Del nuovo ruolo della donna s’è detto di tutto. E  l’uomo, allora? Anche lui interpreta un nuovo ruolo. Ma quale? Mica Macho, un’associazione di promozione sociale, si pone come obiettivo, appunto, quello di ragionare in maniera comunitaria e collettiva sul significato dell’essere uomini e sugli stereotipi e ruoli di genere connessi. «Il nostro obiettivo è di creare un movimento massivo che rivendichi il proprio modo di vivere il maschile», spiega a Economy Lorenzo Mattiello, Communication Expert dell’associazione. Con l’associazione, che lavora sia online sia dal vivo attraverso creazione di contenuti online, eventi e workshop dal vivo, laboratori di formazione aziendale e coinvolgimento delle persone attraverso gruppi di autocoscienza, Economy ha voluto sfatare gli stereotipi al maschile.

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«Fai vedere chi porta i pantaloni!»

Cosa c’è di bello nell’essere uomini? Sembra più una gabbia dorata che un’avventura appassionante. Nella narrazione del maschile l’unica cosa appetibile è il potere di avere potere, ma solo se segui le regole di un gioco violento e autodistruttivo, che comincia con il “mettersi i pantaloni”. Devi indossare l’uniforme per farti riconoscere, devi “mostrare chi comanda”. Questo riguarda come ti vesti, come ti muovi, come parli, tutto deve esprimere il potere di imporsi. Nel lavoro questa attitudine emerge ancora più chiaramente: gerarchie, prevaricazioni e imposizioni sono le modalità in cui dobbiamo mostrare la nostra virilità in azienda. In fondo la realtà è ancora molto militare: dobbiamo fare i bravi soldatini, pronti a combattere per tutto e a combattere tutti. Per compensare il disturbo post-traumatico di questa guerra ci rifugiamo nell’odio verso noi stessi e gli altri, nelle dipendenze e nelle scorciatoie retoriche che cercano un capro espiatorio a cui attribuire la responsabilità. Quello che non facciamo mai è scavarci dentro.

La sociologia e la psicologia legano il problema del genere maschile a una concezione pubblica di sè alla difficoltà di esplorarsi, di ascoltarsi. Come puoi guardare o mostrare le tue fragilità se devi incarnare il potere stando sull’attenti? Bisognerebbe imparare a soffrire senza avere la possibilità di contrattaccare. Questo sì che è un potere, si chiama resistenza. Che pesantezza, vero? Eppure dipende anche da noi che siamo nati maschi: dobbiamo essere i primi a dire “no” quando riceviamo la divisa in cambio dell’emotività. Magari non ci siamo riusciti da piccoli, non importa. Ogni momento è il momento giusto per farlo.

La cosa che mi fa incazzare è che i nostri padri e nonni non hanno fatto niente per cambiare le cose, anche quando la guerra – quella vera – era finita. Mia nonna mi racconta di come suo suocero la chiamava “troia” quando “si intrometteva” nei discorsi. Mio nonno non la difendeva, perché sarebbe stato un affronto a suo padre. La risposta era sempre: “mostra chi porta i pantaloni”. Forse ai loro tempi non è stato possibile fare diversamente, ma adesso io voglio solo togliermi questi maledetti pantaloni e correre con il culo al vento. Che lo vedano tutti, chi se ne frega, il potere assoluto non lo voglio.

«Devo portare il pane a casa»

L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Quando la Costituzione è stata scritta il mondo del lavoro era diverso. Nonostante evoluzioni e conquiste ci portiamo ancora dietro gli strascichi di quell’universo valoriale che collega il lavoro al maschio. Il lavoro non è solo strumento di autodeterminazione, ma anche mezzo per sostenere i nostri cari. In una società ancora basata sulla famiglia – o comunque sulla coppia – viene dipinto come una mansione. Un ruolo ben delineato, quello di chi “porta il pane a casa”. L’immagine della donna come madre che cura il focolare e l’uomo come patriarca che con il suo sforzo sostiene e sfama la famiglia.+ Questo stereotipo, oltre che danneggiare le donne nel mondo del lavoro, ha un effetto negativo anche sugli uomini. Ogni bambino cresce con la responsabilità latente di dover mantenere una famiglia, un giorno. Molte delle scelte formative e di lavoro sono intaccate da questa pressione. Gli uomini vivono una costante spinta al guadagno proprio perché schiacciati da una responsabilità affibiatagli senza consenso. Ansia, frustrazione, insoddisfazione che crescono quando in cui non possiamo permetterci di pagare una cena alla nostra partner o al nostro partner. Quando ci sentiamo dei falliti per non poter fare un viaggio con gli amici. Quando ci suicidiamo per aver perso il lavoro. E se un uomo non lavorasse? Riusciamo ad immaginarci una coppia in cui c’è un casalingo? A vedere un uomo in maniera positiva anche se disoccupato? Se nostro padre perdesse il lavoro e si mettesse a fare le faccende domestiche, come lo vedremmo? Se il nostro compagno fosse disoccupato e decidesse di occuparsi della casa, come la prenderemmo?

