Prima o poi doveva scoppiare. La guerra globale tra Cina (con i suoi alleati e fiancheggiatori, tutti Paesi del cosiddetto Grande Sud del mondo Brics compresi) e Stati Uniti per il controllo di Internet, la piattaforma che da un quarto di secolo mette in contatto Stati aziende e persone (oltre quattro miliardi), è cominciata ufficialmente ai primi di novembre dell’anno scorso alla 10° Conferenza mondiale di Internet (Wic, World Internet Conference) a Wuzhen, Cina meridionale, quando di fronte a più di ottomila delegati il segretario generale del partito comunista Xi Jing Ping, ha dichiarato che le vecchie che (ancora) regolano il web «non sono più accettabili in un mondo in cui è diventato indispensabile rispettare la sovranità degli Stati anche nel cyberspazio e  pensare nuovi modelli di governance di Internet».

Che si tratti di modelli palesemente illiberali come quello russo che dal 1° marzo 2023, da quando è entrata in vigore la nuova legge denominata burocraticamente “Informazione, tecnologie dell’informazione e protezione dell’informazione”, impedisce l’accesso ai principali social della rete come Facebook, Instagram e WhatsApp, Twitter (ora X), Snaptchat e i principali siti di informazione come Bbc News e Euronews, o come quello iraniano che blocca siti e messaggerie istantanee dalla morte in carcere della studentessa Masha Amini (settembre 2022), ovviamente poco importa al regime di Pechino che, infatti, si è creata la sua organizzazione per la governance del Net che solo in Asia conta quasi tre miliardi di internauti, il numero più alto al mondo. Ed è proprio qui la sua forza.

Ma qual è il vero obiettivo della Cina e dei suoi alleati “sovranisti” in una fase storica particolarmente delicata con l’esplosione delle connessioni ultraveloci, i nuovi protocolli G5 e G6, la cybercriminalità, la blockchain, l’Intelligenza artificiale? L’obiettivo è mettere in crisi e quindi smantellare la governance tecnica di Internet che da oltre un quarto di secolo,  – da quando la rete nata come si sa per mettere in comunicazione i computer del Pentagono in caso di guerra – è nelle mani della società americana Icann, Internet Corporation for Assigned Names and Numbers, azienda non profit – va detto – che ha sede a Playa Vista, tra i grattacieli di Los Angeles, California, e che si occupa essenzialmente di attribuire e gestire gli indirizzi e i nomi dei diversi domini, vale a dire .com, .net, .org, .info e gli indirizzi dei singoli Stati (per dire, .it  per l’Italia, .ru per la Russia e così via).

Per far questo Icann si serve di 13 server (chiamati in gergo “radici”) distribuiti in diversi Paesi del mondo e della collaborazione di un’altra società quotata a Wall Street, la Verisign, che mette a disposizione due server potentissimi destinati essenzialmente alla gestione dei domini .com e .net. Il sistema, insomma, è saldamente nelle mani degli americani che regolano il funzionamento della “rete delle reti” grazie a tre convention annuali nel corso delle quali si consultano tutti i gestori di Internet pubblici e privati (Stati, organizzazioni, istituzioni, tecnici, università, etc.) secondo un modello che l’attuale Pdg di Icann (Sally Costerton, una signora che arriva da Hill&Knowlton e che guida un migliaio di dipendenti distribuiti in 33 Paesi) definisce “bottom up” (dal basso verso l’alto), per dire che l’azienda tiene conto di tutte le segnalazioni che arrivano dalla multiforme comunità internettiana e soprattutto dai tecnici informatici.

