E’ più vantaggioso essere un lavoratore dipendente o una partita IVA? La domanda che il lavoratore si pone è lecita, la risposta non è però univoca, ci sono infatti pro e contro in entrambe le situazioni lavorative. Per questo motivo è fondamentale informarsi su vantaggi e svantaggi delle due modalità, sempre tenendo conto della professione che si andrà a svolgere così da poter fare una scelta a misura di quest’ultima.

Infatti, se da un lato il punto di vista pratico non va mai messo da parte (adempimenti fiscali, questioni contributive), importante è anche considerare ciò che riguarda le proprie preferenze e attitudini lavorative. Proviamo a fare un’analisi in termini di vantaggi ed adempimenti che le due modalità presentano.

Lavoro dipendente cosa garantisce

L’articolo 49 del TUIR (Testo Unico Imposte sul Reddito) definisce redditi di lavoro dipendente ai fini fiscali quelli derivanti da “rapporti aventi ad oggetto la prestazione di lavoro, con qualsiasi qualifica, alle dipendenze e sotto la direzione di altri…”.

Il lavoro dipendente si evidenzia per un “vantaggio” in particolare ovvero la stabilità stipendiale, la cui traduzione in termini concreti può significare poter richiedere mutui con maggior facilità, avere accesso a canoni di locazione, o ancora la possibilità di fare ricorso a finanziamenti ecc., oltre che non doversi preoccupare di picchi di cash flow essendo prevista una R.A.L. (Retribuzione Annua Lorda) mensile flat o comunque mai in diminuzione (se non per specifiche fattispecie come le assenze non retribuite).

Quali sono gli altri vantaggi del lavoro dipendente

Ulteriore vantaggio per il lavoratore dipendente riguarda anche tutta la parte contributiva, è infatti l’azienda a farsi carico di gran parte della contribuzione del dipendente. Nella maggior parte dei casi, la contribuzione incide per circa il 33% sulla R.A.L.: due terzi sono a carico del datore di lavoro e un terzo viene trattenuto dalla busta paga del dipendente.

La contribuzione, pagata all’INPS o alla cassa di appartenenza, si rivela fondamentale ai fini pensionistici, per poter coprire la malattia, la maternità/paternità, e supportare il cordone welfare per i bonus nucleo familiare.

Lavoratore dipendente, perdita del lavoro e pensione

Tra gli indennizzi coperti dai contributi anche la NASpI, cioè l’assegno di disoccupazione spettante non solo in caso di licenziamento del lavoratore da parte del datore di lavoro, ma ogni qual volta si maturi il requisito oggettivo di perdita involontaria di lavoro. Quindi anche nel caso un contratto a tempo determinato non venga rinnovato o ancora quando il lavoratore si dimetta per giusta causa. A latere la Legge Fornero che regolamenta la possibilità, per le madri lavoratrici dimissionarie volontariamente senza preavviso (entro il compimento dell’anno del minore), di accesso alla NASpI.

In conclusione, vediamo come principale vantaggio del lavoro dipendente una continuità stipendiale e una contribuzione, che da un lato assicura l’accesso a numerosi ammortizzatori e indennizzi, dall’altro ha il vantaggio di essere pagata per due terzi dal datore di lavoro. E’ poi evidente che, tramite la “ricerca” di un continuum contributivo, la possibilità di raggiungere prima l’età pensionabile è maggiore rispetto al lavoratore autonomo.

Lavoro dipendente busta paga e stipendio

Lo stipendio si identifica come retribuzione mensile corrisposta per il lavoro svolto e spetta a lavoratori dipendenti, subordinati e ad apprendisti.
Nel caso del lavoratore dipendente si compone di una parte fissa, che si rifà ai valori tabellari presenti sul contratto nazionale del lavoro di riferimento, a cui andranno a sommarsi indennità variabili differenti a seconda del ruolo, del settore e della mansione.

Una volta fissati i caratteri generali intervengono quindi gli accordi interconfederali e la contrattazione collettiva, che si occupano di identificare parametri stipendiali sotto i quali non è possibile scendere. Infine nell’ambito della contrattazione individuale, sta al datore di lavoro prevedere condizioni maggiormente favorevoli per il dipendente.

Tfr e mensilità aggiuntive

Lo stipendio si compone quindi da un lato di una retribuzione fissa mensile, calcolata in base alle ore di lavoro svolto e alle indicazioni previste nel CCNL e nel contratto individuale. Si possono poi ricevere tredicesima, quattordicesima e altre mensilità aggiuntive, a cui vanno in alcuni casi a sommarsi compensi relativi alla variazione dell’orario di lavoro, come straordinario o lavoro notturno.

