L’Italia è dimagrita: era una botte, è diventata una clessidra. Non è l’effetto del successo di una dieta ipocalorica, ma il cambiamento della rappresentazione grafica della stratificazione sociale. La parte centrale, che rappresenta la classe media, un tempo era preponderante, ma si è via via assottigliata: un fenomeno in corso da molti anni che sta conoscendo una nuova accelerazione. Più che in termini numerici si tratta di un declino dal punto di vista del peso economico, e anche di quello politico: è quel che sottolinea nel suo intervento su Economy il sociologo Mario Abis, che preferisce parlare non di classe o ceto (difficilmente definibili) ma di un’”area larga” che si va indebolendo, mentre il 3,5% della popolazione di miliardari o quasi detiene ormai il 67-70% della ricchezza.

Una dinamica che viene da lontano, e ha molto a che vedere con il declino delle retribuzioni, e quindi del potere d’acquisto. Secondo i dati Inapp resi noti lo scorso 14 dicembre, tra il 1991 e il 2022 i salari reali in Italia sono cresciuti dell’1%, contro il 32,5% registrato in media nell’area Ocse. Numeri che valgono più di un trattato di sociologia. «La distribuzione funzionale del reddito, il cui andamento storico in Italia mostra una caduta crescente della quota dei salari sul Pil e una crescente quota dei profitti, si è ormai stabilizzata su valori (rispettivamente del 40% e del 60%) che configurano un modello di crescita profit led» dice il presidente dell’Inapp, Sebastiano Fadda. «Nella letteratura economica vengono avanzati forti dubbi sulla tenuta di tale modello nel lungo periodo, mentre si attribuisce maggior solidità al modello wage led per via della crescita della domanda aggregata che è in grado di alimentare un sentiero di crescita sostenuta».

A rischio insomma c’è la tenuta del sistema. E se la stagnazione dei salari colpisce tutte le classi, incluse le più deboli, in Italia anche per effetto delle politiche fiscali a essere più penalizzata è proprio la classe media. Non per niente a denunciarne la gravità nel volume fresco di stampa “Il buon lavoro. Benessere e cura delle persone nelle imprese italiane”, scritto con Manuela Perrone, è Stefano Cuzzilla, il presidente di Federmanager e Cida che ha lanciato una petizione in difesa del ceto medio. «La questione retributiva nel nostro Paese è una piaga» si legge nelle conclusioni del volume. «Il confronto con ciò che avviene altrove, non troppo distante da noi, la rende ancora più dolorosa. I salari sono bassi in senso assoluto e relativo, in modo trasversale a tutte le categorie di lavoratori, con le conseguenze che conosciamo in termini di consumi, di produttività e di competitività. Allineare le retribuzioni a quelle medie europee sarebbe il primo passo per considerare un lavoro, se non buono, certamente migliore. Il Paese che discute del salario minimo, mentre combatte sulla linea di difesa, abbandona l’ambizione di pretendere retribuzioni adeguate per i profili a elevata qualificazione e di investire nei settori ad alta intensità di conoscenza, volano per la crescita».