Che poi, l’immagine del “portare il pane a casa” è maschile, ma quando ci immaginiamo una persona in cucina che magari quel pane lo prepara e lo cuoce è quasi sempre la donna. A questo punto, facciamo un bel panino di genere e di ruoli. Smettiamo di suddividere le mansioni basandoci sul sesso di una persona, condividiamo le abitudini quotidiane, eliminiamo la responsabilità. Il lavoro deve essere un atto libero, non roviniamolo.

«Tira fuori le palle!»

È di fronte alle sfide che i veri uomini si fanno avanti e tirano fuori le palle.Sarà forse per questo che, quando siamo in difficoltà, di fronte a una richiesta di aiuto o a una situazione delicata, il consiglio che ci diamo è quello di tirar giù i pantaloni e prendere in mano la sacca che abbiamo in mezzo alle gambe? È evidente che non si tratta di un’affermazione propriamente logica. Vorrebbe dire altrimenti che la nostra persona e la nostra relazione con il mondo circostante si fonda, di fatto, sulle dimensioni dei nostri testicoli. È d’altro canto vero che il linguaggio che usiamo è ciò che determina il modo in cui facciamo esperienza del mondo. In quanto uomini ci portiamo dietro dalla notte dei tempi l’idea che ogni sfida che affrontiamo nella vita, anche quella più piccola e quotidiana, possa essere narrata come una lotta, uno scontro bestiale il cui scopo è solamente sopraffare e uscirne vincitore. Storicamente sono proprio gli organi genitali maschili ad essere i protagonisti per eccellenza di questa narrazione: i testicoli sono culturalmente connessi alla procreazione e all’autorevolezza, mentre il pene alla prevaricazione e al potere. “Tira fuori l’istinto e non la ragione, combatti con i coglioni al vento perché non conosci dolore, a cazzo duro è l’unico modo per sfondare e avere la meglio.” Il conflitto non è un confronto o una possibilità di riflessione, ma una minaccia alla nostra posizione nel branco. Diventa l’occasione per dimostrare la nostra virilità e per affermare noi stessi con forza, attraverso la violenza. Questa espressione è così forte che la applichiamo anche alle donne, che biologicamente parlando le palle non le hanno. Anche con le metafore non riusciamo ad uscire dalla onnipresenza del maschile. “Lei è una donna con le palle”. Perché? Abbiamo davvero bisogno di usare i testicoli come simbolo?  Leviamoci “dal cazzo” i genitali come strumenti per rispondere alle criticità della vita! Troviamo finalmente il modo di liberare le nostre azioni da ogni condizione sessuale e di violenza e scopriamo una nuova narrazione fondata sull’ascolto, l’auto consapevolezza e sul supporto reciproco.

«Che mammo!»

Ad oggi in Italia il congedo di paternità è di 10 giorni, passati i quali si torna al lavoro e si lascia il neonato alle cure della madre o chi per lei. Io desidero accudire mio figlio insieme alla madre e rimanerle vicino, senza dovermi allontanare dopo poco tempo. Eppure, scaduti i 10 giorni, in quanto uomo è mio dovere tornare a guadagnare da vivere per tutta la famiglia, perché dal momento che non posso fisicamente allattare allora sono esonerato da qualsiasi altra cura genitoriale che non sia portare a casa uno stipendio. Ma poi quindi perché 10 giorni? Perché non meno se come uomo servo solo a lavorare? Più che un ottimo lavoro nel mio futuro vorrei una mia famiglia. Anzi si potrebbe quasi dire che il lavoro dei miei sogni sia fare il papà. Eppure sembra che non mi sia permesso del tutto. Probabilmente esiste un limite di giorni entro i quali rimango un papà, anche se con un ruolo ben definito. Superato il limite divento altro. Se lasciassi il mio lavoro per stare a casa, cosa che difficilmente qualcuno può permettersi di fare, allora mi ritroverei non ad essere un papà, ma ad essere un mammo. Eh sì, se sei uomo e ti prendi cura dei tuoi figli non sei il loro padre, sei la loro mamma con il cazzo. Cucinare, fare la spesa, stirare, cambiare pannolini, ma soprattutto ascoltare i problemi dei figli e mostrarti amorevole con loro, sono compiti che non mi spettano, ma anzi mi rendono meno virile, mi fanno abbandonare la posizione di comando. Non sono più un capofamiglia.  Perché per prendersi cura dei propri cari bisogna poter esprimere le proprie emozioni; ma da un padre ci si aspetta che lo faccia il meno possibile e che non sprechi il proprio tempo. Tempo che dovrebbe impiegare per lavorare e “portare il pane a casa”.

Io invece voglio essere presente, prendermi cura della casa e dei miei figli, vorrei fare il papà a tempo pieno. Il papà e non il mammo, perché nonostante il cosiddetto “uso scherzoso” (cit. Treccani) a me non fa proprio ridere.