Dopo due anni di arretramento, le grandi e medie imprese italiane ritrovano il segno positivo. Nel 2025 il fatturato delle 1.700 maggiori società industriali e terziarie analizzate da Mediobanca è cresciuto dello 0,5% rispetto all’anno precedente, interrompendo una sequenza negativa che aveva visto i ricavi ridursi del 6,2% nel 2023 e di un ulteriore 3% nel 2024. Una ripresa ancora contenuta nella dinamica dei ricavi, ma accompagnata da un dato che racconta qualcosa di più profondo sulla capacità di reazione del sistema produttivo italiano: nel corso dell’ultimo anno gli investimenti hanno raggiunto il livello record di 35,5 miliardi di euro, ben al di sopra dei 29 miliardi registrati nel 2019. È la fotografia che emerge dall’indagine annuale “Dati Cumulati” dell’Area studi di Mediobanca, costruita sui bilanci di 1.700 imprese, un campione che comprende quasi tutte le società italiane con oltre 500 dipendenti e il 12,3% delle imprese manifatturiere di media dimensione.
La ripartenza passa dall’estero
Il ritorno alla crescita dei ricavi non nasce tanto dal mercato domestico, quanto dalla capacità delle imprese italiane di conquistare domanda oltreconfine. Nel 2025 le esportazioni delle società analizzate sono aumentate del 3,3%, compensando una contrazione dell’1% delle vendite sul mercato italiano. È una dinamica che conferma quanto il posizionamento internazionale continui a rappresentare uno dei principali ammortizzatori per l’industria italiana quando la domanda interna rallenta. La crescita complessiva dello 0,5% appare quindi come il risultato di due forze che hanno viaggiato in direzioni opposte: da una parte un mercato domestico ancora debole, dall’altra una maggiore capacità di intercettare la domanda internazionale.
Guardando però oltre il singolo esercizio, il quadro appare più robusto. Tra il 2016 e il 2025 il fatturato nominale delle 1.700 imprese considerate da Mediobanca è cresciuto complessivamente del 39,6%, mentre le esportazioni hanno registrato un incremento del 45,6% e le vendite realizzate sul mercato italiano del 36,4%. Sono numeri che restituiscono una prospettiva diversa rispetto alla fotografia del solo 2025: negli ultimi dieci anni le imprese hanno continuato ad ampliare la propria scala, nonostante una sequenza di shock che ha attraversato pandemia, guerre, crisi energetiche e tensioni commerciali internazionali.
Il motore resta il “Quarto capitalismo”
Dentro questa crescita emerge con particolare evidenza il ruolo delle imprese di dimensione media e medio-grande, quelle che la ricerca Mediobanca riconduce al cosiddetto “Quarto capitalismo”. Nel decennio considerato queste aziende hanno aumentato i ricavi del 50,4%, mostrando una capacità di espansione superiore a quella media del campione. È uno dei dati più interessanti dell’indagine perché mette in evidenza una caratteristica strutturale del sistema produttivo italiano: accanto ai grandi gruppi quotati e alle multinazionali, esiste una fascia di imprese che, pur non avendo dimensioni comparabili con i colossi globali, è riuscita a costruire una significativa presenza internazionale, investire e generare valore.
Ancora più marcata è la crescita dei settori che rappresentano alcuni dei tratti distintivi del Made in Italy. Nel loro complesso, le attività considerate caratteristiche del sistema produttivo italiano hanno visto aumentare il fatturato del 55,3% nell’arco dei dieci anni. È un dato che suggerisce come la competitività italiana non sia rimasta confinata a poche nicchie, ma abbia trovato una capacità di adattamento anche in comparti esposti a una concorrenza internazionale sempre più intensa. La crescita, tuttavia, non è stata uniforme e la distanza tra i diversi settori resta molto ampia.
Impiantistica e costruzioni corrono, media e telecomunicazioni arretrano
La graduatoria settoriale racconta infatti un’Italia industriale a velocità differenti. Tra il 2016 e il 2025 l’impiantistica ha registrato un aumento del fatturato del 142,5%, mentre le costruzioni hanno raggiunto una crescita del 131,1%. All’estremo opposto si collocano comparti che hanno invece visto ridursi i ricavi nell’arco del decennio. L’emittenza radiotelevisiva ha perso il 12,5%, la stampa e l’editoria il 4,4% e le telecomunicazioni il 3,7%. Numeri che mostrano come la trasformazione dei modelli di consumo, la digitalizzazione e la pressione competitiva abbiano prodotto effetti molto diversi a seconda delle filiere.
Anche all’interno dei singoli comparti le traiettorie possono essere profondamente divergenti. È il caso dei trasporti, dove l’automotive ha registrato una diminuzione del fatturato dell’8,4% nel periodo considerato, mentre la cantieristica navale ha segnato una crescita del 115,8%. È una differenza che va oltre la semplice fotografia contabile e racconta due industrie sottoposte a trasformazioni strutturali differenti: da una parte la complessa transizione dell’automotive, alle prese con elettrificazione, nuovi concorrenti globali e cambiamenti delle catene produttive; dall’altra un settore della costruzione navale che ha beneficiato di una domanda internazionale particolarmente sostenuta.