Infine viene calcolata su ogni stipendio mensile una quota fissa da accantonare per il TFRTrattamento di Fine Rapporto – che verrà corrisposta al momento della cessazione del rapporto di lavoro.

La quota fissa dello stipendio è perciò data dalla somma dei minimi contrattuali, di un’indennità di contingenza e dell’EDRElemento Distinto della Retribuzione. Gli elementi accessori sono invece quella parte variabile della retribuzione che può dipendere da svariati fattori quali ad esempio premi di produzione o lavoro straordinario.

Tasse del lavoratore dipendente, come si calcolano

La tassazione del lavoro dipendente avviene direttamente tramite il datore di lavoro che, in qualità di sostituto d’imposta, si occupa di effettuare una trattenuta a titolo di acconto delle imposte dovute dal dipendente all’atto del pagamento della somma. Il metodo utilizzato per i pagamenti delle imposte sui redditi da lavoro (IRPEF e addizionali) è quindi quello della ritenuta alla fonte.

L’IRPEF sul reddito di lavoro dipendente è determinata e versata tramite sistema della ritenuta d’imposta all’atto dell’erogazione di stipendio, salario ed accessori, ma anche sulla base della dichiarazione dei redditi del dipendente per l’eventuale ulteriore differenza nel caso ad esempio si posseggano altri redditi.

Lavoro dipendente 2023, qual è la formula per le tasse

La fiscalità del lavoro dipendente può infine essere semplificata nella formula unica:
(Retribuzione Lorda – Deduzioni – Contributi INPS) X %Tasse – Detrazioni = Tasse dovute

Analizziamo quindi brevemente i termini sopracitati. La retribuzione lorda è lo stipendio annuo lordo concordato con il datore di lavoro a cui andranno a sommarsi eventuali elementi accessori. Le deduzioni si identificano invece come “sconti fiscali” che si sottraggono direttamente dal proprio imponibile fiscale (calcolato a partire dalla retribuzione lorda a cui si sottraggono deduzioni e contributi INPS) prima del calcolo delle tasse.

I contributi INPS sono contributi obbligatori che vanno versati al fine dell’accantonamento della pensione. Sono pagati dal lavoratore per il 9,19% (completamente deducibile) e dal datore di lavoro per il 23,82%. La percentuale delle tasse rappresenta la percentuale di tassazione che viene applicata sul reddito e dipende dalle aliquote IRPEF.

Scaglioni Irpef per l’anno 2023

A seguito della riforma Draghi sulle aliquote di tassazione, gli scaglioni Irpef per l’anno 2023 sono così suddivisi: fino a 15.000 Euro è applicata l’aliquota al 23%; tra 15.001 e 28.000 Euro l’aliquota è al 25%; tra 28.001 e 50.000 Euro l’aliquota passa al 35%; oltre 50.001 Euro l’aliquota è al 43%.

La tassazione per l’aliquota IRPEF è di tipo incrementale, ovvero il reddito dal minimo al massimo è tassato secondo l’aliquota corrispondente. Segue un esempio concreto:

Se il reddito imponibile del dipendente è di 16.000 Euro, i primi 15.000 Euro vedranno l’applicazione dell’aliquota al 23%, ai restanti 1000 Euro verrà applicata l’aliquota pari al 25%.

Partita IVA cos’è e quali sono i vantaggi

Se il lavoratore dipendente gode di diverse tutele, la partita IVA garantisce la libertà dell’adozione di strategie su misura per la propria professione, e oggi grazie all’applicazione di regimi fiscali agevolati anche la possibilità di avere un guadagno netto maggiore. Questo al fine di massimizzare i guadagni a lungo termine con un reddito che è basato anche e soprattutto sulle performance personali.

La partita IVA identifica in modo univoco una società o un lavoratore autonomo, registrandone l’attività presso l’Agenzia delle Entrate ed è necessaria per lo svolgimento in forma organizzata di un’attività di lavoro autonomo con caratteristiche di abitualità, continuità e professionalità.

Codice ATECO cos’è e a cosa serve

Fondamentale per l’apertura di una nuova partita IVA è il codice ATECO, una combinazione alfanumerica che identifica un’attività economica.
La tipologia dell’attività che intendiamo svolgere andrà comunicata all’Agenzia delle Entrate facendo riferimento alla classificazione “ATECO 2007 – aggiornamento 2022”. La comunicazione è necessaria per la classificazione dell’attività a fini fiscali, contributivi, statistici e in ambito di sicurezza sul lavoro.

