God save the Queen! E vedendo la gran massa di popolo – londinesi ma anche turisti, si capisce, venuti a Londra attratti dal poderoso richiamo di marketing del 70° Jubilee della sovrana più longeva della storia inglese – che da giovedì 2 giugno e fino a domenica 5 si accalca sul vialone che conduce a BuckinghamPalace, viene da dire che è andata proprio così: Dio ha salvato la Regina Elisabetta, ha garantito 70 anni di regno e protetto in qualche modo l’Impero britannico (ormai consegnato alla storia) da tutti gli inconvenienti e i pericoli della modernità, ma non ha salvato la sterlina, la mitica banconota che reca l’effigie della sovrana (che appare – ecco un’altra curiosità – anche sui biglietti di altri 35 paesi, dall’Australia alla Nuova Zelanda alle Isole Cayman, tutti pezzi più o meno pregiati dell’impero coloniale e del Commonwealth).

In 70 anni la sterlina s’è dimezzata di valore

Volete una prova? Quando cominciò circolare intorno all’anno Mille con una lira sterlina un agricoltore inglese poteva comprarci 15 vacche. Oggi, con la stessa cifra, con una banconota da un pound, di vacche se ne può comprare una frazione quasi infinitesimale: lo 0,0006%, neanche una bistecca.

Non è un giochino contabile ma il risultato di un documentatissimo studio di politica monetaria dal titolo di per sé inquietante “Zombie international currency, the pound sterling” condotto da una giovane economista americana, Maylis Avaro, che insegna all’università di Filadelfia, a cui non manca, come si vede già dall’esempio, un certo umorismo “british”.

Per il resto, i conti di miss Alvaro sono perfetti. Il giorno dell’incoronazione di Elisabetta, il 6 febbraio 1952 (non perdetevi su Internet il filmato della Bbc, allora trasmesso in mondovisione) la sterlina valeva 2,8 dollari. Settant’anni dopo, il 6 febbraio 2022, la stessa sterlina valeva meno della metà, 1,25 dollari.

Per dirla con una battuta presa in prestito dalla nostra fonte americana, la divisa britannica ha resistito molto meno all’usura del tempo rispetto alla monarchia che, invece, continua ad appassionare e inorgoglire più di tre quarti del popolo britannico come testimoniano tutti i sondaggi (oltre all’entusiasmo popolare, come s’è visto in tutti i collegamenti tv). Già il 1° gennaio 1999, altra data fatidica, l’entrata in vigore dell’euro, la sterlina aveva perso il 17% del suo valore rispetto alla nuova divisa continentale.

Dai debiti di guerra all’inflazione negli anni ‘70

Ma la débâcle monetaria della Gran Bretagna era cominciata da tempo: dopo la prima e, soprattutto, dopo la Seconda guerra mondiale quando Londra aveva perduto lo status, diciamo così, di primo creditore mondiale ed era diventata, quasi di colpo, il primo debitore mondiale.

Penalizzata dai debiti di guerra (verso gli Stati Uniti, in primis), dalla crescita del deficit pubblico e dalla caduta di produttività del suo apparato industriale (fine dell’impero coloniale, aumento della conflittualità sindacale tra le ragioni principali), la Gran Bretagna aveva dovuto svalutare la sterlina del 30% già nel 1949 fino ad arrivare ad una ennesima svalutazione del 14% nel 1967, alla vigilia dei grandi sommovimenti sociali del Sessantotto.

A cui si aggiunse, a completare il quadro – come ricorda all’autore di questo blog Dominic Bunning, economista, responsabile del centro studi sui cambi del colosso Hong-Kong Shangai Bankl’inflazione che nel 1975, alla vigilia del primo governo conservatore della Thatcher, toccava il 22,6%.

Quello stesso anno Londra, che fino a quel momento si vantava di essere con la sua piazza finanziaria, la mitica City, “il primo banchiere del pianeta”, aveva dovuto subire l’umiliazione di richiedere un prestito urgente al Fondo Monetario internazionale. Come un qualsiasi paese del Terzo Mondo.

