Per la Cina la sicurezza tecnologica non riguarda più soltanto server, semiconduttori, brevetti e dati. Ora riguarda anche le persone che quelle tecnologie le progettano. Dal 15 settembre 2026 è entrato in vigore il nuovo Regolamento del Consiglio di Stato sulla gestione delle uscite e degli ingressi, un provvedimento composto da 19 articoli che aggiorna le regole sull’attraversamento delle frontiere e introduce, tra le altre cose, nuovi strumenti per impedire a cittadini cinesi di lasciare il Paese quando la loro attività può mettere a rischio la sicurezza industriale o tecnologica nazionale. Il cuore della stretta è nell’articolo 4: chi viola le norme sul controllo delle esportazioni o sulla gestione dell’import-export tecnologico e, attraverso quella condotta, può mettere in pericolo la sicurezza industriale o tecnologica della Cina può essere sottoposto a un divieto di espatrio. La stessa norma prevede che un cittadino cinese coinvolto all’estero in attività illegali o criminali considerate lesive della sicurezza o degli interessi nazionali possa essere sottoposto, al rientro, a un divieto di uscita compreso fra sei mesi e tre anni. La norma è stata promulgata il 22 luglio, firmata dal premier Li Qiang e resa pubblica il 31 luglio, dopo essere stata adottata dal Consiglio di Stato il 29 giugno.
Il provvedimento non introduce, almeno formalmente, un divieto generalizzato di viaggio per ingegneri, ricercatori o dipendenti delle società tecnologiche. Non stabilisce infatti che chi lavora nell’intelligenza artificiale, nei semiconduttori o nelle biotecnologie non possa uscire dalla Cina. La formulazione è più ampia e insieme più discrezionale: il punto di intervento è la violazione delle norme sull’export control e sull’import-export tecnologico quando questa possa mettere a rischio la sicurezza industriale o tecnologica nazionale. Proprio questa formulazione ha attirato l’attenzione di giuristi e osservatori internazionali, perché amplia il perimetro entro il quale le autorità possono intervenire senza definire nella norma un elenco chiuso di tecnologie, aziende o professioni considerate sensibili. La Library of Congress statunitense sottolinea che il nuovo quadro inserisce la mobilità delle persone, così come già avviene per tecnologia e dati, dentro il sistema cinese di sicurezza nazionale.
Non è il ritorno alla Cina chiusa
La portata della misura va però collocata nel contesto corretto. La Cina non sta introducendo un sistema nel quale i cittadini siano generalmente impediti dal viaggiare all’estero. I numeri ufficiali mostrano anzi una mobilità internazionale molto elevata. Nel primo semestre del 2026 le autorità cinesi hanno registrato 369 milioni di attraversamenti della frontiera, in entrata e in uscita, con un aumento del 10,8% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. I residenti della Cina continentale hanno effettuato 176 milioni di viaggi transfrontalieri, il 10,7% in più su base annua, mentre i residenti di Hong Kong, Macao e Taiwan hanno totalizzato 147 milioni di movimenti, con un incremento dell’8,1%. Gli stranieri hanno effettuato altri 45,91 milioni di viaggi, il 20,6% in più.
Il dato aiuta a capire la natura del cambiamento. Nel 2025 le autorità di frontiera avevano già registrato 697 milioni di attraversamenti complessivi, il 14,2% in più rispetto all’anno precedente. Nello stesso anno erano stati rilasciati 20,90 milioni di passaporti ordinari ai residenti della Cina continentale. La mobilità internazionale cinese, quindi, non è in ritirata. Al contrario, cresce. La novità del 2026 riguarda piuttosto la possibilità di selezionare e controllare più rigidamente alcune categorie di persone quando il viaggio all’estero entra in conflitto con obiettivi di sicurezza nazionale, controllo delle tecnologie o prevenzione del trasferimento di know-how.
È un passaggio importante soprattutto per le imprese internazionali. Un dirigente, un ricercatore o un ingegnere che opera in un settore sensibile può essere contemporaneamente un dipendente, un esperto tecnico e un detentore di conoscenze considerate strategiche dallo Stato. In questa prospettiva, il confine fisico diventa anche un confine tecnologico: controllare chi può uscire dal Paese significa controllare, almeno in determinate circostanze, la circolazione del capitale umano.
