di Sonia Raule Tatò, presidente di Vegzone

“Ottenere un meccanismo in grado di combinare simboli generali in sequenze illimitate, per varietà e estensione, significa aver trovato un legame tra le operazioni della materia e i processi mentali più astratti della matematica”. Questa non è una citazione tratta da un’intervista a Bill Gates o da un libro su Steve Jobs. Queste sono parole scritte nel 1843 da una matematica britannica considerata ormai ufficialmente la prima programmatrice della storia: Ada Lovelace.

Ada nasce nel 1815 dal brevissimo matrimonio tra il poeta George Byron e Anne Isabella Milbanke. Iniziata alla disciplina della matematica dalla madre, per contrastare la vena poetica e filosofica ereditata dal padre, Ada dimostra fin da bambina una grande passione per numeri. Già durante l’adolescenza surclassa tutti i suoi insegnanti, diventando presto una scienziata o, meglio, come lei stessa amava definirsi, una “analista metafisica”. Tuttavia, una donna dedita allo studio dell’algebra e della tecnologia è, in quel tempo, mal vista dalla società. Ma nulla la scoraggia e, appena diciassettenne, fa un incontro che le cambierà la vita, e che la consacrerà madre dell’informatica: quello con Charles Babbage, il quale sta lavorando alla sua macchina analitica, un vero elaboratore ante litteram. I due cominciano immediatamente una stretta collaborazione.

Nel 1842, in occasione del secondo Congresso degli scienziati italiani, Ada Lovelace, “l’incantatrice dei numeri”, come la chiama Babbage,  descrive le proprietà di questo prodigioso calcolatore: “Una macchina capace di essere uno strumento programmabile, con una intelligenza simile a quella dell’uomo”.

Ada infatti prospetta la creazione di una macchina pensante, capace di sostituirsi all’uomo e molto simile ai moderni computer: nei suoi studi si interroga sui limiti dell’intelligenza artificiale ed elabora un algoritmo rivoluzionario per il calcolo dei numeri di Bernoulli. La formula è oggi considerata il primo programma informatico della storia. Purtroppo, le sue ricerche si concludono troppo presto: cagionevole di salute, muore a soli 36 anni, venendo per molto tempo dimenticata.

Nella prima metà del XX secolo, la fantascienza rende familiare al mondo il concetto di robot con due personaggi: l’uomo di latta “senza cuore” del Mago di Oz, e il robot umanoide che impersona Maria in Metropolis. Dobbiamo però aspettare gli anni ‘50 per vedere una generazione di scienziati, matematici e filosofi assimilare culturalmente il concetto di intelligenza artificiale. Una di queste persone è Alan Turing. Reduce dall’impresa straordinaria che lo ha reso celebre in tutto il mondo – la decifrazione del codice Enigma usato dai nazisti -, il giovane genio britannico inizia a esplorare le possibilità matematiche dell’IA. Nel 1950 pubblica l’articolo “Computing Machinery and Intelligence”, in cui si chiede: se gli esseri umani utilizzano le informazioni disponibili per risolvere problemi e prendere decisioni, perché le macchine non possono fare la stessa cosa? Il paper, d’altra parte, inizia con una premessa coraggiosa: “Propongo di considerare la domanda: le macchine possono pensare?”. Turing affronta così il tema posto da Ada un secolo prima. Non siamo sicuri di come sia venuto in possesso dei suoi appunti; in ogni caso, la matematica inglese torna a far parlare di sé. Pochi anni dopo, nel 1953, lo scienziato inglese Bertrand Viviam Bowden ripubblica i suoi scritti in “Faster Than Thought: A Symphosium on Digital Computing Machines”.  Augusta Ada Byron, contessa di Lovelace, è ormai universalmente riconosciuta come la donna che ha posto le basi della moderna informatica. Nel 1979 verrà celebrata anche dal Ministero della Difesa statunitense, con un linguaggio di programmazione che da lei prenderà il nome: Ada.

Lady Lovelace è l’antesignana che muove i primi passi nel mondo del futuro, ma non sarà la sola: molte altre scienziate e ricercatrici daranno contributi fondamentali allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Sebbene spesso non accreditato, il loro lavoro pionieristico ha gettato le basi per molte funzionalità di intelligenza artificiale su cui facciamo affidamento oggi.

Ad esempio, Elaine Rich ha pubblicato il primo libro di testo sull’IA nel 1983, portando la conoscenza accademica a un pubblico più ampio. La professoressa del Mit Cynthia Breazeal ha sviluppato alcuni dei primi robot sociali alla fine degli anni ‘90. La professoressa di Harvard Cynthia Dwork ha fatto passi avanti fondamentali nell’equità algoritmica, nella privacy differenziale e nella crittografia.