Partita IVA quali sono le tipologie

Essere un lavoratore autonomo permette di scegliere il modello di business più confacente all’attività che si vuole porre in essere, in base alla quale si andrà poi ad identificare la miglior strategia fiscale e perciò a ridurre i costi di gestione/produzione. Il lavoratore autonomo sarà quindi personalmente incaricato di occuparsi della qualità del servizio che offre e della gestione della propria produttività (tramite ad esempio investimenti in software gestionali a misura della propria professione).

Il lavoratore autonomo può essere identificato come appartenente a una delle tre categorie seguenti: professionista iscritto ad un albo e avente una cassa previdenziale privata; professionisti sprovvisti di albo professionale, iscritti alla gestione separata INPS; ditte individuali artigiane o commercianti iscritte ad INPS artigiani e commercianti.

Regime fiscale ordinario semplificato cos’è

I regimi fiscali tra cui scegliere si identificano quali regime ordinario, regime ordinario in contabilità semplificata e regime forfettario.

Il regime fiscale ordinario semplificato prevede, come nel caso dei dipendenti, che i redditi vengano sottoposti alla tassazione IRPEF ordinaria a scaglioni di reddito con una percentuale minima del 23% e una massima del 43%. Sono deducibili tutti i costi documentati legati alla propria attività, i contributi previdenziali pagati e i costi promiscui, che abbasseranno l’importo su cui le tasse andranno calcolate. Sono inoltre applicabili le detrazioni, nel caso ad esempio di spese mediche. Per quanto riguarda l’emissione delle fatture, queste ultime saranno imponibili IVA e, se necessario, assoggettate a ritenute d’acconto. Si renderà di conseguenza essenziale e obbligatoria la tenuta della contabilità e adempimenti relativi al versamento dell’IVA e delle ritenute.

Il regime ordinario semplificato permette di dedurre analiticamente i costi, e prevede una tassazione che va a scaglione di reddito riassumibile nell’equazione: Fatturato – Costi deducibili – Contributi = Base imponibile. Una volta trovato il reddito si applicano quindi le detrazioni.

Regime fiscale forfettario come funziona

Il regime fiscale forfettario è un regime agevolato in franchigia d’IVA, ovvero l’importo in fattura, a prescindere dall’attività svolta, non è imponibile IVA ed è esente dalla ritenuta d’acconto. Questo regime fiscale prevede infatti che il contribuente incassi il lordo dell’importo, pattuito come compenso, e sia poi autonomo nel versamento delle imposte in sede di dichiarazione.

La tassazione può andare dal 5%, usufruendo dell’aliquota start up per i primi cinque anni, al 15%, tramite l’aliquota ordinaria del regime agevolato.

Il 5% spetta a coloro che stanno aprendo un’attività autonoma completamente nuova e che non è stata svolta in maniera subordinata negli ultimi 3 anni, ovvero con contratto di lavoro dipendente (a meno che quest’ultimo non fosse a tempo determinato e minore di 18 mesi, il che lo renderebbe economicamente marginale e perciò non rilevante ai fini dell’individuazione della continuità lavorativa e quindi dell’applicazione dell’aliquota al 15%).

E ancora, se nell’ultimo triennio non si è già avuta una partita IVA, a prescindere dall’attività posta in essere o si è stati soci di società di persone. Infine se non si è acquistata un’attività da un terzo, caso in cui si genererebbe una continuità lavorativa che porterebbe all’applicazione di una tassazione del 15%.

Inoltre, questa tassazione non grava il totale del fatturato incassato e quindi del compenso lordo, ma solo una porzione di quest’ultimo la quale è direttamente collegata al coefficiente di redditività.
Ad esempio, nel caso di professionisti è stato calcolato come circa il 22% del fatturato sia impiegato nelle spese sostenute per il mantenimento della propria attività. Non è perciò richiesto che si documentino queste spese, in quanto già identificate dallo Stato come il 22% dei costi deducibili a forfait. Pertanto la tassazione non si applicherà sul 100% dell’incassato, ma sul rimanente 78%, meno i contributi previdenziali pagati per cassa.

Il regime forfettario permette appunto di dedurre i costi in maniera forfettaria e l’equazione a cui far riferimento è: (Fatturato incassato X Coefficiente) – Contributi pagati per cassa = Base imponibile. Sulla base di questo risultato andranno poi calcolate le tasse dovute; è un regime fiscale che non dà la possibilità di ricorrere a detrazioni in quanto agevolato.