Londra “in mare aperto” (nonostante lron Lady)

Nonostante la cura da cavallo della Lady di ferro, gli anni Ottanta portarono altre sventure alla vecchia sterlina che ormai non reggeva più il confronto con il dollaro diventato l’unica vera divisa del commercio internazionale (dopo gli accordi di Bretton Woods) e nel 1985, mentre la Fed spingeva sui tassi (fino ad arrivare al livello, oggi impensabile, del 20%) per frenare una volta per tutte l’inflazione, la moneta inglese toccava quasi la parità con il biglietto verde: 1,05 pound contro dollaro.

Cinque anni dopo, la Banca centrale inglese (Bank of England) fece un altro passo nella sua strategia di frenare l’inflazione e decise di entrare nel Sistema monetario europeo che doveva produrre un certo equilibrio sul mercato dei cambi. Ma la ricetta non funzionò perché Londra non fu in grado di seguire le politiche monetarie restrittiva della Bundesbank (con un solo pensiero fisso: tenere sotto controllo l’inflazione dopo l’unificazione e il cambio 1 a 1 dell’Ost Mark, la divisa della Germania orientale).

La conseguenza è che Londra esce dal Sistema Monetario europeo e la distanza – politica, sociale, culturale vorrei dire – tra l’Isola e il Continente si allarga. Qualcuno, sul Financial Times, l’house organ della City, ricorda la famosa battuta di Winston Churchill pronunciata all’indomani della Seconda guerra mondiale e mentre gli europei cominciavano a costruire la loro casa comune: “Tutte le volte che noi inglesi siamo chiamati a scegliere tra l’Europa e il mare aperto, scegliamo il mare aperto”. Riflesso condizionato di una grande potenza marittima, si capisce.

Con la Brexit -9% in soli 40 secondi

Solo che da tempo la Gran Bretagna non domina più i mari e non c’è più la Royal Navy a controllare le rotte dei commerci globali. Così la Brexit, l’uscita dall’Unione europea, dopo anni di negoziati e di crisi di nervi tra Londra e Bruxelles, finisce per scaraventare la sterlina dentro il buco nero di una volatilità mai vista.

Al punto che il neogovernatore della Banca d’Inghilterra, l’economista canadese Mark Carney (è rimasto alla guida della banca centrale fino al 2019), con gran scandalo di tutta la grande finanza britannica, arriva a paragonare la sterlina alla moneta di un paese emergente con tutta la sua impressionante volatilità.

Sul punto c’è una data che i cronisti finanziari della City non dimenticano: il 6 ottobre 2016, quattro mesi dopo il referendum sulla Brexit. Quel giorno la sterlina in soli 40 secondi perde il 9% del suo valore, da 1,26 a 1,14 sul dollaro (oggi, come abbiamo detto prima, vale 1,25 ma è pur sempre al di sotto della media degli ultimi 50 anni, cioè 1,7 sul dollaro).

 Nel metaverso ci sarà la regina, con o senza sterlina

Che il vecchio glorioso pound, quello che bastava a comprare 15 vacche nel Medioevo, ai tempi delle cattedrali gotiche descritte da Ken Follet, non fosse più la misura monetaria del mondo globale, lo aveva capito, del resto, perfino il governatore Carney al punto che al summit della Fed a Jackson Hole nel 2019 arrivò a lanciare la proposta di una “Libra globale”, una nuova moneta in grado di governare la globalizzazione sottraendola all’egemonia, sempre più controversa, del dollaro.

Se l’idea fosse passata, il lungo regno della sterlina sarebbe finito nel buco nero delle criptovalute. E, infatti, la “Libra” è diventata uno dei nuovi utensili finanziari proposti da Facebook-Meta ora che Zuckeberg (da qualche giorno senza il suo braccio destro, Sheryl Sandberg, la donna che ha costruito il modello pubblicitario del colosso della Silicon Valley) s’immagina (anche) banchiere globale del mondo virtuale.

Dove, probabilmente, ci sarà posto anche per la Regina e la monarchia più antica del mondo. God save the Queen. Anche nel Metaverso.

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.