partendo da un team di 3 persone poi allargato. Siamo seguiti da un incubatore, abbiamo coinvolto una società di elettronica in modo da sviluppare il prodotto, l’abbiamo prototipato e siamo nella fase di ricerca degli investitori per andare sul mercato. Si tratta di un prodotto che si inserisce sotto al letto per monitorare battito cardiaco, respirazione, qualità del sonno e peso, attraverso sensori simili a dischetti, sfruttando la differenza di peso e pressione tra testa e piedi». 

Interviene “Vitta”: «Andrea è sposato da pochi mesi, sua moglie adesso è in Indonesia, mandata dall’azienda di design per cui lavora a prendere in carico un cliente, una banca». Non una coppia ordinaria, si intende… Mentre fuori si canta «E col cifolo del vapore, la partenza de lo mio amore», interviene mamma Maria Chiara, che continua a cullare il piccolo Giovanni: «sono ingegnere e lavoro alla Snam, sono stata assunta poco dopo la laurea con un programma di formazione di 3 anni basato sulla mobilità funzionale e geografica. Ho fatto un anno e mezzo a Bari, dove ho lavorato nella costruzione delle reti dei metanodotti, poi uno a San Donato, nei pressi di Milano, dove mi sono occupata della gestione delle reti in un ambito territoriale grande circa come la Lombardia. Dopo un terzo anno di formazione sono diventata mamma di Giovanni, l’esperienza più formativa di tutte. Sono prossima a rientrare, non so di che morte morirò perché di fatto non appartenevo a nessun ambito aziendale…».

Non tutti hanno le capacità e la preparazione di questi giovani,ma come dice vittadini, “Chi ce la fa, può aiutare chi rimane indietro”

Tocca a Lorenzo, un altro startupper: «ho studiato design di prodotto, e iniziato a lavorare come designer in uno studio a Milano. Poi però ho ripreso il mio progetto di tesi e dopo quasi due anni ho deciso di investirci tutto, perché ho vinto un concorso nazionale abbastanza grosso che ci ha portato un po’ di soldi. Abbiamo iniziato a lavorarci full time, abbiamo fondato la società, e ora dovremmo uscire sul mercato. Facciamo una macchina utensile per lavorazioni piane su materiali morbidi, legno e plastiche».

E se qualcuno avesse ancora l’idea che la flessibilità richiesta dal lavoro è sempre subita e mai agita, eccogli servita la storia di Federica, mentre all’oratorio si intona «Romagna mia»: «lavoro in una società di consulenza, dove mi occupo di digital marketing, in cui mi sono specializzata in Bocconi: la fantastica bolla del digital. Sono affetta da malattia di cambiamento del lavoro repentino. Ho cambiato 4 lavori nel giro di 3 anni, tutti in meglio tendenzialmente. Ho lavorato un po’ all’estero, sono andata a Los Angeles perché volevo vedere gli Stati Uniti, lì ho lavorato in una grande azienda alimentare italiana, in una multinazionale di prodotti per la cura del corpo, in un’altra multinazionale informatica. Vengo contattata almeno una volta alla settimana da un head hunter». Perché partecipare a una mostra sul lavoro che diventa percorso, quando si ha una simile capacità di balzare da una multinazionale all’altra in men che non si dica? «Ho molti compagni di scuola nella mia città, Forlì, magari laureati in lettere, che fanno fatica. Uno dei miei più cari amici, quando ho cominciato la mostra, aveva perso il lavoro e mi diceva: mi sono reso conto di quanto sia decisivo nella giornata il fatto di lavorare. Mi interessava fare questa mostra per avere uno sguardo di più ampio respiro» dice Federica. Non tutti  hanno la capacità e la preparazione di questi giovani. Ma come dice Vittadini, «se qualcuno ce la fa, allora può aiutare chi rimane indietro».