Discoteche chiuse, perdite per 500 milioni di euro, la denuncia di un gestore: «I locali stanno finendo in mano alla mafia»
Paolo Peroli socio del The Club a Milano

È uno dei settori più colpiti dalle conseguenze del CoVid-19 sulla vita sociale e, di conseguenza, sull’economia. Porte sbarrate e zero fatturato per mesi e mesi, e poi i primi segni più con le aperture a singhiozzo subito stroncati dalle nuove misure anti-assembramento. A 18 mesi dallo scoppio della pandemia si può dire che l’industria del ballo e del cosiddetto “intrattenimento danzante” non riesce proprio a tornare in pista. E per discoteche e locali notturni la ripartenza resta una chimera. I numeri sono impietosi: da febbraio a giugno 2020 le attività hanno perso il 100% del fatturato, da giugno ad agosto 2020 con le riaperture si era registrata una piccola ripresa poi interrotta di nuovo fino all’aprile di quest’anno. Secondo i dati comunicati dalle associazioni di categoria del mondo delle discoteche e dei locali simili, i mancati guadagni legati all’epidemia di Covid-19 hanno superato i 500 milioni di euro. A respirare un po’ sono state forse soltanto quelle discoteche che hanno avuto la possibilità di adattarsi a svolgere attività di ristorazione, una percentuale molto marginale però rispetto ai locali che in Italia sono ricompresi nella dicitura “Discoteche, sale da ballo, night club e scuole di danza”. «Al momento il ballo è ancora inibito sia all’aperto che al chiuso, e dal momento che la gran parte delle entrate della nostra categoria dipende da esso, possiamo tranquillamente affermare che l’intrattenimento danzante in 18 mesi ha visto crollare il suo fatturato dell’80% su scala nazionale. Evidentemente le istituzioni del nostro Paese non riconoscono l’importanza sociale ed economica che questo tipo di strutture ricoprono nella società»: non fa tanti giri di parole Paolo Peroli, imprenditore milanese quarantenne con interessi nel mondo della “disco” e della ristorazione tra Milano e la Versilia. «Nel 2020» aggiunge, «io e migliaia di miei colleghi siamo stati abbandonati e messi in un angolo. I primi sostegni sotto forma di ristoro sono arrivati dopo mesi e solo dopo che la nostra categoria ha alzato la voce attraverso delle pubbliche manifestazioni». Peroli, che a Milano è socio della discoteca The Club e del bar e bistrot Metropolis, ha anche messo in piedi personalmente un paio di proteste organizzate all’insegna dello slogan “Se mi chiudi mi ristori, se non mi fai lavorare violi i miei diritti”. «Sono sempre stato perfettamente consapevole della necessità di impedire con ogni mezzo la circolazione del Sars-Cov2 – puntualizza – ma sono altrettanto certo che con protocolli idonei formulati magari con il supporto degli imprenditori, il crollo si sarebbe potuto evitare, tante imprese non sarebbero fallite e in molti avrebbero potuto salvarsi e non essere inghiottiti dalle conseguenze della totale assenza dello Stato come le speculazioni che hanno permesso ai nemici dello Stato di insediarsi laddove prima l’imprenditore onestamente e orgogliosamente praticava la propria professione».
 
Vuol dire che molte discoteche sono finite in mano alla criminalità organizzata?
«È noto che in tutto il Paese le difficoltà innescate dall’emergenza CoVid hanno creato il terreno fertile per le infiltrazioni della malavita. Purtroppo, lo Stato, non riuscendo a sostenere e ristorare adeguatamente le discoteche, ha fatto indirettamente un assist alla criminalità organizzata che ha avuto vita facile a trovare imprenditori disperati ai quali, dopo mesi di crisi, per sopravvivere non è rimasto che svendere le loro attività a prezzi stracciati al miglior offerente. Una situazione che ho evidenziato più volte anche ai rappresentanti politici e istituzionali che ho incontrato fin dall’inizio della pandemia. Ma, lo posso dire a gran voce, senza mai riuscire a trovare la giusta attenzione».
 