Regime forfettario, requisiti di accesso e mantenimento

L’accesso a questo regime e di conseguenza il suo mantenimento negli anni successivi è possibile per i soggetti in possesso di determinati requisiti che possiamo brevemente schematizzare come segue:

è fondamentale essere residente in Italia o in UE (ma con domicilio fiscale in Italia), la provenienza del 75% del fatturato deve derivare da clienti italiani.

Come da nuova legge di bilancio il limite di ricavi o compensi non deve essere superiore a 85.000 Euro, indipendentemente dal codice ATECO applicato, nel caso in cui si avesse già una precedente posizione IVA aperta. In caso infatti di precedente posizione IVA aperta, nel 2023 va verificato di non aver avuto un fatturato incassato superiore a 85.000 euro nell’anno precedente, questo perché i limiti di ricavi o compensi nell’anno 2022 erano pari a 65.000 Euro, il che porta ad un adeguamento/aumento del volume d’affari.

In caso, contestuale all’apertura di partita IVA, di lavoro dipendente, parasubordinato, o reddito assimilato al lavoro dipendente, la R.A.L .di quest’ultimo, calcolata sull’anno precedente rispetto all’anno in cui vado ad aprire una partita IVA con regime forfettario, non può essere superiore a 30.000 Euro lordi. Se però il rapporto di lavoro si è interrotto entro l’anno precedente la RAL sarebbe potuta essere superiore, senza perciò creare cause ostative per l’accesso al regime agevolato.

I requisiti di accesso al regime forfettario vanno testati sia in caso di apertura di partita IVA ex novo, sia nel caso in cui si confluisca nel regime agevolato da precedente posizione IVA aperta.

I requisiti di mantenimento, riferendosi ad un regime non relativo ad una finestra temporale di massima/ad un età anagrafica e che può permanere nell’arco dell’intera vita professionale del contribuente, vanno invece verificati al termine di ogni anno e sono i seguenti:

Non è possibile superare il tetto massimo previsto per il fatturato incassato (ovvero 85.000 Euro); non si possono rilevare quote di società di persone; laddove si sia titolari di società di capitali o si abbia un controllo indiretto, non è possibile fatturare verso tali società se il codice ateco, il sezionale e l’attività svolti dalla partita IVA personale sono i medesimi della società di capitale.

Ancora, il regime non potrà essere mantenuto nel caso in cui nell’anno precedente si siano percepiti redditi di lavoro dipendente o assimilati (compresi i redditi di pensione) di importo superiore a 30.000 Euro lordi. La soglia delle spese per lavoro dipendente e per i collaboratori devono risultare inferiori a 20.000 Euro l’anno. Infine non è permesso fatturare verso un ex datore di lavoro (considerando gli ultimi due esercizi fiscali).

Partita IVA contributi da pagare i titolari

A seconda del proprio ruolo – libero professionista iscritto ad un albo, non iscritto ad alcun albo, o ancora artigiano o commerciante – si avranno dunque contribuzioni di tipo differente.

La cassa Artigiani e Commercianti, che di norma prevede un versamento di un contributo fisso minimale (ca. oltre 3,900 Euro l’anno) collegato ad un reddito lordo pari a 16.000 Euro circa ed un’aliquota pari a ca. il 24% sul reddito in eccedenza presenta nel caso del regime forfettario la possibilità di una scontistica del 35% sui contributi da versare. Ne consegue che le settimane contributive nel corso dell’anno non saranno però pari a 52 (l’anno intero), ma a circa 36.

Da una lato si hanno quindi contributi fissi mensili, dall’altro c’è l’accesso ad agevolazioni e a una scontistica che si applica anche all’aliquota variabile. Scontistica che, soprattutto nel caso dei giovani, offre la possibilità di pagare meno contributi e di conseguenza avere una maggior liquidità, con la possibilità di scegliere in un secondo momento cosa fare per quanto riguarda un eventuale continuum pensionistico ed eventualmente anche decidere di investire in una pensione privata complementare o effettuare versamenti integrativi volontari.

Nel caso si appartenga ad una cassa previdenziale privata, rivolta a quelle attività che prevedono l’iscrizione ad un albo, si hanno nella maggior parte dei casi riduzioni fiscali dovute ad una questione anagrafica, o ancora iscritti all’albo da meno di cinque anni.

Discorso a parte per la cassa della gestione separata INPS, di cui fanno parte tutti coloro che non hanno un albo dedicato e che non offre nessuna possibilità di riduzione collegata all’applicazione del regime fiscale forfettario. L’aliquota, in questo caso molto alta, è pari al 26,23% fatto salvo per coloro che sono parallelamente dipendenti e/o pensionati a cui spetta una riduzione del 24%.