Che i problemi della classe media, e in particolare di quella italiana, vengano da lontano lo conferma Gianemilio Osculati nella sua analisi per Economy, nella quale ricorda il “punto unico di contingenza” concesso da Confindustria nel 1975 per restituire l’effetto dell’inflazione in busta paga solo agli stipendi più bassi: una logica applicata negli anni seguenti anche al sistema di rivalutazione delle pensioni. Cinquant’anni di inflazione e una tassazione fortemente progressiva hanno abbattuto in modo drastico i salari della classe media. Né più né meno di quel che sta accadendo in questi mesi. Su questa eredità storica, infatti, si è abbattuta la fiammata dell’inflazione con il conseguente rialzo dei tassi di interesse, che ha messo a dura prova decine di migliaia di famiglie, specie quelle che stanno pagando un mutuo a tasso variabile. Secondo un’indagine commissionata nello scorso mese di dicembre da Facile.it a mUp Research e Norstat, proprio a causa dell’aumento dei tassi quasi 200mila famiglie italiane con un mutuo a tasso variabile non sono riuscite a rimborsare una o più rate nell’ultimo anno. Considerando un finanziamento medio, da gennaio 2022 a oggi le rate sono cresciute fino al 65%, con un aggravio complessivo di oltre 3.100 euro. Il 27,9% dei mutuatari con un finanziamento variabile ha dichiarato di aver provato a rinegoziare le condizioni con la propria banca, ma di non esserci riuscito, mentre quasi 1 su 4 (24,3%) ha provato a surrogare il mutuo senza successo. Tra chi ha un mutuo a tasso variabile quasi 1 su 2 ha dichiarato che potrebbe avere seri problemi con i pagamenti se le rate rimarranno a lungo su questi livelli: addirittura più di 90mila famiglie di sicuro non riuscirebbero a rimborsare le rate. Sui social media si trovano i racconti di famiglie piccolo borghesi in seria difficoltà. Una è stata raccolta da Gianni Macheda per Italia Oggi: riguarda una famiglia di quattro persone, moglie che ha ripreso a lavorare da poco, marito con un buon stipendio, due figli adolescenti. «A Milano una famiglia come la nostra ormai ha serie difficoltà ad arrivare a fine mese. Abbiamo un mutuo a tasso variabile per la casa, il rateo mensile è passato da circa 500 a oltre 800 euro in un anno o poco più – era agosto, poi la situazione è peggiorata, ndr-, non so come la Lagarde ancora sia viva con tutte le maledizioni che le lancia mio marito. Per la spesa siamo ormai passati dalla troppo cara Esselunga alla Lidl, con qualche puntata da Eurospin. I figli sanno che sui capi di marca, praticamente le Nike, status symbol dei giovani, si può fare forse una eccezione l’anno. Per il resto si approfitta di saldi, offerte su Amazon e ultimamente di diversi negozi che hanno rilanciato la buona abitudine di risistemare e rimettere in vendita capi di seconda mano in discrete condizioni».

L’ascensore sociale insomma sembra essersi rimesso in moto, ma verso il basso. Anche perché non è soltanto l’inflazione, che peraltro colpisce anche chi non ha un mutuo da pagare, è anche il fisco a pesare sulla classe media. «Negli ultimi anni i tagli di tasse sono stati fatti prevalentemente per i ceti bassi. Sopra i 35-40 mila euro, gli sgravi fiscali sono stati molto modesti» ha affermato lo scorso novembre al Riformista Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano. «Negli ultimi dieci anni il peso relativo della tassazione è quindi stato sostenuto sempre più da chi ha un reddito superiore ai 35-40mila euro. Però non da chi ha redditi davvero alti, che magari non paga le tasse in Italia perché prende la residenza all’estero, e da chi “vive di rendita”, visto che una buona parte delle entrate di questi ultimi è costituita da redditi da capitale e questi sono tassati al 26 per cento. Aggiungo che questi ultimi sono stati avvantaggiati da questa manovra e da quella per il 2023 che ha ridotto la tassazione su forme di rivalutazione dalla ricchezza o guadagni in conto capitale. Quindi il peso delle tasse cade sempre più sulla classe media».

Il reddito di cittadinanza è stato una misura di redistribuzione verso la fascia più bassa, mentre lo stesso Superbonus, come ha notato Dario Di Vico, ha finito per pesare più a favore dei proprietari delle villette che del popolo dei bilocali, dunque di un ceto medio superiore sufficientemente patrimonializzato, capace di sfruttare il boom degli affitti brevi e la forza di Airbnb. Invece i super-ricchi che vengono o tornano dall’estero, qualunque siano i loro introiti o i loro patrimoni se risiedono in Italia pagano al massimo 100mila euro di tasse.

