La frontiera europea del commercio digitale cambia volto: non basterà più sapere cosa entra nel mercato Ue, bisognerà sapere esattamente quale prodotto è, da dove arriva e come seguirne il percorso. Dal 2026 i codici identificativi di prodotto diventeranno un nuovo strumento chiave per i controlli doganali sulle merci importate, con un impatto diretto su aziende, marketplace e operatori dell’e-commerce.
Dal 1° novembre 2026 le imprese che gestiscono vendite a distanza di beni importati nell’Unione europea dovranno comunicare alle autorità doganali gli identificatori di prodotto (Pid, Product identifiers). La possibilità di anticipare l’adempimento sarà già disponibile dal 1° luglio 2026, quando gli operatori potranno iniziare a trasmettere volontariamente queste informazioni. La novità rientra nel percorso di riforma del commercio transfrontaliero europeo e nasce dal Regolamento Ue 2026/382, che punta a rendere più efficaci i controlli sulle merci che attraversano le frontiere dell’Unione.
Più tracciabilità per controllare i prodotti importati
Gli identificatori di prodotto – si legge su Il Sole 24 Ore – non sono strumenti completamente nuovi per le imprese. Si tratta infatti di codici già utilizzati nella gestione dei magazzini, nella logistica e nei processi interni di tracciamento delle merci.
La vera innovazione riguarda però il loro utilizzo sistematico nei rapporti con le autorità doganali. La trasmissione dei Pid consentirà infatti di associare in modo preciso ogni articolo importato a una specifica identità digitale, migliorando la capacità delle autorità di individuare prodotti potenzialmente non conformi o rischiosi.
L’obiettivo è creare un sistema di controllo più rapido e mirato, capace di individuare eventuali criticità non soltanto sul singolo articolo verificato, ma anche su prodotti con caratteristiche analoghe appartenenti alla stessa filiera.
Un nuovo equilibrio tra commercio digitale e sicurezza
La nuova disciplina si inserisce in una fase di profonda trasformazione del commercio elettronico internazionale. L’Unione europea sta rafforzando gli strumenti a disposizione delle Dogane per gestire il crescente volume di spedizioni provenienti da Paesi extra Ue, in particolare quelle generate dalle piattaforme digitali.
Il tema centrale è quello della sicurezza dei prodotti immessi sul mercato europeo. Attraverso una maggiore disponibilità di dati, le autorità potranno effettuare controlli più selettivi, riducendo il rischio che beni non conformi raggiungano consumatori e imprese.
La stessa logica è già stata adottata anche negli Stati Uniti, dove alcuni operatori sono chiamati a fornire informazioni preventive sui prodotti importati nell’ambito dei controlli sulla sicurezza dei beni.
Come funzioneranno gli identificatori di prodotto
Il sistema europeo prevede diverse tipologie di codici, ciascuna collegata ai soggetti che partecipano alla catena commerciale. Il primo è il Merchant product identifier (M-Pid), cioè il codice assegnato dal venditore, dal marketplace o dalla piattaforma attraverso cui il prodotto viene commercializzato. Questo identificatore sarà sempre necessario perché consente di collegare il bene alla specifica offerta presente sul mercato digitale.
Accanto a questo ci sarà il Non-standardised manufacturer product identifier (Ns-Pid), attribuito dal produttore secondo criteri propri e utilizzato per garantire la tracciabilità interna della filiera produttiva.
Infine, il sistema prevede lo Standardised manufacturer product identifier (S-Pid), basato su codici riconosciuti a livello internazionale, come Ean o Isbn. Questo identificatore dovrà essere comunicato quando già disponibile, mentre in assenza sarà possibile ricorrere a un codice alternativo previsto dalla normativa.
Imprese chiamate ad adeguare sistemi e processi
L’introduzione dei Pid – si legge su Il Sole 24 Ore – richiederà alle aziende un aggiornamento delle procedure operative. Non sarà sufficiente disporre del codice, ma sarà necessario garantire che l’identificatore comunicato sia corretto e coerente con il prodotto importato.
Le responsabilità saranno distribuite lungo tutta la filiera: marketplace e venditori dovranno gestire gli identificativi commerciali, i produttori quelli legati alla tracciabilità del bene, mentre gli operatori doganali dovranno trasmettere le informazioni attraverso i nuovi codici previsti dal sistema Taric.
Per molte imprese questo significa investire in sistemi informativi più integrati e in una maggiore collaborazione tra produzione, logistica, vendite online e gestione doganale.
Verso con il passaporto digitale di prodotto
Gli identificatori di prodotto rappresentano un ulteriore passo verso un modello europeo basato sulla trasparenza dei dati e sul controllo digitale delle merci. La loro introduzione prepara il terreno alla piena evoluzione del sistema doganale Ue prevista con il nuovo Codice doganale dell’Unione e con l’Eu Customs Data Hub.
Il percorso si collega anche al futuro Passaporto digitale di prodotto (Dpp), destinato a fornire informazioni sempre più complete sull’intero ciclo di vita dei beni, dalla produzione al riciclo.
Per le imprese europee e per gli operatori del commercio internazionale la sfida sarà quindi anticipare il cambiamento: la competitività sui mercati globali passerà sempre più dalla capacità di gestire dati affidabili, tracciabilità e conformità normativa.













