Evasione fiscale
GIORGIA MELONI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

La revisione dei conti non consente all’Italia di uscire dal braccio correttivo europeo: nel 2025 l’indebitamento netto resta al 3,1% del Pil, mentre il nuovo quadro dei conti migliora il dato sulla crescita. Per il governo si apre ora la partita della manovra, tra clausola per difesa ed energia, coperture e margini offerti dalla nuova regola della spesa netta.

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Il 3,1% resta lì: l’Italia non esce dalla procedura

La revisione dei conti pubblici certifica un risultato che, sul piano politico e finanziario, era già nell’aria: l’Italia resta formalmente nella Procedura per disavanzo eccessivo perché il deficit del 2025 è rimasto sopra la soglia europea del 3% del Pil. Il dato definitivo dell’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche è infatti salito a 69.736 milioni di euro, contro i 69.381 milioni stimati nella precedente rilevazione. Il rapporto sul prodotto interno lordo rimane però invariato al 3,1%, appena sopra il limite previsto dalle regole europee.

La differenza rispetto alla fotografia precedente è quindi relativamente contenuta in termini assoluti, ma assume un peso politico perché certifica il mancato rientro sotto il 3%. L’obiettivo era chiudere il 2025 al di sotto della soglia e permettere all’Italia di uscire dal braccio correttivo del Patto di stabilità. Non è accaduto. La revisione ha anzi aggiunto circa 355 milioni di euro al disavanzo precedentemente contabilizzato. Il quadro complessivo, tuttavia, non è quello di un peggioramento generalizzato dei conti: il saldo primario, cioè il saldo al netto della spesa per interessi, è risultato positivo per lo 0,8% del Pil, in miglioramento rispetto allo 0,5% del 2024. La spesa per interessi è rimasta al 3,9% del Pil.

Anche il debito resta una variabile decisiva. A fine 2025 il debito pubblico ammontava a 3.095,9 miliardi di euro, pari al 137,1% del Pil. Sono numeri che spiegano perché, per Roma, il rispetto del nuovo quadro europeo non si giochi più soltanto sul superamento o meno della soglia del 3%, ma sulla capacità di mantenere sotto controllo l’intero percorso della finanza pubblica.

La vera partita si sposta dalla soglia del deficit alla spesa netta

Ed è qui che la permanenza nella procedura va letta con attenzione. Il nuovo Patto di stabilità ha cambiato il baricentro della sorveglianza europea: il parametro operativo fondamentale è diventato la spesa netta, inserita nel percorso pluriennale concordato con Bruxelles. Questo significa che il semplice fatto di avere un deficit ancora superiore al 3% non produce automaticamente, da solo, un nuovo irrigidimento delle politiche di bilancio, finché il Paese rimane coerente con il proprio percorso di spesa.

Per l’Italia questo passaggio è particolarmente importante perché l’obbligo di ridurre ogni anno il disavanzo strutturale dello 0,5% è, nel quadro attuale, sospeso. Il vincolo da monitorare è quindi soprattutto quello sulla dinamica della spesa netta. La conseguenza è che la conferma della procedura ha un peso soprattutto sul piano formale e politico, mentre sul terreno concreto della prossima legge di bilancio lascia al governo uno spazio di manovra più ampio di quanto potrebbe suggerire, a prima vista, il semplice numero del 3,1%.

È una distinzione tutt’altro che accademica. Il vecchio modo di leggere i conti pubblici europei partiva dalla domanda: il deficit è sopra o sotto il 3%? Il nuovo meccanismo chiede soprattutto se la spesa pubblica sta crescendo in linea con il percorso concordato. Per l’Italia, dunque, la questione diventa quanto rapidamente potrà aumentare la spesa senza compromettere gli obiettivi fissati con Bruxelles.

Difesa ed energia, la clausola che può cambiare i margini

La variabile più interessante è però quella della clausola di salvaguardia nazionale per la difesa, alla quale l’Italia intende ricorrere sfruttando anche l’estensione alle misure di sicurezza energetica. Il quadro europeo consente uno scostamento complessivo fino all’1,5% del Pil rispetto al percorso della spesa netta per le maggiori spese ammissibili nel settore della difesa. La Commissione ha successivamente precisato che la flessibilità può comprendere anche interventi di sicurezza energetica, con un limite specifico dello 0,3% del Pil all’anno e dello 0,6% complessivo per il periodo considerato, all’interno del tetto generale dell’1,5%.

Per dare una dimensione concreta al margine, l’1,5% del Pil italiano vale all’incirca 36 miliardi di euro sulla base delle nuove dimensioni dell’economia. Ma non significa che Roma possa semplicemente aggiungere 36 miliardi di spesa al deficit senza condizioni. Le misure devono essere effettivamente finanziate a livello nazionale, avere un impatto diretto sul bilancio, rispettare i criteri europei ed essere valutate dalla Commissione. Per l’energia, inoltre, sono ammissibili le misure adottate dopo il 28 febbraio 2026 e finalizzate a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili importati e a rafforzare la resilienza energetica.

Qui emerge l’asimmetria che rende la questione politicamente delicata. Un Paese che si trova al di sotto della soglia del 3% può utilizzare la maggiore flessibilità per finanziare gli investimenti aggiuntivi in difesa senza entrare necessariamente nel territorio della procedura per deficit eccessivo. L’Italia, invece, parte da una posizione diversa perché il suo deficit è già sopra il 3%. La domanda diventa quindi se l’utilizzo della clausola possa effettivamente accompagnare il percorso di rientro oppure rischi di trasformarsi in una situazione nella quale la permanenza nel braccio correttivo finisce per limitare proprio la capacità di utilizzare la flessibilità.

