A un anno e mezzo dall’introduzione delle dimissioni per fatti concludenti, iniziano a emergere con chiarezza gli effetti economici della misura prevista dal Collegato Lavoro. Secondo le elaborazioni della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, costruite sui dati dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) e del Rapporto annuale INPS 2025, il nuovo meccanismo avrebbe generato risparmi complessivi superiori a 180 milioni di euro, distribuiti tra minori esborsi per la finanza pubblica e riduzione degli oneri a carico delle imprese. Numeri che evidenziano come la disciplina abbia inciso non soltanto sulla gestione dei rapporti di lavoro, ma anche sui conti dello Stato e delle aziende.
La voce più pesante riguarda la NASpI
La quota principale dei benefici economici interessa la spesa pubblica. Le stime della Fondazione Studi indicano infatti un risparmio di circa 151,2 milioni di euro, riconducibile alla mancata erogazione della NASpI nei casi in cui il rapporto di lavoro si conclude per abbandono ingiustificato del posto di lavoro. Il calcolo prende come riferimento oltre 25 mila comunicazioni registrate nei primi diciotto mesi di applicazione della norma e i dati medi pubblicati dall’INPS relativi al 2024: 126 giornate indennizzate per beneficiario e una spesa media giornaliera di 48 euro, pari a un costo medio di 6.048 euro per ciascun trattamento.
Benefici anche per le imprese sul ticket di licenziamento
Accanto al vantaggio per la finanza pubblica emerge quello per il sistema produttivo. In base alle stime elaborate dalla Fondazione Studi, le imprese avrebbero evitato il versamento di oltre 30,4 milioni di euro di ticket di licenziamento, contributo normalmente dovuto nei casi di interruzione del rapporto. Il conteggio è stato effettuato applicando un importo medio di 1.217 euro per lavoratore ai circa 25 mila casi censiti dall’INL. Un alleggerimento dei costi che rappresenta uno degli effetti più immediati della nuova disciplina, soprattutto per le aziende interessate da casi di assenza prolungata e ingiustificata.
Una procedura ormai diffusa e con poche contestazioni
I dati diffusi dall’Ispettorato Nazionale del Lavoro evidenziano inoltre un’applicazione ormai consolidata della procedura introdotta con il comma 7-bis dell’articolo 26 del D.Lgs. 151/2015, in vigore dal 12 gennaio 2025. L’INL rileva che appena il 4,6% delle comunicazioni si è rivelato non veritiero, elemento che conferma l’efficacia dello strumento nel qualificare correttamente le cessazioni dovute all’assenza ingiustificata del lavoratore. Sul piano territoriale il 56% delle segnalazioni arriva dal Nord, il 28% dal Centro e il 16% dal Sud, mentre circa otto comunicazioni su diecivengono trasmesse direttamente dalle imprese, segnale di un rapido adeguamento operativo delle aziende alla nuova procedura.
Una riforma che produce effetti anche sui conti pubblici
Il primo bilancio economico della disciplina suggerisce come la misura abbia prodotto effetti che vanno oltre il solo piano giuslavoristico. La possibilità di gestire in modo più definito le situazioni di abbandono del posto di lavoro si traduce infatti in una riduzione della spesa previdenziale e in un contenimento dei costi amministrativi per le imprese. Pur trattandosi di una fotografia riferita ai primi diciotto mesi di applicazione, i dati disponibili delineano un impatto economico già significativo, destinato a essere monitorato anche nei prossimi anni.
















