di Andrea Granelli

Per comprendere in profondità la rivoluzione digitale è necessario utilizzare parole corrette, capaci di descrivere quello che sta davvero capitando. Il linguaggio dei mass media, però, tende spesso a semplificare e banalizzare negandoci la possibilità di cogliere il fenomeno nella sua specificità e complessità. Usando parole sbagliate rischiamo di rappresentarci i fatti in modo sbagliato.

Ad esempio la parola “ibrido” non è adatta per descrivere le mutazioni che il digitale sta portando nelle pratiche di lavoro. Se consultiamo la Treccani, notiamo che l’etimologia deriva dal latino hybrĭda, che significa “bastardo”. In biologia, infatti, indica un individuo animale o vegetale proveniente da un incrocio di genitori appartenenti a razze o varietà diverse da cui il senso figurato, che denota cose formate da elementi eterogenei che non legano bene tra loro. Anche in architettura indica uno stile senza una propria linea architettonica – nel linguaggio comune diremmo “né carne né pesce” senza una identità propria. Non mi sembra bene augurale per facilitarci la riflessione sul new way of working.

Ci servono allora nuovi termini per cogliere e descrivere fenomeni così nuovi e trasformativi: ad esempio per descrivere la necessaria competenza digitale – ed è tra l’altro curioso (o forse indicativo) che per una competenza così importante l’italiano richieda un giro di parole. Insieme ad Ornella Chinotti – responsabile dell’Assessment Hub Europeo di Mercer – abbiamo deciso di coniare un neologismo quando dovevamo decidere il titolo della nostra ricerca sul futuro del mondo HR pubblicato per i tipi di Harvard Business Review: Digilità; e il titolo della ricerca divenne “I tre nodi dell’HR: digilità, umanità, spazialità”. 

La parola è nata dalla fusione di digitale e abilità ma anche agilità. Espressione che vuole porre l’accento sulle competenze plurime che il digitale richiede, su ciò che dobbiamo possedere per muoverci al meglio negli ecosistemi digitali, che non solo deve richiedere specifiche capacità (abilità) ma deve tradursi anche in comportamenti efficaci (agilità).

La digilità non è una semplice infarinatura di termini né il prodotto di un banale addestramento: è il risultato di un percorso educativo. L’alfabetizzazione punta infatti a insegnare l’ABC (i rudimenti) degli strumenti digitali più utilizzati. Ma non basta: bisogna costruire comprensione, sensibilità e pensiero critico nei confronti del fenomeno digitale nel suo complesso.

Non è sufficiente conoscere i trend tecnologici e le principali applicazioni digitali di moda, i benefici della specifica applicazione digitale (accettando acriticamente il racconto dei fornitori) o essere addestrati al suo utilizzo. Un‘autentica educazione digitale deve fornire ai manager: i criteri “obiettivi” di scelta di un’applicazione; la conoscenza delle precondizioni di utilizzo e dei potenziali effetti collaterali; gli elementi per costruire business case realistici; i modi per identificare i lati oscuri e gli aspetti più problematici del digitale; gli impatti organizzativi, psicologici e linguistici a valle della digital transformation (cosa deve essere cambiato per usare al meglio le nuove soluzioni digitali).

L’autentica digilità è allora composta da quattro dimensioni: l’abilità digitale “strumentale” (il “saper fare”); un sapiente equilibrio con la tradizione e i sistemi legacy; la comprensione e prevenzione dei lati oscuri del digitale; la capacità di comprensione del contesto e del suo eventuale re-design tramite il digitale.

Ma perché questo ragionamento sull’uso delle parole? Perché le parole contano. Le metafore usate per descrivere nuovi fenomeni – come ci ricorda il linguista Geoge Lakoff – condizionano la loro rappresentazione e la nostra comprensione. Perché nomen omen, dicevano i latini: il nome condiziona il destino di ciò che nomina. E allora ritengo sia necessario fare ordine negli strumenti linguistici che utilizziamo per descrivere (e comprendere) la rivoluzione digitale e soprattutto le nuove modalità di lavoro. Speriamo allora che queste nuove parole diventino performative, facciamo cioè accadere le cose – o per lo meno ne generino una corretta comprensione – nel momento in cui vengono pronunciate o evocate. Perché con l’enunciato “Ffiat lux” inizia il monde o… infatti luce fu.