Intendiamoci: le affermazioni secondo le quali la classe media è in via di estinzione sono esagerate, e non sono una novità. Ma alcuni campanelli d’allarme stanno effettivamente suonando. «Il cambiamento forse più rilevante che abbiamo osservato risiede nell’origine della ricchezza» ha detto al Foglio Maurizio Franzini, professore di Politica economica alla Sapienza di Roma, membro del consiglio dell’Istat, che ha presieduto tra l’agosto 2018 e il febbraio 2019. «Fino a una generazione fa era frutto in larga parte dei risparmi accumulati nell’arco della vita, oggi invece la quota prevalente della ricchezza è frutto di eredità». Una differenza di non poco conto. La classe media c’è ancora, ma ha perso la sua forza propulsiva e campa prevalentemente di rendita. L’ascensore sociale può ripartire, ma ancora una volta verso il basso, una volta che si inizierà a intaccare anche il grande serbatoio della ricchezza, cioè il patrimonio immobiliare.

Anche il rapporto Censis del dicembre 2023, pur non dichiarandolo, sembra avere molto a che vedere con la crisi della classe media. La fotografia restituisce l’immagine di un Paese che ha paura praticamente di tutto. L’84% degli italiani teme il clima impazzito; il 73,4% ha paura che i problemi strutturali irrisolti del nostro Paese provocheranno nei prossimi anni una crisi economica e sociale molto profonda; per il 73% gli sconvolgimenti globali sottoporranno l’Italia alla pressione di flussi migratori sempre più intensi; per il 70,6% i rischi ambientali, quelli demografici e quelli ora connessi alla guerra provocheranno un crollo della società, favorendo la povertà diffusa e la violenza; il 68,2% teme che in futuro patiremo la siccità per l’esaurimento delle risorse di acqua; il 53,1% ha paura che il colossale debito pubblico provocherà il collasso finanziario dello Stato italiano; il 43,3% che resteremo senza energia sufficiente per tutti i bisogni. Ma a fronte di tutti questi timori, legittimi anche se perfino eccessivi, non si riesce a organizzare lo straccio di una risposta, di un progetto, di una prospettiva di futuro, preda di un “sonno profondo del calcolo raziocinante”. Una paura e un sonno che, declinati nella realtà italiana, ancor più che dovuti alla consapevolezza più o meno nitida dell’avvio di una fase nuova e complessa avviata dalla pandemia e dalle guerre, sembrano legati proprio alla mancanza di certezze di un ceto medio che vive ormai più di rendita che di lavoro, e teme di essere risucchiato nella parte bassa della clessidra più di quanto non speri e ambisca a salire a quella superiore, anche per la scarsa capacità di cavalcare le opportunità insite nel cambiamento – incluso quello tecnologico. Come ha scritto il sociologo Mauro Magatti, «Cresce così il numero di coloro che hanno paura di rimanere tagliati fuori. Di perdere quello che hanno. Di non farcela. Una percezione rafforzata dal fatto che in tante famiglie i giovani non hanno le stesse possibilità dei padri. L’ascensore sociale in Italia è bloccato da anni». Sono le stesse ansie che alimentano il populismo in tante parti del mondo. “Nell’atmosfera emotiva in cui la società italiana si è immersa, vincono le credenze fideistiche: ogni verità ragionevole può d’improvviso essere ribaltata, sbullonata dal piedistallo della indubitabilità”, si legge nel rapporto Censis. Un fulgido quanto sconcertante esempio di “sonno profondo del calcolo raziocinante” è stata l’epidemia No Vax nel bel mezzo della pandemia, che proprio i vaccini hanno contribuito in modo decisivo quanto incontrovertibile a contenere e limitare nel tempo. E dire che, come ha scritto Enrico Cisnetto, «a fianco alla lista dei problemi, c’è quella non meno lunga delle opportunità che le grandi trasformazioni e innovazioni in atto, a cominciare da quelle tecnologiche ci stanno offrendo. E ciascuna di queste chances è in grado di compensare gli effetti delle grandi difficoltà, se non addirittura di combatterle e sconfiggerle». Per farcela, però, ci vuole un’azione collettiva, come ha compreso la Cida, e come dimostra il successo della sua iniziativa. Sembra insomma arrivato il momento di dirlo: lavoratori del ceto medio, unitevi!