Ma è proprio questo modello, che mette al centro gli scienziati americani, che non piace più alla Cina, alla Russia, all’Iran ma anche all’India e al Brasile (e fra poco dovremo aggiungerci anche l’Argentina del nuovo presidente Milei, “el loco”, il pazzo), tutti Paesi che hanno trovato un alleato (non certamente insperato) nell’Onu del portoghese Antonio Gutierrez che al Forum internazionale di Internet che si è svolto a Tokio un mese prima della grande assise cinese di Wuzhen ricordata prima, ha fatto la sua brava dichiarazione terzomondista dicendo che «bisogna lavorare per colmare i ritardi in materia di connettività e di governance informatica con un approccio fondato sulla cooperazione numerica e i diritti dell’uomo». Un modo diplomatico per dire agli americani di farsi più in là mentre la comunità internazionale comincia a costruire un modello di governance internettiana basata su tre assi, i governi, le aziende private e la società civile. In questo modo il peso tecnologico americano, basato sulle competenze dei mille esperti e scienziati di Icann, verrebbe diluito all’interno del “terzo pilastro”, quello della società civile.

C’è da chiedersi – piccolo problema – se questo nuovo modello “onusiano” riuscirà a “proteggere l’interoperatività mondiale di Internet” che è la mission di Icann così come si legge nei documenti fondativi della società. Ma non è questa la vera preoccupazione di chi vuole semplicemente “far fuori” gli americani. Soprattutto in una fase storica come l’attuale in cui Internet, come tanti altri strumenti della globalizzazione, è in via di frammentazione accelerata (il giudizio qui sintetizzato è di Julien Nocetti, esperto di geopolitica e analista…

di Biga Data all’Istituto francese di relazioni internazionali, una sorta di Ispi parigino) e il confronto tra Cina e Usa è diventato incandescente già in seno all’Uit, Unione internazionale delle telecomunicazioni, un’agenzia Onu, da quando il suo segretario, Houlin Zhao, un ingegnere cinese emigrato in Usa, alla guida dell’agenzia dal lontano 2015, è stato sostituito dall’americana Doreen Bogdan-Martin, prima donna alla testa dell’Uit.

L’agenzia ora dovrà risolvere il problema tecnico più importante di Internet dei prossimi anni: il passaggio dal protocollo informatico Ipv4 (che oggi gestisce 4,3 miliardi di indirizzi a 32 bits) al protocollo Ipv6, quattro volte più potente, capace di reggere 4 miliardi di indirizzi a 128 bits. La partita non è solo tecnica, ovviamente. Pechino ha già fatto sapere che vuole essere “100% Ipv6” entro il 2030 e che considera le nuove opportunità Internet come la “Nuova via della seta”. Per dire, il colosso delle telecom Huawei (messo ai margini dei mercati occidentali per l’accusa di utilizzare il G5 per fare spionaggio industriale) ha già promosso il protocollo Ipv6 alla recentissima fiera delle telecomunicazioni di Shenzen.

Il rischio, si capisce, è che Internet a egemonia cinese limiti la libertà di espressione in nome della “sicurezza nazionale” (l’intervento di Xi Jingping al Forum di Wuzhen va letto in questa chiave). Perfino l’Unesco si preoccupa e la sua direttrice generale, la francese Audrey Azoulay, ha già annunciato che a giugno prossimo convocherà a Parigi la prima Conferenza mondiale dei regolatori. Prima che l’Onu (che sappiano come la pensa) organizzi il Summit mondiale sulla società dell’informazione (Smsi) a settembre 2024.

E nel frattempo? Internet, scrive il quotidiano Le Monde, è “au bord de l’implosion”.

Forse è il momento giusto per ripensare il web e rimettere a posto “La Macchina del caos” come Max Fisher, il grande columnist del New York Times che si occupa dei trend globali nella sua rubrica “The Interpreter”, ha definito Internet (è anche il titolo di un saggio pubblicato in Italia dalle edizioni Linkiesta) a causa soprattutto degli effetti perversi dei social sugli individui e sulle società. Ma un Internet a trazione cino-sovranista sarebbe peggio, molto peggio. Bisognerà che l’Occidente ci pensi per tempo, prima che la guerra globale per il controllo di Internet si concluda con la vittoria di Pechino.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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