La redditività recupera terreno
La ripresa non riguarda soltanto i ricavi. Un altro indicatore centrale per misurare la salute delle imprese è la redditività operativa, che nell’analisi Mediobanca mostra un recupero significativo dopo lo shock del 2020. L’Ebit margin, sceso del 4,1% nel 2020, ha progressivamente recuperato terreno e si è attestato in media al 6,8% nel triennio 2023-2025, contro il 5,6% dei sette anni precedenti. Il dato è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi tre anni, suggerendo che il miglioramento non sia stato soltanto il risultato di una fase temporanea di rimbalzo.
Per le imprese significa poter affrontare la fase successiva del ciclo economico partendo da una base finanziaria e industriale più solida rispetto a quella emersa dall’emergenza pandemica. La redditività, insieme alla crescita dei ricavi e degli investimenti, contribuisce infatti a spiegare perché il sistema produttivo abbia continuato a destinare risorse alla capacità produttiva anche in un contesto caratterizzato da elevata incertezza. Non è soltanto una questione di resistenza: la scelta di investire implica una scommessa sulla capacità futura di generare ricavi e margini.
Il record degli investimenti: 35,5 miliardi
Il dato più netto dell’indagine è proprio quello relativo agli investimenti. Nel 2025 le 1.700 società analizzate hanno investito complessivamente 35,5 miliardi di euro, contro i 29 miliardi del 2019. La crescita è stata generalizzata tra i diversi comparti, a conferma di una propensione all’investimento che non si è arrestata nonostante la successione di shock che ha caratterizzato gli ultimi anni.
Il confronto con il 2019 è particolarmente significativo perché permette di misurare la distanza rispetto all’ultimo anno precedente alla pandemia. Da allora il sistema produttivo ha dovuto assorbire prima l’emergenza sanitaria, poi la crisi energetica, l’inflazione, le conseguenze della guerra in Ucraina e, più recentemente, l’aumento delle tensioni commerciali internazionali. Eppure, il volume degli investimenti non solo ha recuperato, ma ha raggiunto un nuovo massimo. Per le imprese, la spesa in capitale rappresenta una delle leve fondamentali per sostenere produttività, innovazione e capacità competitiva nel medio periodo.
Più occupazione, ma la ricchezza non si distribuisce allo stesso modo
Anche il mercato del lavoro offre un segnale positivo. Nel decennio 2016-2025 l’occupazione delle imprese analizzate è aumentata dell’11,8%, mentre soltanto nel 2025 il numero degli addetti è cresciuto dell’1,3% rispetto al 2024. È un incremento che accompagna quello dei ricavi e degli investimenti e conferma che la crescita delle imprese ha avuto anche una componente occupazionale.
Ma proprio qui emerge uno dei nodi più delicati messi in evidenza dalla ricerca. Le imprese italiane hanno dimostrato di essere in grado di generare ricchezza, ma la sua distribuzione tra i diversi stakeholder presenta ancora squilibri. Mediobanca calcola in circa 9.300 euro all’anno il valore creato per addetto dopo la remunerazione di tutti gli stakeholder. Sui 26 comparti analizzati, sette hanno mantenuto un trend positivo ogni anno. Tra questi figurano il farmaceutico-cosmetico, l’alimentare, la gomma e il legno-arredo. Altri sette settori, invece, hanno eroso ricchezza, tra cui telecomunicazioni, trasporti e costruzioni.
Produttività in crescita, salari reali sotto pressione
La capacità di generare valore è legata anche all’evoluzione della produttività. Nel 2025 la produttività nominale è risultata superiore del 22,6% rispetto al 2016, mentre il costo del lavoro pro capite è aumentato del 18,8%. Il differenziale indica che, nel periodo considerato, il valore prodotto per addetto è cresciuto più rapidamente rispetto al costo del lavoro individuale.
Il problema emerge però quando questi valori vengono letti alla luce dell’inflazione. Nel decennio l’aumento cumulato dei prezzi è stato pari al 21,4%. Di conseguenza, nonostante l’aumento nominale del costo del lavoro, nel 2025 il costo del lavoro per dipendente, considerato in termini reali, risultava ancora inferiore del 2,2% rispetto al 2016. È una delle contraddizioni più significative della fotografia scattata da Mediobanca: le imprese hanno aumentato produttività, ricavi, investimenti e occupazione, ma l’incremento nominale delle remunerazioni non è bastato a compensare integralmente l’erosione del potere d’acquisto determinata dall’inflazione.
La sfida dopo il rimbalzo
Il dato del 2025 segna dunque un passaggio importante, ma non chiude la partita. Il ritorno alla crescita dei ricavi, dopo due anni di contrazione, coincide con un rafforzamento degli investimenti, una redditività più elevata rispetto alla media del passato recente e un aumento dell’occupazione. Il quadro che emerge dall’indagine Mediobanca è quello di un sistema produttivo capace di reagire e, soprattutto, di continuare a investire anche quando il contesto internazionale rende più difficile programmare.
La sfida successiva è trasformare questa capacità di investimento e di creazione di valore in una crescita più diffusa. La differenza tra settori e filiere resta infatti ampia, così come quella tra imprese maggiormente internazionalizzate e realtà più esposte alla domanda domestica. E il tema della distribuzione della ricchezza prodotta resta aperto: se nel decennio la produttività nominale è cresciuta del 22,6%, il costo del lavoro pro capite è aumentato del 18,8%, mentre l’inflazione cumulata ha raggiunto il 21,4%. Il 2025 racconta quindi un’industria italiana che ha ritrovato la crescita e ha accelerato sugli investimenti, ma anche un’economia chiamata ora a trasformare il recupero di competitività in un aumento più equilibrato del benessere prodotto.
















