di Umberto Capelli *

Il «Piano Mattei», ideato dal governo italiano, è un progetto più che condivisibile. «Aiutiamoli a casa loro», però, non deve restare uno slogan. Deve tramutarsi in opere. E deve farlo presto, anzi subito, perché lo impone una gara contro il tempo e contro avversari agguerriti. Negli ultimi anni, buona parte dell’Africa è caduta sotto l’influenza politica ed economica di Cina e Russia, mentre Europa e Stati Uniti non hanno fatto molto per aiutare il progresso dell’Africa più povera.

Battere la concorrenza delle grandi autarchie è strategico anche perché in Africa le impese cinesi costruiscono strade e ponti, ospedali e aeroporti, e in cambio strappano il diritto di sfruttare risorse locali. Ma gran parte delle infrastrutture «made in China» vengono realizzate male, tanto che diventano fatiscenti in poco tempo. Lo sfruttamento delle risorse in cambio di opere, inoltre, è stato spesso favorito dal bisogno e garantito dalla corruzione. Molti Stati africani, invece, stanno cercando di crescere con regole nuove, più democratiche e corrette. Per aiutarli davvero, però, è necessario mettere i loro governi nelle condizioni di poter scegliere tra chi corrompe e poi sfrutta, e chi invece cerca di lavorare meglio e più onestamente, e dispone anche di tecnologie più avanzate.

Il «Piano Mattei», insomma, arriva al momento giusto e va nella direzione giusta. Eppure non corre. Perché gli manca concretezza. Quello che sembra essere stato dimenticato, per esempio, è che un progetto così ambizioso ha senso solo se offre risposte concrete ai bisogni primari dell’Africa. Il Piano, invece, pare non considerare che molti degli abitanti del Continente al momento hanno due grandi necessità: una casa in cui vivere e un lavoro per sostentarsi. Noi italiani dovremmo ricordarlo bene, perché nel Dopoguerra l’edilizia fu il vero motore della nostra crescita.

Oggi è esattamente così in gran parte dell’Africa, a partire dal Senegal, un Paese che conosco bene. Il governo di Dakar ha lanciato un «Piano per l’emergenza» che ha l’obiettivo di creare 100.000 case, che equivalgono a 100.000 posti di lavoro, e quindi il sostentamento per 500.000 persone (su un totale di 17 milioni di abitanti). Il «Piano Mattei» sembra essere fatto apposta per il Senegal, e potrebbe dare una risposta fondamentale. Ma la rapidità di risposta è fondamentale: lo è per le necessità del Senegal così come per quasi tutto il resto dell’Africa.

Al contrario, il «Piano Mattei» non riesce ad applicarsi a questo tipo di iniziative perché sembra ignorare che molti imprenditori hanno già progetti o iniziative che potrebbero diventare operative molto velocemente, in certi casi anche in pochi giorni. Il problema è che questi imprenditori non hanno nemmeno accesso al sostegno dello Stato italiano, perché continua a misurare la validità dei progetti basandosi sulle condizioni dei promotori.

Mi spiego meglio: nessuna start-up può presentare tre bilanci consolidati da analizzare, così come nessuna iniziativa sviluppata sulla base delle risorse dei soci potrà mai avere bilanci «premiati» da una tripla A. Molte iniziative, molti progetti, possono però sottoporre al vaglio delle istituzioni italiane i loro business plan e i contratti già sottoscritti. E molti di questi progetti e di queste iniziative potrebbero produrre effetti importanti in tempi brevi, con la creazione di migliaia di posti di lavoro. Servirebbe meno burocrazia, insomma, e una buona dose di elasticità in più. Lo Stato italiano ha le sue agenzie per lo sviluppo estero e ha straordinarie competenze: le usi per valutare anche le proposte dei piccoli e medi operatori. E il «Piano Mattei» si metterà a correre.

(*) Umberto Capelli è un noto architetto milanese, progettista di strutture importanti come le stazioni della linea 3 della Metropolitana di Milano, e di infrastrutture internazionali tra cui l’ampliamento dell’aeroporto di Bucarest.