L’articolo 4 e il nuovo perimetro della sicurezza
Il passaggio più delicato è proprio quello relativo alle tecnologie. L’articolo 4 consente alle autorità competenti, tra cui il ministero del Commercio, di impedire a un cittadino cinese di lasciare il Paese se ha violato le norme sul controllo delle esportazioni o quelle sulla gestione dell’import-export tecnologico e tale condotta può mettere a rischio la sicurezza industriale o tecnologica nazionale. Le norme prevedono inoltre che, in determinate circostanze, la persona interessata debba essere informata per iscritto dei fatti contestati, delle ragioni, della base giuridica e dei rimedi disponibili. Ma il successivo articolo 6 lascia spazio alla mancata comunicazione quando la notifica potrebbe compromettere la sicurezza nazionale o un’indagine penale.
Per un’azienda internazionale è un dettaglio tutt’altro che marginale. Il problema non riguarda infatti soltanto la possibilità che un dipendente venga fermato alla frontiera. Riguarda la prevedibilità della sua mobilità e, di conseguenza, la possibilità di organizzare trasferte, riunioni, attività di ricerca, negoziati, audit e operazioni societarie che coinvolgano persone residenti o operanti in Cina. In settori ad alta intensità di conoscenza, dove una parte significativa del valore dell’impresa è incorporata nei ricercatori e negli ingegneri, la disponibilità del personale a muoversi tra laboratori, sedi e mercati è una componente economica dell’attività tanto quanto una macchina o una linea produttiva.
Il ministero della Giustizia, quello della Pubblica Sicurezza e l’Amministrazione nazionale per l’immigrazione hanno spiegato che il provvedimento risponde anche a problemi di natura diversa, dalle frodi transfrontaliere al gioco d’azzardo illegale e al traffico illecito di tecnologia. Il governo cinese sostiene quindi che l’obiettivo sia rafforzare la gestione dei rischi e non limitare la libertà di viaggio dei cittadini comuni. Il testo ufficiale del Consiglio di Stato parla infatti di tutela della sovranità, della sicurezza e degli interessi di sviluppo della Cina e prevede anche misure contro false dichiarazioni e documentazione non veritiera nelle procedure di ingresso e uscita.
L’effetto sui settori strategici
Il punto di maggiore interesse per il mondo industriale è però la sovrapposizione fra le nuove regole e la strategia cinese di autosufficienza tecnologica. Intelligenza artificiale, semiconduttori e biotecnologie sono ormai parte della competizione industriale fra Cina e Stati Uniti. La questione non riguarda soltanto chi sviluppa il modello di AI più avanzato o chi produce il chip più potente. Riguarda la capacità di controllare l’intera filiera, dalla ricerca di base alla progettazione, dalla produzione alla proprietà intellettuale, fino all’accesso ai mercati internazionali.
Per questo il capitale umano è diventato una variabile geopolitica. Un ricercatore che si trasferisce in un altro Paese può portare con sé competenze, relazioni professionali e conoscenze difficili da replicare. Un team di ingegneri può accelerare lo sviluppo di un prodotto concorrente. Un dirigente può conoscere strategie commerciali, programmi di investimento, fornitori e accordi industriali. In un’economia nella quale il vantaggio competitivo dipende sempre più dalla velocità con cui queste conoscenze vengono trasformate in prodotti, la circolazione dei talenti è diventata una questione industriale.
È proprio su questo terreno che la Cina si trova davanti a un dilemma. Da una parte vuole attirare talenti, capitali e competenze dall’estero; dall’altra vuole impedire che le proprie tecnologie più avanzate e il proprio capitale umano strategico diventino facilmente disponibili per concorrenti stranieri. La stessa politica di apertura che ha consentito all’industria cinese di inserirsi nelle catene globali del valore può quindi diventare una fonte di vulnerabilità quando le relazioni con gli Stati Uniti entrano in una fase di competizione tecnologica.