Dal punto di vista della vostra categoria, cosa hanno sbagliato i governi nella gestione dell’emergenza sanitaria?
«Se posso permettermi, tutto. I governi di ieri e di oggi hanno sbagliato completamente l’approccio nei confronti delle imprese del nostro settore. Basti pensare che nei primi Dpcm del governo Conte inizialmente non venivamo nemmeno citati, né sul piano delle limitazioni né su quello assistenziale. Sia noi imprenditori che i nostri dipendenti siamo stati abbandonati al nostro destino. Con il governo Draghi la mancanza di un orizzonte temporale certo per la ripresa del ballo non ha fatto altro che favorire illegalità e disordini, faccio riferimento ai party abusivi e alle feste in piazza con assembramenti ovunque e le conseguenze che ne sono derivate sul fronte dell’ordine pubblico. Entrambi i governi ci hanno ristorato con degli importi pari al 4% del fatturato, denari del tutto insufficienti a sostenere i costi fissi. Come spesso accade in Italia sono stati tutelati sotto ogni punto di vista i dipendenti pubblici e nulla è stato fatto per noi imprenditori del mondo delle discoteche, abbandonati e derisi da una classe politica che evidentemente non ha idea dei costi che devono sostenere le nostre aziende».
 
Le quali, deve ammettere, vivono di un’attività che però presuppone prossimità e dunque è molto pericolosa sul versante del rischio contagi…
«Certo, lo so bene. Ma una soluzione, temporanea, c’è ed è il cosiddetto “clubbing”. Che però, per essere tale e non tradire la sua essenza, deve partire dalla pista da ballo. L’impresa può anche adattarsi ma solo se ha un orizzonte temporale certo, un termine oltre il quale tutto dovrà tornare alla normalità. Molti miei colleghi hanno sale da ballo improntate al 90% sulla pista da ballo, loro sono i più penalizzati, ma ci sono club che per fortuna possono temporaneamente adattarsi».
 
E sul Green Pass obbligatorio, come la pensate nel settore del ballo?  
«Che è la misura che potrebbe salvare le discoteche. Una misura forse antipatica, per certi versi discriminatoria, ma necessaria per riaprire al ballo. Con le persone fossero tutte vaccinate, salterebbe sicuramente fuori qualche caso di positività al CoVid ma le ospedalizzazioni non aumenterebbero al punto da riportare in auge la terribile politica delle chiusure che a mio parere ha solo sotterrato le aziende. Aggiungo inoltre che una sorta di “Green Pass” era già stato richiesto dal Silb 3 mesi fa, così come eventi-test in 2 note discoteche italiane: anche il quel caso le istituzioni hanno preferito non accogliere le nostre iniziative. Ci aspettiamo comunque che il green pass venga richiesto in tutti quei luoghi nei quali si verificano assembramenti, ad esempio in quei ristoranti dove fanno ballare».
 
C’è un modello di misure di sicurezza anti-contagio applicato all’estero che si potrebbe replicare anche in Italia? 
«La miglior misura anticontagio è la vaccinazione. Le ospedalizzazioni non devono risalire. Solo così potranno restituirci il nostro diritto al ballo».
 
 Gli incontri con le istituzioni non hanno portato ad alcuna soluzione concreta finora?
«Soltanto piccoli frutti. Confcommercio e Silb si sono prodigati per darci voce ma non è abbastanza, ogni volta che mi sono seduto al tavolo con la Regione Lombardia e ho esposto la nostra situazione, ho sempre avuto l’impressione che non venisse compresa fino in fondo l’estrema difficoltà nella quale la mancanza di fondi ci ha gettato. O meglio, tutti sembrano comprendere il nostro dramma ma poi i risultati sono sempre al di sotto delle aspettative. Dopo varie manifestazioni e colloqui in Regione sono riuscito a far ottenere ai “codici Ateco 702100”, le pubbliche relazioni, un piccolo sostegno una tantum per i promoter. Un risultato ottenuto solo andando a bussare con insistenza a tutte le porte. Abbiamo chiesto a gran voce anche la riduzione della Tari al comune di Milano, alla Regione, al governo centrale. Siamo rimasti inascoltati. È giusto che una discoteca chiusa debba pagare una tassa sull’immondizia che non ha prodotto?».
 
Se i decreti di ristoro e di sostegno a imprese e lavoratori non sono stati sufficienti, cosa vi aspettate adesso dai fondi previsti dal PNRR? 
«Posso fare una provocazione? Vorremmo ristori proporzionali all’immenso danno subito. Ristori che non prevedono solo un importo pari ad una percentuale dei fatturati mancati ma anche al danno subito dalla struttura e dai lavoratori che sono rimasti a casa. È assurdo vedere che in Italia il governo va in aiuto di società decotte o controverse come Alitalia o Ilva e non salvaguarda invece aziende sane affossate non da una mala gestione dell’imprenditore ma da una gestione discutibile dell’emergenza pandemica da parte di chi amministra la cosa pubblica. I ristori dovranno essere quindi molto più consistenti per favorire la ripartenza di un’industria come quella dell’intrattenimento serale e notturno che, ricordiamolo, in Italia conta su più di 3 mila strutture e vale più di 1 miliardo di fatturato all’anno».