Dighe in Italia: «A fronte di un quadro costantemente aggiornato delle condizioni di sicurezza occorre tuttavia rilevare che un oggettivo problema è costituito dall’elevata età delle opere, con una media degli impianti idroelettrici pari a 75 anni». È quanto si legge nell’Indagine conoscitiva sullo stato dell’arte delle attività idroelettriche che la Commissione Attività produttive della Camera ha reso pubblica quattro anni fa, riportata da Repubblica. «Date le disastrose conseguenze di eventuali incidenti, le norme stabiliscono che le dighe siano costantemente monitorate» e siano soggette a continui «controlli, manutenzioni e interventi di adeguamento/miglioramento» si legge ancora nell’indagine. L’elenco dei controlli è stabilito dalla Direzione generale dighe del ministero delle Infrastrutture, che è responsabile per le ispezioni previste per legge ogni sei mesi. Così come sono semestrali anche le “asseverazioni” in capo al concessionario (l’ente o la società che gestisce la diga), il quale è obbligato all’invio di “bollettini” mensili.

Dighe in Italia, età media di 75 anni: il nodo delle concessioni e le richieste di Edison

La questione della manutenzione si intreccia con quella della durata delle concessioni. Un grande concessionario come Edison ha chiesto esplicitamente di rivedere le norme l’anno scorso, al momento dell’annuncio di nuovi investimenti per 5 miliardi per accelerare il piano rinnovabili: “Edison considera l’energia idroelettrica, che è l’unica fonte rinnovabile programmabile, un asset strategico per la transizione energetica. Una revisione dell’attuale quadro normativo sulla durata delle concessioni idroelettriche permetterebbe di sbloccare investimenti complessivi da parte di tutti gli operatori per almeno 9 miliardi di euro aggiuntivi, di cui beneficerebbe una filiera industriale interamente italiana e che consentirebbero di incrementare la produzione da fonte idroelettrica, rendendola più efficiente e incrementando la produzione di energie rinnovabili”. Una richiesta che oggi Edison precisa in questi termini: “La via di uscita da una situazione di stallo degli investimenti per un settore così strategico, è l’introduzione di un ulteriore strumento normativo di cui dotare le Regioni, che preveda la facoltà per queste, e non l’obbligo, di esplorare rapidamente la disponibilità dei concessionari uscenti a presentare un significativo piano di investimenti infrastrutturale e ambientale per il rilascio a tutti gli effetti di una nuova concessione. In questo modo le Regioni avrebbero la facoltà di valutare la consistenza delle proposte degli operatori uscenti e di verificare celermente se soddisfino le esigenze di pubblico interesse e dei territori o se altrimenti rimettere a gara la nuova concessione”. Mettere i concessionari nelle condizioni di investire sembra il modo più efficace per gestire gli impianti al meglio.