Vladimir Putin

Uno vede undicimila soldati in alta uniforme sfilare a Mosca sulla piazza Rossa, i carri armati e i cannoni, gli aerei quest’anno no (per ragioni meteorologiche stando alla versione ufficiale, boh!), ascolta le parole di Vladimir Putin sulla Grande Guerra Patriottica, i 7, 8 fors’anche 14 milioni (sul numero dei morti non c’è accordo tra gli storici) di soldati russi che si sono immolati dal 1941 al 9 maggio 1945 – ecco la data indimenticabile per tutti i russi di ieri e di oggi – per liberare l’Europa e il mondo dalla “peste bruna” (definizione putiniana) del nazismo. 

Uno vede e sente tutto questo un lunedì di maggio, mentre i soldati i cannoni i missili i cacciabombardieri con la stella rossa massacrano l’Ucraina (da denazificare anch’essa come la Germania e l’Europa di ottant’anni fa) e si chiede come riesca ancora il neo-zar del  Cremlino, a quasi mezzo secolo di distanza dalla caduta del regime sovietico (1991), a utilizzare “La guerre sacrée di Putin” (per citare il titolo di un libro della storica francese Galia Ackerman del 2019) come un poderoso strumento di propaganda. 

Propaganda che, proprio all’indomani delle grandi celebrazioni moscovite del 9 maggio (con lo stesso Putin in processione con la foto del padre, morto anche lui nella grande guerra patriottica), un altro storico francese del calibro di Jean-Louis Panné, uno degli autori di quell’opera colossale che è “Il libro nero del comunismo” (pubblicato in Francia nel 1997 e poi in Italia da Mondadori), ha deciso di smontare, di mostrarne l’inconsistenza, con uno di quei testi che in Francia vanno sotto il nome di “décryptage”, termine perfetto che indica, appunto, il lavoro di decrittazione, l’analisi approfondita di un fenomeno, di un evento, di un retroscena.

Un “decryptage” che vale 14 milioni di morti

E qual è il primo “decryptage” di Pannè? La prima scomoda verità (lui li chiama “les aspects refoulés”, gli aspetti intenzionalmente dimenticati) sul mito sovietico (ora post-sovietico) della grande guerra patriottica? Il numero davvero impressionante dei soldati morti, 7 o addirittura 14 milioni come dicevo prima. 

Perché tanti morti allora come oggi in Ucraina (20, 25mila ma il Cremlino non fornisce nessun dato ufficiale e si limita a rassicurare le famiglie – lo ha ribadito anche Putin nel suo discorso del 9 maggio – che avranno, tutte, un risarcimento economico)? Perché tanti morti? Perché – e qui Pannè cita un libro drammatico, “Il diario di guerra” di un soldatino diciassettenne dell’Armata Rossa, Nikolaï Nikouline, originario di Leningrado come Putin, testimone di orrori e violenze indicibili – perché “la vita dei soldati russi non vale niente, vengono mandati al macello sotto le raffiche delle mitragliatrici, a decine a centinaia a migliaia… e solo per conquistare una collina e poi riperderla e poi riconquistarla al prezzo di migliaia di caduti…” 

Per un francese come Pannè la mente va alla battaglia di Chemin des Dames, aprile 1917, dipartimento dell’Aisne, a ovest di Parigi, dove il generale Nivelle sacrificò senza nessun risultato 160mila uomini (e tra questi c’era anche un battaglione di soldati italiani).

Per un italiano la mente va alle dodici battaglie dell’Isonzo con decine di migliaia di fanti mandati a morire per la miopia e l’arroganza del generale Cadorna (a cui sono pure dedicate strade e piazze) oppure spediti davanti ai plotoni d’esecuzione dei carabinieri con l’accusa di disertare: proprio come sarebbe capitato a 13mila soldati russi, fucilati dai miliziani dell’Nkvd, il servizio segreto militare di Stalin che poi sarebbe diventato il Kgb, durante l’eroica battaglia di Stalingrado, la pagina più gloriosa della guerra sovietica contro il nazismo.