Il caso Manus: quando un’operazione da 2 miliardi diventa un dossier strategico
Il caso più emblematico degli ultimi mesi è quello di Manus, startup di intelligenza artificiale fondata da imprenditori cinesi e successivamente trasferita a Singapore. Nel dicembre 2025 Meta aveva annunciato l’acquisizione della società per una cifra che, secondo le ricostruzioni, era nell’ordine dei 2 miliardi di dollari, anche se i termini finanziari ufficiali dell’operazione non erano stati resi pubblici. Nel marzo 2026, mentre le autorità cinesi esaminavano l’operazione, il ceo Xiao Hong e il chief scientist Ji Yichao furono convocati a Pechino e sottoposti a un divieto di espatrio, secondo quanto riferito da Reuters sulla base di una ricostruzione del Financial Times. Meta aveva sostenuto che l’operazione fosse pienamente conforme alla normativa applicabile.
Il caso è diventato particolarmente significativo perché Manus non era una società manifatturiera tradizionale, ma una startup sviluppata attorno a una tecnologia di intelligenza artificiale capace di eseguire compiti digitali con un elevato grado di autonomia. L’operazione con Meta è stata quindi interpretata dalle autorità cinesi anche attraverso la lente del trasferimento di tecnologia e della proprietà di competenze sviluppate originariamente in Cina. Ad aprile Pechino ha ordinato lo stop all’acquisizione, dopo una revisione regolatoria, secondo quanto riportato da ANSA e da altri media internazionali.
Il dossier Manus mostra in concreto come la frontiera fra operazione societaria, investimento estero e sicurezza tecnologica sia diventata molto più sottile. La questione non è soltanto se una startup cinese possa essere venduta a una multinazionale americana. È anche chi controlla il codice, i ricercatori, la proprietà intellettuale e le competenze che hanno reso possibile quel prodotto. In un settore nel quale una società può spostare sede legale, raccogliere capitali a Singapore e continuare a dipendere da fondatori e ricercatori formati in Cina, la geografia societaria non coincide necessariamente con quella del know-how.
Il timore della fuga dei talenti
La vicenda ha inoltre acceso il dibattito sulla cosiddetta fuga dei cervelli tecnologici. Negli ultimi anni molte startup cinesi hanno cercato capitali, mercati e partnership all’estero, soprattutto a Singapore, negli Stati Uniti e in altre piazze finanziarie asiatiche. La mobilità internazionale può accelerare la crescita delle imprese, facilitare l’accesso al capitale e consentire ai ricercatori di lavorare con università e aziende straniere. Ma proprio questa mobilità può entrare in conflitto con una politica industriale che considera alcune conoscenze troppo importanti per essere lasciate circolare liberamente.
Le nuove norme non stabiliscono che i ricercatori di AI siano automaticamente soggetti a restrizioni. Tuttavia, secondo Reuters, il nuovo quadro si inserisce in una serie di misure con cui Pechino ha negli ultimi anni aumentato il controllo sui viaggi all’estero di funzionari, dipendenti delle aziende statali e persone che hanno accesso a informazioni sensibili. Reuters aveva già documentato nel 2023 l’inasprimento delle restrizioni ai viaggi privati di funzionari pubblici e lavoratori di società legate allo Stato, insieme a una maggiore attenzione ai rapporti con l’estero.
Il cambiamento del 2026 consiste soprattutto nella formalizzazione giuridica di una parte di queste pratiche e nell’estensione del perimetro alle violazioni delle regole su export control e trasferimento tecnologico. È proprio questa formalizzazione a interessare il mondo delle imprese: ciò che in precedenza poteva essere gestito attraverso procedure amministrative, controlli interni o disposizioni applicate caso per caso viene ora inserito in un quadro normativo nazionale più esplicito.
Taiwan guarda con attenzione alla nuova disciplina
L’effetto della nuova normativa supera inoltre i confini della Cina continentale. Taiwan ha invitato i propri cittadini a prestare particolare attenzione nei viaggi nella Repubblica popolare, soprattutto per chi opera nei settori tecnologici. Il tema è particolarmente sensibile perché Pechino considera Taiwan parte del proprio territorio e, nell’ambito della normativa cinese, i cittadini taiwanesi possono essere considerati cittadini cinesi. Le autorità di Taipei hanno evidenziato come la nuova disciplina possa aumentare i rischi per professionisti che lavorano in comparti tecnologici strategici, soprattutto alla luce dei riferimenti al controllo delle esportazioni e alla gestione dell’import-export di tecnologia.
