patrimonio Diego Della Valle

L’Italia non è un Paese da Borsa. Dopo l’addio di Exor, la cassaforte degli Agnelli che ha deciso di essere quotata ad Amsterdam lasciando Milano, l’ennesimo delisting vip annunciato stamattina da dalla Tod’s di Diego Della Valle non fa che confermare quest’evidenza deprimente.Troppa burocrazia, troppi costi, troppi impicci e poco mercato.
Tod’s si accoda a un lungo elenco di aziende uscite dal listino tra gennaio e oggi: Cerved Group, Energica Motor Company, Siti B&t Group, Banca Investis, Tas, Falck Renewables, La Doria. Quasi tutte queste società hanno lasciato il mercato “maggiore”, mentre le nuove quotazioni hanno riguardato in 16 casi su 18 ingressi all’Euronext Growth, il mercato semplificato (ex Aim).

Ma perchè le aziende snobbano Piazza Affari?
Allora la domanda ”sistemica” s’impone: cos’ha che non va la Borsa italiana? Perché viene snobbata dalle aziende, in questo modo?
Sicuramente costa molto, ma non poi così tanto più dei listini stranieri concorrenti. La risposta chiara e tonda tra le righe del comunicato ufficiale con cui Tod’s ha annunciato l’Opa con la quale verrà tolta dal listino si può leggere facilmente.

Rileggiamo bene la spiegazione ufficiale affidata alla nota stampa: “Il gruppo ha deciso di fare un grande investimento nel gruppo della moda per supportarne lo sviluppo. L’obiettivo è quello di valorizzare i singoli marchi (Tod’s, Roger Vivier, Hogan e Fay), dando loro una forte visibilità individuale e una grande autonomia operativa. Attraverso tale strategia, si intende rafforzare il posizionamento dei marchi nella parte alta del mercato della qualità e del lusso, con un elevato livello di desiderabilità”.

Stare in Borsa complica gli affari?
Tutto bene, tutto bello. Ma perché per riuscirci doveva togliersi dal mercato? La risposta è che probabilmente questa “valorizzazione” dei singoli marchi – parola esoterica che può significare vendere come investire! – richiederà operazioni societarie, come scissioni, fusioni o altro, che lo “status” di società quotata avrebbe sottoposto alle estenuanti trafile autorizzative e burocratiche tipiche del mercato italiano.
Ora, diciamocelo chiaro: se i Della Valle preferiscono investire 338 milioni di euro per togliere dalla Borsa la loro azienda, è chiaro che prevedono, grazie a questo esborso, di poterne domani incassare molti di più.
Ma, seguendo il sillogismo, se un incasso così consistente da rendere appetibile, oggi, un esborso da 338 milioni di euro in vista di un futuro ritorno profittevole, è complicato o forse addirittura impedito dallo “status” di società quotata, qualche domanda il legislatore (ancor più del regolatore) dovrebbe porsela. Anche perché se, così non fosse, coinvolgere l’azionariato di minoranza che oggi viene “soddisfatto” con l’Opa a 40 euro nelle future operazioni di “valorizzazione” avrebbe dovuto essere possibile pur lasciando quotata l’azienda!

Il peso della burocrazia
Di nuovo: non è un Paese per società quotate. E non è un Paese per molte altre cose, quando si patisce il peso di una burocrazia che le cosiddette riforme del governo Draghi hanno ahinoi lasciato potente e nefasta come prima, peraltro premiando a vario titolo i burosauri e ottenendone in cambio un consenso troppo corale per non apparire come l’evidente contropartita di un trattamento in guanti gialli che proprio la burocasta non meritava.

Per fortuna c’è il private equity
Un dato positivo in questa desolazione. Positivo e rivelatore. Dopo il raddoppio registrato nel ’21,continua ad andare benissimo nel nostro mercato il settore del private equity, ossia gli investimenti privati in aziende non quotate e che restano non quotate. Dove un imprenditore si accorda con uno o più fondi per farli entrare nel capitale e farsi aiutare a crescere, senza quotarsi o quantomeno rinviando di cinque o sei anni un progetto del genere. Poche persone che si guardano negli occhi, discutono riservatamente, si mettono d’accordo, senza troppe regole cervellotiche da applicare in nome della tutela di un risparmio diffuso, di tipo familiare, che invece direttamente in Borsa ci va poco e niente… Una via italiana al mercato dei capitali insomma c’è sempre: ma non è quasi più la Borsa, semmai appunto è il private equity.

P.S.: il passaggio di Chiara Ferragni
quando Chiara Ferragni venne cooptata nel consiglio d’amministrazione della Tod’s, il titolo in Borsa segnò un balzo dell’8%, poi ampiamente riassorbito dal successivo andamento delle quotazioni. Naturalmente quel balzo non aveva alcuna ragion d’essere, con tutto il rispetto, perché ci vuol altro che una influencer a cambiare le sorti web di un’azienda. Potremmo dire che il matrimonio mediatico tra la bionda moglie di Fedez e il biondo imprenditore calzaturiero è durato lo spazio di un mattino e ha bruciato subito la sua aureola di dorato successo.