A parità di condizioni, la partita IVA conviene di più

Dall’analisi svolta è possibile evincere come il lavoro da dipendente o da partita IVA sia molto differente. Se da un lato il lavoratore dipendente gode di numerose tutele, è anche vero che la remunerazione è completamente separata da quello che sono le proprie performance.

La partita IVA per contro può presentarsi come lo strumento vincente per tutti coloro che hanno un mindset imprenditoriale e tradursi in una strategia efficace che è direttamente collegata al rendimento e alla capacità di vendere le proprie prestazioni. D’altra parte, alla messa in essere di un piano imprenditoriale è fondamentale tenere conto dei costi di gestione dell’attività e di tutti i possibili imprevisti.

Da un lato è evidente che il lavoro dipendente goda di maggiori tutele, mentre la partita IVA possa gravare sul contribuente per quanto riguarda adempimenti fiscali, gestione di un compenso lordo e pagamento di imposte e contributi in forma autonoma in dichiarazione dei redditi, ecc..

Nonostante ciò, nel 2017 anche grazie a nuove misure come lo statuto del lavoratore autonomo, si è messo in essere un percorso nel tentativo di colmare il divario tra le tutele del dipendente e del lavoratore con partita IVA, una questione di natura civilistica, legale, burocratica.

Cambiamenti sono stati ad esempio apportati con l’aumento della maternità facoltativa per le partite IVA, che da tre mesi è passata a sei; tramite l’abrogazione dell’astensionismo per le donne in maternità obbligatoria, che possono ora lavorare e percepire l’indennizzo di maternità. Si è stabilito inoltre che i clienti non potranno pagare oltre i 60 giorni le fatture emesse dai soggetti IVA.

Va poi considerato che a parità di costo economico aziendale per il datore di lavoro, nel caso di un dipendente (necessariamente assoggettato a tassazione ordinaria IRPEF e perciò molto più elevata rispetto a quella del regime fiscale agevolato) quest’ultimo percepisce un guadagno netto molto inferiore.

Usufruendo invece del regime fiscale forfettario, altamente agevolato e il cui tetto massimo di fatturato ha subito un innalzamento con la nuova legge di bilancio 2022, è facilmente intuibile come questo possa essere molto più conveniente. In particolare per coloro che desiderano immettersi sul mercato del lavoro odierno, l’utilizzo di un prodotto fiscale come la partita IVA permette, laddove se ne abbiano gli strumenti, di riuscire a raggiungere un cashflow ed un guadagno netto molto più alti rispetto a quelli di un lavoratore dipendente.

Costo Economico Aziendale per Datore di Lavoro 50.000 Euro
Stipendio Netto Dipendente Subordinato 24.400 Euro
Guadagno Netto Lavoratore Autonomo (5% tassazione // 78% coefficiente) 37.500 Euro

PrecedentePraesidium: il welfare aziendale strategico è da incentivare
ProssimoAgli italiani piace elettrica, l’auto: purché costi meno di 30.000 euro
Avatar photo
Milanese, classe 1985, dal 2011 è consulente fiscale e previdenziale specializzata in diritto tributario e inquadramenti fisco-previdenziali, esperta di startup e delle discipline che regolano il mondo del lavoro autonomo. Under 40, ha fondato e gestisce realtà affermate di consulenza con un approccio rivoluzionario, smart e veloce, capace di leggere e anticipare un mercato del lavoro in continua evoluzione. Ha ideato il primo player digitale italiano per ottenere supporto su servizi di welfare ed è esperta in numerosi campi ancora inesplorati o che registrano vuoti normativi: dalle nuove professioni legate al digitale al diritto d’autore su piattaforme online come Twitch, Onlyfans & YouTube; dagli NFT alle Crypto, fino alla regolamentazione del Metaverso. È fondatrice di CSI | Consulenza & Servizi Integrati SRLS, società di servizi professionali di consulenza fiscale e previdenziale, gestione burocratica per business. Attualmente Senior Tax Expert in Fiscozen Spa, startup innovativa e fintech che sta rivoluzionando l'apertura e la gestione di partite iva e relativi adempimenti per persone fisiche, è inoltre responsabile del progetto Fiscozen Futuro.

Iscriviti alla newsletter di Intesa Sanpaolo: banner 1000x600

Iscriviti alla newsletter di Intesa Sanpaolo

Esperienze, anteprime ed eventi esclusivi. Scopri le nostre iniziative e iscriviti alla newsletter.