La battaglia sui dazi di Donald Trump si sposta ora dai tribunali ai conti pubblici. Dopo la decisione con cui la Corte Suprema ha stabilito che l’International Emergency Economic Powers Act non conferiva al presidente il potere di imporre unilateralmente le tariffe più ampie varate nel 2025, Washington ha avviato una delle più grandi operazioni di rimborso doganale della storia recente americana. A fine luglio erano già stati completati e certificati rimborsi, comprensivi di interessi, per circa 100 miliardi di dollari.
Un conto da 166 miliardi per Washington
Il nodo economico è nelle dimensioni dell’operazione. La Customs and Border Protection aveva riscosso circa 166 miliardi di dollari attraverso le tariffe collegate all’IEEPA, prima che la Corte Suprema le invalidasse il 20 febbraio. Secondo un deposito alla U.S. Court of International Trade, oltre la metà di quella cifra è già stata lavorata attraverso il sistema CAPE e trasmessa al Dipartimento del Tesoro per il pagamento agli importatori. L’effetto è già visibile anche sui conti federali. A maggio e giugno i rimborsi avevano raggiunto complessivamente circa 71 miliardi di dollari, contribuendo a spingere il deficit di bilancio americano di giugno a 120 miliardi. Il Tesoro aveva registrato nello stesso mese una riduzione delle entrate complessive di 31 miliardi rispetto all’anno precedente, proprio mentre il flusso dei rimborsi accelerava.
Dai tribunali alla macchina dei rimborsi
La Corte Suprema non aveva indicato direttamente come dovessero essere restituiti i dazi. È stata successivamente la Court of International Trade a ordinare alla Customs and Border Protection di predisporre un sistema amministrativo per rimborsare gli importatori, compresi quelli che non avevano avviato personalmente una causa contro il governo. Da aprile è operativo il sistema CAPE, inserito nella piattaforma doganale ACE. Gli importatori o i loro broker devono presentare le dichiarazioni relative alle operazioni ammissibili e, per alcune categorie di pratiche, il rimborso comprende anche gli interessi. Restano però procedure più complesse per le importazioni già definitivamente liquidate e per i casi in cui sono scaduti alcuni termini amministrativi.
Le aziende incassano, si apre il fronte dei consumatori
Il vero terreno di scontro ora riguarda chi debba beneficiare economicamente delle restituzioni. I rimborsi vengono riconosciuti agli importatori che hanno versato materialmente i dazi, non automaticamente ai consumatori che potrebbero averne sostenuto indirettamente il costo attraverso prezzi più elevati. Reuters segnala che questa distinzione ha già alimentato critiche politiche negli Stati Uniti. Il caso Amazon è emblematico. Il gruppo ha recuperato circa 600 milioni di dollari di dazi nel secondo trimestre e ha indicato che, in una serie limitata di circostanze, parte dei benefici potrà essere trasferita ai clienti. Parallelamente Amazon è stata citata in una proposta di class action da consumatori che sostengono di aver pagato prezzi maggiorati a causa delle tariffe poi giudicate illegittime.
Nintendo, il rimborso diventa utile
Anche Nintendo ha beneficiato direttamente della restituzione dei dazi americani. Nel trimestre aprile-giugno il gruppo giapponese ha registrato un utile operativo di 142,6 miliardi di yen, in aumento del 150,5% su base annua, grazie alla domanda di software e a circa 300 milioni di dollari di minori costi legati ai rimborsi tariffari. Il caso mostra quanto il rimborso possa incidere rapidamente sui bilanci delle multinazionali. Ma evidenzia anche la questione distributiva: il fatto che un’impresa recuperi il dazio versato al governo non implica automaticamente che quelle somme tornino a chi ha acquistato il prodotto finale. È proprio su questo punto che stanno crescendo pressioni politiche e cause civili negli Stati Uniti.
La partita legale non è ancora chiusa
La sentenza ha cancellato i dazi imposti attraverso l’IEEPA, ma non ha messo fine alla politica tariffaria americana. Dopo la decisione della Corte Suprema, l’amministrazione Trump ha introdotto nuove misure utilizzando basi giuridiche differenti, compresa la Section 301 del Trade Act del 1974. Per Washington si apre quindi un doppio problema: da una parte finanziare un rimborso che può ancora crescere oltre i 100 miliardi già processati, dall’altra costruire nuove barriere commerciali capaci di resistere alle contestazioni giudiziarie. Sullo sfondo resta la domanda più delicata: chi ha realmente pagato il costo dei dazi, le imprese importatrici o i consumatori finali, e a chi dovrebbe quindi arrivare il beneficio economico delle restituzioni?
















