L'autore, Agostino Scornajenchi

Il Regolamento UE 852/2020 e il Public Statement Esma32-63-1186, con la conseguente classificazione delle attività sostenibili di un’azienda e la conseguente priorità conferita al clima nel bilancio annuale, hanno rappresentato un passo legislativo importante verso un’opportuna contabilizzazione e valutazione dei rischi legati alla sostenibilità e al cambiamento climatico. In termini legislativi, il 2022 sarà un anno decisivo per definire le regole di rappresentazione e rendicontazione delle informazioni relative alle attività sostenibili.

Attualmente, ci troviamo di fronte a due proposte legislative differenti: da un lato l’International Financial Reporting Standards ha già pubblicato e contestualmente aperto alla consultazione pubblica due nuovi standard, rispettivamente Ifrs S1 “Requisiti generali per la divulgazione di informazioni finanziarie relative alla sostenibilità” e IfrsS2 “Climate-related Disclosures”. Dall’altro lato, il 25 giugno 2020 la Commissione Europea ha incaricato l’European Financial Reporting Advisory Group (Efrag) di fornire un parere tecnico nella stesura e individuazione degli standard europei per la rendicontazione della sostenibilità aziendale. A seguito dell’incarico ricevuto, la task force (Ptf-Esrs), impegnata nella definizione degli standard e composta da 35 membri dell’Efrag, ha pubblicato una serie di working papers propedeutici alla definizione degli standard. Queste due proposte di rendicontazione della sostenibilità si riferiscono, innanzitutto, a due assunti teoretici e metodologici del tutto diversi tra loro.

Gli standard Ifrs incentrano i loro requisiti su un principio di “materialità finanziaria”, secondo il quale le informazioni materiali da rendicontare sono quelle che possono ragionevolmente influenzare i cosiddetti primary users di quella informativa, ovvero gli investitori. L’Efrag, invece, privilegia il principio di “doppia materialità”, che unisce alla prospettiva finanziaria il concetto di impatto generato. Secondo questa declinazione della materialità, l’azienda deve fornire un’informativa che consideri non solo i rischi e le opportunità derivanti dalla gestione di tematiche Esg e il riflesso che potrebbero avere sulla performance economico-finanziaria, ma anche gli impatti positivi e negativi che l’azienda genera o potrebbe generare su tutti gli stakeholders coinvolti. 

Appare evidente come queste due prospettive implichino un perimetro di rendicontazione molto diverso, l’uno orientato ai soli primary users e l’altro orientato ad una moltitudine di stakeholders.

Tuttavia, questa non è l’unica differenza sostanziale fra i due standard, poiché essi si riferiscono anche a differenti schemi normativi. Da una parte, l’Ifrs costruisce i propri standard seguendo il percorso tracciato dalle raccomandazioni della task force sulle informazioni finanziarie relative al clima (Tcfd) e impostando i propri requisiti informativi sulla struttura dei Sasb standard, con un particolare focus su informative e metriche legate a specifici settori industriali. Dall’altra parte, l’Efrag elabora la propria normativa di sostenibilità collaborando principalmente con il Global Reporting Initiative (Gri), promuovendo una rendicontazione basata sulle tre principali aree dell’acronimo Esg – Environmental, Social e Governance – e stabilendo specifici requisiti informativi per ciascuno di questi ambiti.

Dunque, i due sistemi adottano un approccio contenutistico differente: gli standard Ifrs si concentrano su un focus tematico iniziale dedicato a requisiti climatici dettagliati, mentre l’Efrag promuove una rendicontazione più estesa e ripartita secondo tre ambiti di sostenibilità environmental matters, social matters and governance matters. Infatti, gli standard europei richiedono un’informativa completa di metriche, politiche, obiettivi, piani d’azione e utilizzo delle risorse per tutti i tre ambiti della sostenibilità, presupponendo un ruolo proattivo dell’azienda nei confronti dell’intera società.

Inoltre, l’Efrag fornisce anche delle “Application Guidance”, che chiariscono dettagliatamente i contenuti dei requisiti previsti dagli standard.

Gli standard Ifrs richiedono, invece, un’informativa relativa ai rischi e alle opportunità connesse alle attività di carattere sostenibile che possono influenzare la strategia, il business model, i flussi finanziari e il costo del capitale dell’azienda, focalizzandosi sulla capacità di resilienza intrinseca del core business aziendale. Inoltre, gli standard Ifrs richiedono espressamente un presidio delle “competenze appropriate”, che guidino la strategia nella gestione dei rischi e delle opportunità legate al clima. Questo tipo di requisito presuppone tre elementi principali: la definizione puntuale delle competenze, un meccanismo di misurazione e rendicontazione delle stesse e la presenza di apposite figure professionali specializzate nella gestione di questo tipo di attività. Tuttavia, è difficile da una parte immaginare di assicurare un’efficace misurabilità delle competenze e dall’altra pensare che la struttura organizzativa delle Pmi possa elaborare questo tipo di informativa, affrontando l’enorme sforzo di doversi dotare di figure specializzate e meccanismi di presidio, che ad oggi non possiede assolutamente. Infine, gli standard Ifrs richiedono anche di fornire una descrizione degli impatti in una prospettiva di forward looking a 3 o 4 anni, un’analisi complessa, che non solo richiede un assetto strategico particolarmente solido e definito, ma implica anche questioni relative alla responsabilità del revisore.

La coesistenza di due approcci teorici e metodologici così differenti proietta, nello scenario della futura rendicontazione sostenibile, un’ombra di incertezza e perfino un po’ di confusione. Se si considera il fatto che uno degli standard sostenibili più utilizzati dalle aziende è il Gri, non si può pensare di scardinare completamente le fondamenta di una rendicontazione sostenibile già largamente diffusa, privilegiando una prospettiva basata prevalentemente sul SASB standard e su una materialità finanziaria. Allo stesso tempo, però, bisogna considerare anche le difficoltà che dovrebbero affrontare le aziende che già adottano i principi Ifrs nella loro rendicontazione finanziaria. In questo caso, infatti, si verificherebbe un paradosso normativo, nel quale coesisterebbero due indirizzi di rendicontazione opposti, ma ugualmente importanti.

Dunque, se da una parte la rendicontazione sostenibile appare troppo estesa, dettagliata e di difficile implementazione, dall’altra si percepisce la mancanza di una chiara definizione delle metriche e l’assenza di un effettivo coinvolgimento dell’azienda nelle prospettive sostenibili della comunità. La chiave di un efficace sistema di rendicontazione sostenibile risiede nell’adozione di una posizione congiunta sulla sostenibilità che coniughi questi due approcci mirando alla misurabilità, alla comparabilità e alla semplificazione del processo di rendicontazione, affinché la sostenibilità non rappresenti un privilegio per pochi eletti, ma un impegno di tutti per il “successo sostenibile” della collettività.

L’ANDAF continuerà a garantire il proprio contributo per una rendicontazione e un approccio metodologico semplice, comparabile e misurabile in coerenza con le esigenze delle aziende e con le scelte e gli investimenti fatti fino ad oggi.