Tutto è cominciato in una casa editrice. Una casa editrice di libri d’arte, con una lunga tradizione e alcune recenti storie di successo. Bella, affascinante, prestigiosa. Il direttore generale mi aveva accolto una grande sala riunioni moderna, piena di volumi straordinari. L’impressione era stata ottima. Così, davanti a una proposta di collaborazione inaspettata – in un momento in cui cercavo un cambiamento – ho detto sì.
Mi è bastato un giorno per capire che avevo sbagliato. Gli uffici, quelli veri, erano fermi agli anni Sessanta. Pareti in legno scuro. Scrivanie in truciolato marrone stipate di fogli. Rubriche cartacee. Nessuna traccia di tecnologia recente, l’unico computer era del giovane commerciale appena assunto.
Quel giorno ho realizzato una cosa semplice ma decisiva: se prima di accettare fossi andata in bagno, avrei capito subito tutto. Da allora è diventata un’abitudine. Ogni volta che visito un’azienda, prima o dopo un colloquio, faccio un salto in bagno.
Non è per una questione fisiologica. O almeno, non solo. È il modo in cui capisco davvero l’ambiente in cui sono capitata. Perché il bagno dice moltissimo di un’organizzazione. Nel bagno non c’è filtro. Non viene lucidato all’ultimo minuto per fare bella figura con i candidati e le candidate.
È uno spazio quotidiano, che riflette davvero come l’azienda si prende cura delle persone, dei luoghi, dei dettagli; e mostra il rispetto – o la mancanza di rispetto – verso chi lavora lì ogni giorno.
Un indicatore della cultura aziendale
Come prima cosa guardo se è pulito, certo. Ma anche che tipo di pulizia è. C’è quella superficiale, fatta di corsa, o quella continua, silenziosa, che nasce dalla cultura della cura. È presente il necessario? È funzionante? Ci sono carta igienica e sapone? Ci sono spazi per lasciare effetti personali o il bagno è algido e minimalista? Quanto è curata l’accessibilità?
E poi le luci, i colori. Segnali importanti che rivelano quanto l’azienda tiene in conto il benessere quotidiano di chi lavora lì. In certi bagni ho trovato cartelli minacciosi “Lascia il bagno come lo vorresti trovare!”. In altri messaggi più collaborativi “Se manca qualcosa, segnalacelo!”. Piccole cose che fanno capire il tipo di relazioni che si coltivano in quell’azienda.
C’è poi una questione di fondo. I bagni sono lo spazio in cui si manifestano – o si ignorano – le questioni di genere.
Le donne, per motivi fisiologici e pratici, impiegano più tempo a utilizzare il bagno; questo spiega perché c’è sempre fila all’ingresso dei bagni delle donne. Ciononostante, nella maggior parte dei luoghi il numero di servizi è uguale per uomini e donne. Un’azienda che prevede più bagni per le donne mostra una reale e profonda comprensione delle differenze di genere.
Lo stesso vale per la divisione binaria dei bagni, che esclude o mette a disagio chi non si riconosce nel genere maschile o femminile. Prevedere un bagno neutro, o comunque pensato per tutte le identità di genere, è un gesto chiaro della considerazione che un’azienda ha delle differenze.
I dettagli che contano
Un bagno, come molti altri gesti quotidiani, non definisce l’identità di un’azienda, ma la riflette. È così per il sorriso – o il broncio – che ti accoglie alla reception, il tempo di attesa prima di incontrare chi ti aspetta. Il gesto che tiene aperte le porte dell’ascensore per salire insieme. Un cenno di saluto nei corridoi. Gli sguardi di intesa tra le persone alle scrivanie. Negli spazi e nei momenti in cui nessuno si aspetta di dover “comunicare”, dove non ci sono storytelling, né sfavillanti presentazioni, emerge quello che davvero un’organizzazione è.
















