Il punto centrale non è il “quanto”, ma il “perché”. Come succede a tutti quei fenomeni il cui trend ha preso la rincorsa e ormai stabilmente conosce una sola direzione: crescere. Il comparto del private debt – che nel 2021 ha superato in Italia la soglia dei 2 miliardi e 200 milioni di euro, quasi raddoppiando il valore dell’anno precedente, e che con la sola raccolta si è attestato a quota 987 milioni crescendo del 79% a fronte dei 551 del 2020 – è uno di questi. Parente – ma non fratello minore – del minibond, mette d’accordo tutti: le aziende trovano un modo per finanziare la propria operatività senza ricorrere al tradizionale canale bancario; gli investitori, alla ricerca dell’interesse perduto, sono motivati ad attivare strumenti di natura obbligazionaria senza ricorrere ai più rischiosi fondi high yield (che per meccanica e andamenti sono più simili alle azioni che ai bond, in particolar modo per le violente oscillazioni a cui sono sottoposti); le banche che non amano sostenere progetti con una leva elevata. Questi dati – che emergono da un report di Deloitte per Aifi – sono relativi alla cosiddetta componente core: «Con questa espressione, se parliamo di private debt – spiega ad Economy, Andrea Azzolini, partner del Financial Advisory di Deloitte – si intende l’attività degli operatori che agiscono nel comparto del debito privato, ad esclusione delle piattaforme di digital lending, dell’attività di distressed debt (sia single name sia relativa a pacchetti di crediti Utp) e degli investimenti indiretti (con particolare riferimento ai fondi di fondi)».

Ma, facciamo un passo indietro. Con la locuzione private debt si fa riferimento a tutte quegli strumenti di investimento di natura obbligazionaria emessi da società non quotate sui mercati regolamentati. Un investimento alternativo, appunto, rispetto alle tradizionali asset class come azioni e obbligazioni quotate. «È uno strumento molto interessante che nasce proprio per superare il “bancocentrismo” ed il cui pregio maggiore è senz’altro la flessibilità», sottolinea ancora Azzolini. Si tratta di vere e proprie obbligazioni emesse dalle società che non hanno accesso ai mercati quotati per finanziare investimenti strategici. Della categoria fa parte anche il direct lending, ossia l’attività di concessione di finanziamenti da parte di istituzioni non bancarie ad aziende non quotate. In particolare, i fondi di private debt investono in questa tipologia di obbligazioni e concedono prestiti a piccole e medie imprese non quotate per finanziarne i piani di sviluppo.

Il vantaggio? Attraverso un fondo di private debt l’investitore accede ad un mercato meno volatile di quello obbligazionario tradizionale caratterizzato, però, da un rapporto rischio-rendimento decisamente più interessante. «In effetti – sottolinea Azzolini – il senso di questo strumento risiede proprio nel concetto di equilibrio tra un accettabile profilo di rischio e un giusto tasso di interesse. Senza considerare che una banca difficilmente sosterrebbe aziende con livelli di leva importanti».

Da dove arrivano questi capitali? Mentre nel 2020 a fare parte del leone sono state le compagnie assicurative investendo una somma pari al 46% della raccolta totale (poco meno di 500 milioni di euro), nel 2021 sono stati invece gli investitori individuali a investire più di tutti. «Il segnale è chiaro – prosegue il manager Deloitte – il mercato dimostra di apprezzare questo strumento. E il dato è avvalorato anche dalla crescita nel 2021 del numero di operatori attivi che salgono a 33 dai 28 dell’anno prima. Sarà anche per una questione di rendimento: nel 2021 si è attestato al 4,67% – in crescita rispetto all’anno precedente in cui questo tipo di investimento ha reso mediamente il 3,77% – a fronte di una durata media di 5 anni e 8 mesi (nel 2020 è stata quattro mesi in meno). E di spazio per crescere ce ne è eccome. «Il private debt è una esperienza importata dal mondo anglosassone. In UK – che è il mercato di riferimento per questo strumento e dalla cui esperienza stiamo cogliendo il meglio – il 50% dell’operatività delle aziende è finanziato da strumenti di alternative finance. In Italia siamo intorno al 5%. In questo caso le ridotte dimensioni di questo segmento non costituiscono un minus ma un’opportunità, perché i fondi trovano appetibile investire in Italia. Anzi, gli stessi si stanno attrezzando per catturare gli investitori individuali come successe a suo tempo per i Pir». A differenza della tradizionale obbligazione, trattandosi di investimento in strumenti di società non quotate, non esiste un mercato di negoziazione. Questo significa che l’investitore non potrà procedere al disinvestimento prima della naturale scadenza degli strumenti contenuti nel fondo di private debt (la durata media si attesta intorno ai 6-7 anni e questo è un oggetto elemento di rigidità).

Un po’ di numeri. Il principale driver della raccolta nel 2021 sono stati gli investitori individuali, il cui contributo nel 2020 era quasi irrilevante. Le operazioni andate a buon fine sono state 275, in crescita del 28% sullo scorso anno, ed hanno interessato 142 società. Cosa ci racconta il dato? «Che questo strumento – continua Azzolini – viene riconosciuto sempre più dal mercato come interessante, è un dato. E a confermarlo c’è anche la divisione wealth management delle banche che offrono questo strumento come una opportunità di diversificazione per gli investitori». E che, tra l’altro, quasi in maniera sovrapponibile a quella del Pil italiano, disegna una curva che segue negli alti e nei bassi l’andamento della ricchezza nazionale: nelle regioni più ricche c’è un maggior ricorso a questo strumento. Lombardia (che da sola cuba quasi il 40% del totale investito in questo strumento), Veneto ed Emilia Romagna a guidare la classifica. Nel complesso sono state interessate 124 società italiane e 16 oltre confine. Ma il dato che illumina ancora meglio la tendenza in corso e la sua forte valenza sull’economia reale è che il 56% di queste sono Pmi. Il cuore di questo strumento – forse – è tutto qui. E non solo del private debt. Perché anche i minibond e i Pir sono orientati alle aziende che hanno lo spirito di Golia ma le dimensioni di Davide.