La guerra di allora e la guerra di oggi

Ma ci sono altre cose che avvicinano drammaticamente quella guerra di allora a questa di oggi in Ucraina. Le violenze, i crimini contro la popolazione civile. Sembra una costante nelle vicende dell’esercito russo. Pensate che, durante la “guerre sacrée” antinazista, l’Armata Rossa si abbandonò a violenze, stupri e saccheggi perfino in Jugoslavia (e non solo contro i tedeschi e gli italiani) al punto che il braccio destro del maresciallo Tito, il capo partigiano serbo-croato Milovan Djilas (che negli anni ’50 sarebbe stato accusato di deviazionismo e isolato dal Cremlino: evitò per miracolo la deportazione), se ne lamentò direttamente con Stalin ma con scarso risultato (come racconta nel suo libro “Conversazioni con Stalin” pubblicato in Francia nel 1962).

E, infine, c’è un aspetto, diciamo economico e strategico, della guerra antinazista che a nessun russo, anche storico, piace ricordare: l’impegno davvero senza limiti degli Stati Uniti a favore dell’alleato sovietico. 

L’impegno senza limiti degli Stati Uniti

All’indomani dell’invasione tedesca, l’Operazione Barbarossa, giugno 1941, il presidente americano Roosevelt, senza pensarci due volte, decise di “switchare”, cioè di destinare all’Urss di Stalin, un prestito obbligazionario rimborsabile in cinque anni, originariamente pensato per la Gran Bretagna. Poi, anche dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbour, gli Stati Uniti, pur impegnati nel Pacifico, non si sottraggono all’impegno di rifornire di armi e materiali l’Armata Rossa (Stalin ringrazierà dichiarando guerra al Giappone l’8 agosto 1945, due giorni dopo la bomba atomica su Hiroshima).

Il generale John Russel Deane, capo della missione americana a Mosca durante la guerra, nel suo libro “La strana alleanza” (pubblicato nel 1947 da Garzanti) fa la contabilità dettagliata degli aiuti americani ai sovietici a partire dal 1943. Leggiamo: 16 milioni di tonnellate di materiale bellico trasportati in Urss da 2.660 navi mercantili; 427mila camion; 13mila blindati; 2.300 pezzi di artiglieria; materiale ferroviario (tra cui 1.900 locomotive); 4,5milioni di tonnellate di viveri e, perfino, 15milioni di paia di scarponi. 

Il generale fa qualche addizione: si tratta di 11miliardi di dollari di aiuti senza i quali, probabilmente, l’Armata Rossa non sarebbe arrivata a Berlino (anche qui: furono gli americani a fermarsi sull’Oder per dare la precedenza ai russi). 

Perché tutto questo – si chiede lo storico Panné – non viene ricordato nel giorno della grande apoteosi bellica del Cremlino? Gli risponde un altro storico, grande esperto di vicende sovietiche, Thierry Wolton, autore della gigantesca trilogia “Storia mondiale del comunismo” (pubblicata dall’editore Grasset nel 2015) e di altri saggi sul sistema di potere di Putin (per esempio, “Il Kgb al potere” del 2005). 

Nessun processo al regime comunista

E gli risponde così: dopo la caduta del muro nell’89 e l’implosione dell’impero sovietico nessuno, in Occidente, ha avuto il coraggio di mettere sotto processo – una sorta di nuovo processo di Norimberga – i crimini del regime comunista. 

Si è preferito tacere, ignorare, girarsi dall’altra parte: per ragion di Stato e per ragioni economiche (anche se a Mosca una minoranza di ladri, diventati oligarchi, si impadroniva impunemente delle ricchezze del Paese: leggere “La Russia di Putin” di Anna Politkovskaja edito da Adelphi per avere un’idea di quella enorme razzia di asset e beni pubblici). 

Insomma, una gigantesca amnesia.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.