L’Etiopia, all’inizio di quest’anno, ha fatto sapere di non essere in grado di rimborsare 33 milioni di euro ai suoi creditori e con ciò apre il capitolo della crisi prossima ventura dei debiti sovrani dei Paesi del Grande Sud del mondo come ora si chiamano le nazioni di quello che una volta era il Terzo Mondo.

Quasi contemporaneamente un nerd americano di trent’anni, Sam Altman, il creatore e gestore dell’intelligenza artificiale, il patron dell’ormai conosciutissima OpenAI, ha fatto sapere che c’è bisogno di almeno 5mila/7mila miliardi di dollari – il 7% del Pil mondiale tanto per avere un metro di paragone – per sviluppare il settore industriale dei semiconduttori, i chip, indispensabili per far funzionare la rete ChatGpt che servirà ai futuri bisogni dell’umanità o a farla sparire dalla faccia della terra (come lo stesso giovanotto di San Francisco, che a tre anni riparava il magnetoscopio di famiglia, si è preoccupato serenamente di annunciare).

Ricapitolando, i Paesi dell’ex Terzo Mondo non possono più pagare i debiti e la Banca Mondiale fatica a finanziarli, ma nello stesso tempo la Borsa indiana (anche se l’India non è più Terzo Mondo) supera quella di Hong Kong con 4.400 miliardi di dollari di capitalizzazione e nel 2023 è cresciuta del 20%, più del Cac40 e dell’indice Dow Jones di Wall Street (che, però, a metà febbraio hanno registrato anche loro la più alta crescita dal 2008: a 7690 punti l’indice parigino e a 5mila l’indice S&P della piazza di New York). Insomma, poveri e ricchi del mondo globale: fin dove arriveranno tutte queste contraddizioni? E fin quando potranno essere governate?

Del resto, che la mondializzazione non sarebbe stato un pranzo di gala lo si sa da quasi un secolo, dagli anni Trenta, quando il giornale della sinistra operaista francese, La Gauche Prolétarienne, diffusissimo tra le tute blu della Renault di Billancourt, periferia di Parigi, cominciò a scrivere di “mondialisation” come di una strategia del grande capitale internazionale per piegare le classi proletarie, appunto. Certo le cose non stanno proprio così – la vera globalizzazione è iniziata con l’ingresso della Cina comunista del Wto ai primi anni ‘70 e ha consentito a milioni di uomini e a decine di Paesi di uscire dalla povertà- eppure fa una certa impressione leggere oggi nell’ultimo studio dell’Afd, Agence française de développement, un’agenzia pubblica nata ai tempi di De Gaulle e della decolonizzazione, che non ci sono più soldi per l’Africa e che il flusso finanziario internazionale che per decenni ha sostenuto la crescita delle economie dei Paesi da cui partono i barchini carichi di migranti (si consiglia la visione del film “Io capitano”) si è improvvisamente interrotto.

Basta un solo dato a spiegare questo “problème conjoncturel de financement en Afrique” come denuncia il numero uno dell’agenzia parigina Rémy Rioux, un economista cresciuto con il premier socialista Laurent Fabius: la Cina, che tra il 2000 e il 2022 ha investito in Africa (sotto forma di prestiti a diversi Paesi) 170miliardi di dollari, nel 2023 ne ha erogato appena due. È come se il mondo, all’improvviso, avesse girato le spalle all’Africa: gli Stati Uniti impegnati a sostenere il loro sistema industriale nazionale con il famoso Ira, Inflation Reduction Act, che assorbe centinaia di miliardi di dollari; l’Unione europea alle prese con il Green Deal (Pacte Vert) che dirotta risorse pubbliche e private verso la cosiddetta decarbonizzazione dell’economia da qui al 2050 e che quindi non ne ha più (o ne ha sempre meno) per il continente africano (fatelo sapere alla signora Meloni che ancora si trastulla con quel Piano Mattei buono solo per la comunicazione del governo nell’anno delle elezioni europee).

In effetti, anche il calendario elettorale non aiuta. “La metà dei Paesi del mondo sono chiamati alle urne (l’ultimo il Pakistan in febbraio e s’è visto com’è andata a finire, con l’aggravarsi della crisi e il Paese spaccato: ndr) e per questo non sarà facile trovare un accordo multinazionale per far riprendere i flussi finanziari verso l’Africa dove, tra l’altro, si vota in Mozambico, in Sudafrica, in Senegal, in Ghana” avvertono dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca Mondiale. I quali, nell’attesa di un 2025 più favorevole (cioè a un decennio di distanza dalla Cop21 di Parigi e dalla Conferenza internazionale per il finanziamento ai Paesi in via di sviluppo di Addis Abeba), stranno facendo i conti: l’Africa ha bisogno di almeno 2.800 miliardi di dollari da qui al 2030 per modernizzare la propria economia, avviare i processi di decarbonizzazione e magari per lanciare un proprio Green Deal; oggi le risorse interne disponibili non superano i 250 miliardi, vale a dire il 10% del Pil del Continente e sono, quindi, palesemente insufficienti.

Il caso dell’Etiopia che con un Pil di 93miliardi di dollari ha dichiarato di non essere in grado di rimborsare un “piccolo” debito di 33milioni, ricordato all’inizio di questo Globalista, sembra farci precipitare nella stessa situazione degli anni ’80 quando, di fronte alla crescita dei tassi americani (dal 7,4% del 1978 al 14% del 1981) molti Paesi indebitati (e super-indebitati come il Messico) rischiarono il default.

Allora, da Washington (presidenti Reagan e poi Bush senior) il Fondo Monetario tentò il salvataggio con i cosiddetti “Brady bonds” (dal nome del segretario al Tesoro americano, il repubblicano Nicholas Brady), stock di titoli di nuova emissione in cui fu fatto confluire parte del debito dei Paesi in crisi. In una parola, una sorta di ristrutturazione del debito che evitò il default di molti Paesi, favorì le banche creditrici (che poterono così mobilizzare i crediti incagliati) e si concluse con la cancellazione dei residui debiti al G7 di Lione del 1996.

Oggi siamo nella stessa situazione? Forse si può rispondere con le parole del presidente della Banca Mondiale, l’americano David Malpass, un economista conservatore che ha lavorato con Reagan e Bush: “L’aumento dei tassi di interesse, che dura da quarant’anni e si è accelerato nell’ultimo periodo causa inflazione, costringe i Paesi indebitati a pagare 443miliardi di dollari l’anno solo per gli interessi”.

Naturalmente si tratta di risorse finanziarie sottratte alle politiche di sviluppo e crescita indispensabili per tenere in equilibrio questo complicatissimo mondo globale come già ricordava il premio Nobel dell’economia Maurice Allais in occasione della crisi asiatica del 1997. Allora Dragoni e Tigri erano sull’orlo del default, oggi fanno concorrenza al colosso cinese che ha perso lo slancio dei tempi di Deng Xiaoping che da giovane, negli anni ’30, fece anche l’operaio alle officine Renault di Billancourt, quando il giornale La Gauche Prolétarienne parlava già di “mondialisation”, come ricordato prima, e nessuno si immaginava quanto sarebbe stato difficile tenere insieme i debiti dell’ex Terzo Mondo, i problemi finanziari dell’Africa e i 5/7mila miliardi di dollari richiesti da un giovanotto americano che ne ha bisogno per far funzionare l’Intelligenza Artificiale. Mentre le Borse bruciano record e le Big Tech, i colossi della tecnologia (si guardi solo alle performance di Nvidia), hanno una capitalizzazione di oltre 12mila miliardi di dollari. Facciamoci gli auguri.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.

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