L’elenco delle donne influenti in questo campo è lungo e alcune di loro hanno guadagnato il Premio Turing – il Nobel dell’informatica – per il loro contributo nel settore. Eppure, nonostante il loro lavoro, le donne rimangono gravemente sottorappresentate in quest’ambito: secondo una ricerca dell’Università di Stanford, solo il 16% dei professori di intelligenza artificiale sono donne. Inoltre, il World Economic Forum ha rilevato che solo il 26% dei ruoli di analisi e intelligenza artificiale, a livello globale, sono ricoperti da donne.

In un’era di rapida evoluzione tecnologica concentrata sullo sviluppo di sistemi intelligenti in grado di svolgere compiti che in precedenza richiedevano l’intervento umano, come l’apprendimento, la percezione e il processo decisionale, la diversità di pensiero e di prospettive può essere il catalizzatore di scoperte rivoluzionarie. E poiché l’intelligenza artificiale è destinata a definire il progresso della razza umana, è necessario che un gruppo di professionisti sia il più eterogeneo possibile per garantire uno sguardo più ampio, per prevenire pregiudizi e per migliorare gli standard etici della tecnologia. Qui la diversità non è solo una questione di equità: diventa anche un imperativo strategico.

L’inclusione non è solo un passo verso l’uguaglianza di genere nel settore tecnologico: essa arricchirebbe anche l’innovazione stessa, introducendo una maggior diversità di approcci e offrendo modalità differenti per affrontare i problemi, garantendo allo stesso tempo che i sistemi siano progettati e utilizzati in modo responsabile ed equo. È necessario dunque coinvolgere nel processo di sviluppo dell’intelligenza artificiale persone che la pensano diversamente: perché l’intelligenza artificiale deve rappresentare tutta l’umanità.

“Non abbiamo abbastanza diversità per questa tecnologia”, afferma Fei-Fei Li. “Stiamo vedendo miglioramenti, ci sono ancora poche donne e per quanto riguarda il numero di persone di colore, abbiamo ancora molta strada da fare”.

Fei-Fei Li, conosciuta come “la madrina dell’intelligenza artificiale”, ha trascorso più di venti anni in questo campo, sviluppando questa tecnologia innovativa e sostenendone l’uso in modo etico. Oggi, Li dirige il laboratorio di intelligenza artificiale dell’Università di Stanford, dove guida un team di studenti laureati che insegnano ai robot a imitare il comportamento umano.

Nonostante i suoi successi, si sente a disagio con il suo soprannome. “Non mi definirei mai così”, ha detto. “Non so come bilanciare il mio disagio personale con il fatto che, nel corso della storia, gli uomini sono sempre stati chiamati padri di qualcosa”.

Li fece un importante passo avanti in questo settore anni fa, quando costruì un sistema per insegnare ai computer a riconoscere o “vedere” milioni di immagini e descrivere il mondo che ci circonda. Lo chiamò ImageNet. All’epoca molti dubitarono di questa innovazione: le dissero addirittura che era un passo troppo grande, troppo in anticipo sui tempi.

Nel 2012, ImageNet è stato utilizzato per alimentare un algoritmo di rete neurale di deep learning chiamato AlexNet, sviluppato dai ricercatori dell’Università di Toronto. Questo è diventato un riferimento per i modelli di intelligenza artificiale come ChatGPT che sono popolari oggi.

“Penso che quando vedi qualcosa troppo presto, spesso è un modo diverso per dire che non l’abbiamo mai visto prima. Con il senno di poi, abbiamo scommesso su qualcosa in cui avevamo ragione”.

E se per incentivare le donne a entrare nel mondo dell’intelligenza artificiale sono importanti gli esempi, la storia di questa scienziata è sicuramente esemplare. La sua famiglia emigra dalla Cina al New Jersey quando lei è ancora una bambina, un trasloco che ha sconvolto il suo mondo. In vari momenti della sua vita ha svolto mansioni saltuarie: ha lavorato nella lavanderia dei suoi genitori, ha fatto turni in un ristorante cinese per soli due dollari l’ora. Queste esperienze hanno contribuito a trasformare Li nel leader tecnologico rivoluzionario che è oggi: il suo duro lavoro l’ha infatti portata fino all’Università di Princeton, dove ha studiato fisica, prima di conseguire un dottorato di ricerca al California Institute of Technology.

“Nonostante le sfide, essere una donna nel mondo dell’intelligenza artificiale presenta anche dei vantaggi e il futuro è luminoso. Nel complesso, l’esistenza dell’intelligenza artificiale offre alle donne opportunità significative per eccellere nella carriera, indipendentemente dal settore in cui lavorano, superando le barriere di genere e i pregiudizi inconsci. L’intelligenza artificiale ha il potenziale per creare pari opportunità per le donne sul posto di lavoro nella fase di assunzione e nel corso della loro carriera”.

È quanto affermato da Sindhu Gangadharan, amministratore delegato di Sap Labs India, la prima donna al vertice del colosso tecnologico tedesco con un team di oltre 8mila persone. E le donne, che sicuramente hanno sempre dimostrato coraggio e temerarietà, presto troveranno il loro ruolo anche in questo nuovo mondo che si sta aprendo al futuro.