Per le imprese taiwanesi il problema è evidente: molte operano contemporaneamente sui due lati dello Stretto e utilizzano personale che si sposta tra stabilimenti, clienti, fornitori e centri di ricerca. La possibilità di un controllo più esteso sui viaggi introduce quindi una variabile aggiuntiva nella gestione del personale. Non significa che un dipendente taiwanese che lavora nella tecnologia sia automaticamente sottoposto a un divieto di espatrio, ma aumenta l’importanza delle verifiche preventive sulle attività, sui dati e sulle tecnologie coinvolte.
La questione è ancora più sensibile nel settore dei semiconduttori, dove la Cina continentale, Taiwan, Stati Uniti, Corea del Sud, Giappone ed Europa sono legati da una catena produttiva estremamente frammentata. Un ingegnere può lavorare su una fase della progettazione in un Paese, collaborare con un produttore in un altro e utilizzare strumenti sviluppati da un’azienda con sede in una terza giurisdizione. In questo ecosistema, il controllo delle persone può diventare quasi importante quanto quello delle merci.
Anche gli stranieri entrano nel nuovo perimetro
Il regolamento non riguarda soltanto i cittadini cinesi. Per gli stranieri che presentano documentazione falsa o dichiarazioni non veritiere nelle richieste di visto o al momento dell’ingresso, le autorità possono imporre un divieto di ingresso compreso fra uno e cinque anni. Anche gli stranieri condannati penalmente per alcune violazioni della gestione delle frontiere o sottoposti a determinate sanzioni amministrative possono essere destinatari di restrizioni all’ingresso per un periodo da uno a cinque anni.
È un altro elemento che interessa direttamente il business internazionale. La Cina continua a promuovere l’ingresso di capitali, turisti e professionisti stranieri: nel primo semestre del 2026 gli stranieri hanno effettuato 45,91 milioni di viaggi transfrontalieri, mentre gli ingressi senza visto hanno superato i 17,8 milioni, in crescita del 30,6% rispetto all’anno precedente. Il sistema, quindi, combina una maggiore apertura alla mobilità internazionale con un controllo più stretto sulle categorie e sulle situazioni considerate sensibili.
Per un’impresa europea o americana che mantiene attività di ricerca e sviluppo in Cina, il risultato è una maggiore necessità di comprendere non soltanto le regole sull’esportazione di prodotti, ma anche quelle relative alla circolazione delle persone. Il confine fra compliance commerciale e compliance individuale diventa più sottile.
Xi: più autonomia industriale, meno vulnerabilità esterna
La nuova normativa si inserisce nella strategia più ampia con cui Xi Jinping sta cercando di ridurre la vulnerabilità cinese nelle tecnologie considerate strategiche. In occasione della conferenza nazionale sul manifatturiero avanzato, il presidente cinese ha ribadito la necessità di costruire un sistema industriale più moderno, autosufficiente e resistente ai rischi. Il premier Li Qiang ha parallelamente sottolineato l’esigenza di accelerare gli aggiornamenti industriali basati sull’intelligenza artificiale e di rafforzare lo sviluppo interno delle tecnologie avanzate.
È una strategia che ha anche una precisa dimensione economica. La Cina vuole continuare a essere integrata nelle catene globali, ma contemporaneamente vuole poter funzionare anche quando l’accesso a tecnologia, capitali o componenti stranieri viene limitato. La guerra commerciale con gli Stati Uniti e soprattutto la battaglia sui semiconduttori hanno mostrato quanto sia rischioso dipendere da fornitori esteri per tecnologie considerate essenziali. Da qui l’accelerazione verso l’autosufficienza.
Ma l’autosufficienza tecnologica non significa soltanto costruire fabbriche di chip o sviluppare modelli di intelligenza artificiale domestici. Significa anche trattenere le persone che possiedono le competenze necessarie per far funzionare quelle fabbriche e sviluppare quei modelli. Il capitale umano diventa quindi parte dell’infrastruttura strategica.
















