di Giovanni Francavilla

Aggregazioni tra professionisti alla prova della delega fiscale. A distanza di 12 anni dal varo della legge 183/2011 che ha introdotto nell’ordinamento italiano la disciplina delle Società tra professionisti (Stp) qualcosa comincia a muoversi. Il disegno di legge delega, approvato dal Consiglio dei ministri lo scorso 16 marzo e attualmente all’esame della Commissione Finanze della Camera, sancisce il principio della «neutralità fiscale delle operazioni di aggregazione e riorganizzazione degli studi professionali, comprese quelle riguardanti il passaggio da associazioni professionali a società tra professionisti». Il provvedimento targato Giorgetti-Leo prevede, in pratica, l’azzeramento dei costi fiscali per tutte le operazioni straordinarie degli studi professionali, in particolare per i conferimenti verso forme societarie (Stp). Certo, il percorso legislativo della delega è ancora lungo e una volta concluso l’iter parlamentare con l’approvazione della legge, si dovrà aspettare altri 24 mesi per conoscere i decreti attuativi che dovranno definire il perimetro della neutralità fiscale. Ma è pur sempre un primo passo.

Attesa da anni dal mondo professionale, la norma mira a incentivare, attraverso la leva fiscale, i processi di aggregazione dei professionisti e la crescita dimensionale e organizzativa delle strutture professionali che potranno contare su economie di scala, servizi a maggior valore aggiunto e strutture multidisciplinari. Si tratta di un passaggio obbligato in un mercato integrato europeo dei servizi professionali, dove il “nanismo” degli studi professionali italiani rappresenta ancora uno svantaggio competitivo, che la legge del 2011 sulle società tra professionisti non è mai riuscita a colmare fino in fondo. In questo contesto, «la neutralità fiscale delle operazioni di aggregazione, fortemente sostenuta da Confprofessioni, rappresenta un primo passo per dare un nuovo impulso allo sviluppo e alla trasformazione degli studi individuali in Stp – il principale modello organizzativo per sostenere i processi di aggregazione delle attività professionali – che fino ad oggi non sono pienamente decollate», sottolinea il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella.

Secondo gli ultimi dati censiti da Infocamere nel Registro delle Imprese, le Stp sono poco più di 5 mila su una platea potenziale di circa 1,5 milioni di professionisti iscritti alle Casse di previdenza private. Negli ultimi tre anni il numero delle Stp è praticamente raddoppiato, passando da 2.500 alle attuali 5.350 sotto la spinta di avvocati, commercialisti e consulenti del lavoro che ne rappresentano circa la metà, ma i numeri appaiono ancora troppo modesti, nonostante l’interesse delle professioni (in particolare, quelle contabili) verso forme societarie sia molto alto. Nel 2020, per esempio, le società tra professionisti iscritte all’albo dei commercialisti erano 1.184 e nel giro di due anni sono salite a quota 1.600. Una crescita che, rispetto al passato, è stata più forte al Sud (+17,8%) rispetto al Nord (+12,7%). Ma al di là della netta progressione degli ultimi anni, le Stp tra commercialisti rimangono realtà di modeste dimensioni. Una su due, per esempio, non va oltre i 10 mila euro di capitale sociale versato e mediamente sono costituite da 2,8 soci e occupano 4,2 dipendenti per un totale di 7 addetti. 

«Esiste un deficit normativo nella disciplina fiscale e giuridica delle Stp che fino a oggi ha bloccato l’evoluzione della professione verso modelli societari più aderenti al mutato contesto del mercato dei servizi professionali in Italia e in Europa», sottolinea Stella. «Il primo scoglio da superare è la soglia di soci di capitale all’interno dell’assetto societario che dovrebbe essere armonizzata con la disciplina degli altri paesi europei». E anche sul fronte delle politiche fiscali c’è ancora molto da lavorare, per esempio sul fronte del regime fortettario che, secondo Stella «rischia di disincentivare lo sviluppo dimensionale degli studi professionali, penalizzando soprattutto i più giovani».