La Commissione europea ha però aperto uno spazio interpretativo rilevante, chiarendo che l’attivazione della clausola può essere utilizzata anche nell’ambito del quadro di sorveglianza applicabile ai Paesi sottoposti alla procedura. È un elemento che può diventare determinante nella costruzione dei prossimi bilanci nazionali. Il precedente del Belgio, anch’esso sottoposto al braccio correttivo, mostra del resto che la clausola può essere utilizzata anche da un Paese che non ha ancora completato il percorso di rientro.

La manovra non cambia pelle, ma cambia il conto delle coperture

La conferma della procedura, dunque, non blocca la prossima legge di bilancio. Il governo deve comunque costruire una manovra che, nelle intenzioni del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrebbe mantenere un’impostazione moderatamente espansiva. Sul tavolo c’è un intervento nell’ordine dei 25-30 miliardi di euro, mentre la misura sulla quale esiste maggiore convergenza politica riguarda la prosecuzione degli sgravi Irpef destinati al ceto medio.

La questione centrale, come sempre, sarà però quella delle coperture. È qui che il nuovo assetto europeo può diventare molto più importante della permanenza formale nella procedura. Se una parte delle spese per difesa ed energia potrà essere ricondotta alla clausola di salvaguardia, le risorse che sarebbero state assorbite dal rispetto del percorso ordinario potranno essere utilizzate per altri interventi. Non si tratta di denaro che compare magicamente nei conti dello Stato: si tratta piuttosto della possibilità di spostare alcune spese dentro un perimetro europeo più flessibile.

Il punto è particolarmente importante perché una parte delle spese potrebbe essere già incorporata nei tendenziali di finanza pubblica. Se tali stanziamenti risultassero ammissibili alla clausola, si libererebbe spazio per nuove misure senza che tutto il costo debba necessariamente ricadere sulle coperture tradizionali della manovra. È su questo meccanismo che si giocherà una parte della partita tra Roma e Bruxelles nei prossimi mesi.

Il dato che sorride al governo: il Pil è stato rivisto al rialzo

Dentro una fotografia dei conti che non consente all’Italia di festeggiare l’uscita dalla procedura, c’è però un elemento positivo di peso: il Pil è più alto di quanto precedentemente stimato. La revisione Istat del 22 settembre ha portato la crescita reale del 2025 allo 0,6%, un decimale in più rispetto alla precedente stima. Ancora più significativa è la correzione relativa al 2024: la crescita è stata rivista all’1,1%, rispetto allo 0,7% precedentemente indicato.

Anche il valore nominale dell’economia è aumentato. Nel 2025 il Pil ai prezzi di mercato è stato pari a 2.265.003 milioni di euro, con una revisione al rialzo di 6.954 milioni rispetto alla stima di marzo. Per il 2024 la revisione del livello del Pil è stata di 8.564 milioni di euro.

Non sono dettagli statistici. Un’economia più grande rispetto a quanto precedentemente stimato produce infatti effetti anche sui rapporti di finanza pubblica. A parità di debito o deficit nominale, un denominatore più elevato tende a rendere più favorevoli i rapporti espressi in percentuale del Pil. È uno dei motivi per cui le revisioni statistiche possono avere conseguenze concrete anche sulla programmazione economica.

E il quadro della domanda racconta un’economia che, pur crescendo lentamente, non è ferma. Nel 2025 gli investimenti fissi lordi sono aumentati del 3,9% in volume, i consumi finali nazionali dell’1%, le esportazioni dell’1,7% e le importazioni del 4,2%. Il valore aggiunto è cresciuto dello 0,8% in agricoltura, silvicoltura e pesca, dello 0,4% nell’industria in senso stretto, del 2,6% nelle costruzioni e dello 0,3% nei servizi.

Anche il 2026, intanto, sta offrendo segnali di tenuta. Nel secondo trimestre il Pil è cresciuto dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dell’1% rispetto allo stesso trimestre del 2025. La crescita acquisita per l’anno era già stata portata allo 0,6% dopo il primo trimestre.

Il tesoretto del fiscal drag e il margine che non si vede

È dentro questo quadro che torna a pesare anche un fenomeno meno appariscente ma importante per i conti pubblici: il fiscal drag, cioè l’aumento del prelievo fiscale che può derivare dalla crescita nominale dei redditi quando aliquote e scaglioni non vengono adeguati integralmente all’inflazione. Nell’ordine di grandezza indicato nelle stime governative e nelle analisi sulla finanza pubblica, può tradursi in 5-6 miliardi di euro l’anno di maggiori entrate.

Il vantaggio per il Tesoro è che una maggiore crescita nominale tende a generare più gettito senza richiedere necessariamente un aumento delle aliquote. È una delle ragioni per cui una crescita effettiva superiore alle previsioni può produrre spazi di bilancio aggiuntivi. Naturalmente non significa che quei miliardi siano automaticamente disponibili per nuove politiche: una parte serve a consolidare gli equilibri di finanza pubblica e le maggiori entrate dipendono dall’andamento effettivo dell’economia.

Il governo può però contare su un altro elemento: negli ultimi anni le revisioni dei conti nazionali hanno più volte modificato verso l’alto il livello dell’attività economica. La nuova fotografia Istat rafforza questa lettura, mostrando per il 2024 un Pil cresciuto dell’1,1% e per il 2025 dello 0,6%. Nel frattempo, il saldo primario è tornato positivo e il deficit è sceso dal 3,4% del Pil nel 2024 al 3,1% nel 2025