Goldman Sachs: l’inflazione si accende dopo le guerre, non dopo le pandemie

Enrico Letta, forse il primo segretario del Pd con una visione autenticamente liberale della politica estera (frutto senz’altro dell’esperienza culturale all’école parigina di Science Po), lo aveva dichiarato con assoluta onestà intellettuale – e visione geopolitica – qualche giorno prima del vertice europeo di Versailles che sarebbe potuto diventare (ma, putroppo, no) la grande occasione per disegnare il profilo della nuova Unione del dopoguerra: “Abbiamo perso tempo, non abbiamo capito quel che si stava preparando a Mosca: se l’Ucraina fosse stata già ammessa nella Nato, come chiedeva da anni, sicuramente Putin ci avrebbe pensato più di una volta prima di invadere e bombardare”.

Un ritardo colpevole? Probabilmente un eccesso di prudenza dei vertici europei, soprattutto Francia e Germania, preoccupati di non mettere in crisi le relazioni (anche energetiche) con il boss del Cremlino il quale aveva già fatto capire di che pasta era fatto e che cosa intendesse per “difesa degli interessi della Federazione russa” intervenendo con truppe e cannoni in Georgia nel 2008 e annettendosi (senza sparare un colpo questa volta) la Crimea nel 2014.

Oggi le parole del buon Letta suonano quasi profetiche quando si ascoltano le (non proprio larvate) minacce dell’ambasciatore russo a Sarajevo, Igor Kalbukhov, uno nato nel Donbass, alla tv di Stato: “La Bosnia Erzegovina farebbe bene a riflettere sulla sua adesione alla Nato. Certo, si tratta di una decisione di politica interna. Ma il governo bosniaco non può non tener conto del fatto che una sua eventuale adesione all’alleanza atlantica provocherebbe a Mosca le stesse reazioni che hanno portato all’intervento in Ucraina”.

Come a dire, uomo avvisato mezzo salvato, caro presidente della repubblica federale di Bosnia Erzegovina. Il quale presidente – Milorad Dodik, rappresentante della minoranza serba della federazione – per la verità, in questo momento, più che aderire alla Nato pensa a fare come nel Donbass ucraino, avviare la secessione, schierarsi con la Russia, tradizionale paese protettore (non si dimentichi che fu la Russia nel lontano 1914 a schierarsi con la Serbia dopo l’attentato di Sarajevo contro l’erede al trono dell’arciduca Francesco Ferdinando, la miccia della prima guerra mondiale come si sa), e scatenare un’altra guerra di secessione magari con l’appoggio dell’Armata Rossa.

I Balcani, va detto, da almeno quarant’anni sono un magma ribollente di tensioni e la Bosnia Erzegovina è la testimonianza vivente di quali orrori può provocare un conflitto etnico (l’assedio di Sarajevo, il massacro dei mussulmani a Sebrenica sono ancora nei nostri occhi e nella nostra memoria) come quello che sarebbe alla base – per dirla con le parole di Putin pronunciate oggi, venerdì 18 marzo, in uno stadio di Mosca strapieno di supporter del Cremlino – del genocidio della comunità russa del Donbass: genocidio nazista per evitare il quale Putin avrebbe deciso l’invasione il 24 febbraio scorso.

Per dirla in una parola: la Bosnia Erzegovina, paese nato (con l’accordo di Dayton e il Trattato di Parigi del ’95) sulle rovine di una guerra civile (etnico-religiosa) condotta con ferocia da personaggi come Milosevic e Karazic, leader del partito comunista serbo (entrambi condannati come criminali di guerra dal Tribunale dell’Aja, insomma lo stesso iter giuridico che si sta preparando per Putin); la Bosnia Erzegovina, dicevo, sarebbe sulla via di un’altra guerra come ha minacciato pochi giorni fa lo stesso ambasciatore russo alla tv di Sarajevo. Che fare, allora? Un ingresso immediato nella Nato sarebbe, in effetti, una provocazione con tutti i rischi bellici che si possono immaginare. Altro discorso l’ingresso nella “famiglia dei paesi europei”, per dirla con il lessico familiare di Frau Ursula, perfezionando così quella richiesta di adesione all’Ue che la neonata Bosnia post-massacri ha presentato a Bruxelles nel lontano 2008.

E’ questo l’appello che un intellettuale europeo come Daniel Cohn-Bendit, ex leader del ’68 francese ed ex parlamentare a Strasburgo (nelle file degli ecologisti), ha lanciato oggi, venerdì 18 maggio, con un accorato appello sul quotidiano Le Monde. La Bosnia Erzegovina, scrive Cohn-Bendit, merita un’attenzione particolare dai vertici dell’Europa. I politici di etnia serba di Banja Luka (la capitale amministrativa della repubblica federale) e i politici filorussi di Belgrado (a cominciare dallo stesso presidente della Serbia Aleksandar Vucic che si è rifiutato di aderire alle sanzioni economiche contro Mosca e che – particolare non secondario – si prepara alle elezioni del 3 aprile prossimo sulla base di un programma politico di tipo “panserbo” sostenuto dalla destra di Narodna Patrola/Battaglioni popolari che scende in piazza agitando le bandiere della federazione russa e i drappi neri con la Z degli invasori dell’Ucraina); i politici di Belgrado, dicevo, stanno soffiando sul fuoco di una nuova guerra per la “Grande Serbia”, lo stesso slogan che, ai tempi, armò la mano dello studente Gavrilo Prinzip, l’attentatore di Sarajevo, e poi incendiò l’Europa nel 1914.

Per questo, avverte Cohn-Bendit, bisogna intervenire in fretta e attivare tutte le procedure previste dal cosiddetto “Triangolo di Weimar”, l’accordo stipulato nel 1991 tra Francia Germania e Polonia per mettere in sicurezza i paesi dell’Est, i paesi un tempo vassalli dell’Urss. Contemporaneamente, bisogna far intendere a Belgrado che il suo schieramento filo-Putin, la sua ambiguità, il suo non schierarsi sulle sanzioni (ancora oggi Aeroflot collega stabilmente la Serbia e la Russia con voli giornalieri), il suo occhieggiare a progetti politici panslavisti sono un limite concreto, insuperabile, alla sua richiesta di adesione all’Ue (addirittura il presidente di turno, il serbo-bosniaco Dodik è accusato dagli americani di non rispettare gli accordi di Dayton e di fomentare la secessione).

Ma la Bosnia non ne può più di guerre civili e di massacri. E da un po’ di tempo, nella società civile, soprattutto tra i giovani che hanno potuto viaggiare nei paesi europei, sta montando un rifiuto verso le leggi elettorali basate sui vecchi principi della suddivisione etnica (secondo l’ultimo censimento i bosniaci-mussulmani sono il 44% della popolazione, i serbo-bosniaci il 31% e i croati il 17%). Se si aggiunge che i serbi sono cristiani ortodossi e i croati a maggioranza cattolici, si ha una vaga idea di quale esplosivo ad alto potenziale può far saltare la Bosnia (e i Balcani) dopo il Donbass, la Crimea e l’Ucraina.

Con buona pace di certi rappresentanti del filo-putinismo all’italiana come gli ineffabili professori Alessandro Orsini della Luiss e Luciano Canfora dell’università di Bari (per entrambi è stato l’Occidente a far saltare i nervi al signore di Mosca), la vera partita che si apre è questa. E un nuovo fronte in Bosnia il mondo non può permetterselo.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.