Le nuove ondate di dazi del 2025 dovevano essere un conto presentato all’estero. Ma la contabilità ricostruita dagli economisti della Federal Reserve Bank of New York racconta un’altra storia: guardando ai dati doganali e ai prezzi d’importazione fino a novembre 2025, l’analisi conclude che “quasi il 90%” del peso economico dei dazi è rimasto negli Stati Uniti, scaricandosi soprattutto su imprese e famiglie attraverso prezzi più alti (o margini più bassi). In altre parole: il dazio incassato a Washington si comporta come una tassa interna più che come un prelievo “pagato dagli altri”, in contrasto con la tesi secondo cui sarebbero gli esportatori stranieri a farsene carico.
Quasi tutto sui compratori americani
Nel post “Who Is Paying for the 2025 U.S. Tariffs?” del 12 febbraio 2026, firmato da Mary Amiti con Chris Flanagan, Sebastian Heise e David E. Weinstein, il punto centrale è chiaro: non conta solo chi versa materialmente il dazio in dogana, ma chi ne sopporta il costo economico. E la stima è netta: “nearly 90 percent” dell’onere complessivo dei dazi del 2025 è ricaduto su imprese e consumatori statunitensi.
Il meccanismo: il dazio diventa aumento di prezzo
La logica è quella del “pass-through”: se scatta un dazio, o l’esportatore abbassa il proprio prezzo per compensarlo, oppure l’aumento si trasferisce sul prezzo d’importazione negli USA. La Fed di New York misura proprio questo: quanto i prezzi esteri scendono (se scendono) quando i dazi salgono. Il risultato è che, per gran parte del 2025, gli esportatori hanno ridotto poco o nulla i prezzi, lasciando che il rincaro si trasformasse soprattutto in un costo più alto per chi compra e produce negli Stati Uniti. L’analisi utilizza dati di commercio estero del U.S. Census Bureau e altre fonti ufficiali richiamate nel post.
Le percentuali mese per mese
La stima della “tariff incidence on U.S. importers” (cioè la quota di costo che resta negli USA) è molto elevata e cambia nel corso dell’anno: 94% tra gennaio e agosto, 92% tra settembre e ottobre, 86% a novembre. La lettura è semplice: quasi tutto il colpo dei dazi è finito nei prezzi d’importazione pagati negli Stati Uniti; solo verso la fine del 2025 una fetta un po’ più ampia sembra spostarsi sugli esportatori esteri (perché la quota USA scende all’86%).
La smentita della linea politica e il segnale di fine anno
In questo quadro, l’affermazione secondo cui sarebbero “gli altri” a pagare i dazi perde terreno: l’evidenza ricostruita dalla Fed di New York indica che il peso, in prevalenza, resta domestico. Il fatto che a novembre la quota a carico degli Stati Uniti diminuisca (da 94% a 86%) non ribalta la conclusione, ma segnala un movimento: a fine anno aumenta la parte assorbita dagli esportatori stranieri. Il messaggio finale del post, però, resta invariato: imprese e consumatori USA continuano a sostenere la gran parte dell’onere economico dei dazi elevati introdotti nel 2025.
















