La crescita passa dai mercati internazionali, ma senza rinunciare alla filosofia che accompagna la famiglia Farchioni da almeno quattro generazioni (su una storia che nasce e cresce, tutta in Umbria, da undici generazioni): portare prodotti di qualità a un pubblico il più ampio possibile. È questa la direttrice lungo cui si muove oggi il gruppo di Gualdo Cattaneo (Perugia), che esporta olio, vino e birra in 47 Paesi. A spiegare la strategia è Giampaolo Farchioni, direttore vendite di Farchioni Olii: «La mission della famiglia è sempre la stessa: portare prodotti buoni sulla tavola di tutte le persone. Vogliamo che anche un consumatore con uno stipendio medio possa acquistare un olio, un vino o una birra di qualità. Difficilmente i nostri prodotti saranno destinati al segmento super lusso: prendiamo spunto da quel mondo sul piano tecnico e qualitativo, ma il nostro obiettivo è offrire prodotti buoni per tutti».

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

Presenza in 47 Paesi

La rete commerciale internazionale del gruppo è già ampia distribuisce oggi i propri prodotti in 47 mercati, con una presenza consolidata in Europa, Nord America e Asia. Tra i Paesi europei spicca la Germania, dove trovano spazio le referenze biologiche, mentre un marchio del gruppo come Casolare continua a ottenere risultati importanti nel Regno Unito, un mercato che secondo Giampaolo Farchioni ha sviluppato una cultura dell’extravergine più evoluta di quanto spesso si immagini: «Molti pensano che nei Paesi anglosassoni ci sia poca conoscenza dell’olio extravergine, invece un olio di qualità viene apprezzato e consumato molto più di quanto si creda».

Proprio il Regno Unito rappresenta, insieme agli Stati Uniti, una delle priorità strategiche dei prossimi anni. «L’obiettivo è duplice: consolidare e sviluppare ulteriormente il Regno Unito ed espandere la presenza negli Stati Uniti, dove oggi siamo ancora poco distribuiti. È un mercato nel quale vediamo importanti opportunità di crescita».

“America first”, distribuzione da rafforzare e dazi sotto osservazione

Per Farchioni gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato sul quale investire nei prossimi anni. Più che la domanda, a dover crescere è la presenza commerciale del gruppo, che punta a rafforzare la rete di distribuzione. Il tema export negli Stati Uniti inevitabilmente si intreccia con quello dei dazi. Secondo Giampaolo Farchioni, tuttavia, l’impatto sull’olio extravergine all’origine è stato finora meno pesante rispetto ad altri comparti grazie al forte ridimensionamento del costo della materia: «Ad oggi viviamo ancora un po’ nel limbo dove i prezzi al pubblico sono ancora come quelli degli anni precedenti, dove il prezzi della materia era altissimo, forse ha toccato i massimi storici: la posso quantificare con un numero che va dagli 8-9 euro al Kg. È ritornato in un prezzo più congruo, legato all’andamento della stagione produttiva, di 4,5-5 euro. L’effetto dazi è stato un po’ assorbita da un abbassamento del costo della materia prima che, nel caso dell’olio extravergine, non è stata estremamente violenta». Lo stesso Farchioni evidenzia però come il quadro resti ancora condizionato da una forte incertezza: «Sì i dazi sono ovviamente una difficoltà aggiunta, ma nel mondo dell’extravergine sono stati meno impattanti: ad essere più impattanti sono stati, ad esempio, nel mondo del vino».

Nel mondo del vino il gruppo conta su 220 ettari in cui si producono 2 milioni e mezzo di litri per un fatturato di 5 milioni di euro l’anno (il fatturato delle birre vale 6,5 milioni, mentre Farchioni Olii nel 2025 ha fatturato 173 milioni di euro). «Arriviamo da una terra di grandi rossi, a partire dal Sagrantino, anche se oggi i rossi stanno vivendo un momento più difficile, complice anche l’andamento climatico», spiega Farchioni, «Noi l’avevamo previsto e abbimao piantumato quasi il 50% della produzione con vini bianchi, che in Umbria hanno una loro identità. Il Grechetto di Todi e il Trebbiano Spoletino stanno andando bene perché intercettano quello che il pubblico cerca: vini più freschi, semiaromatici e con un grado alcolico più contenuto». Una valutazione che distingue chiaramente i due comparti: mentre per l’olio extravergine il calo della materia prima ha attenuato gli effetti delle nuove tariffe, il vino ha risentito in misura maggiore delle tensioni commerciali. L’incertezza politica negli Stati Uniti ha inoltre modificato il comportamento degli importatori. «I distributori hanno tenuto sempre di essere più leggeri nelle scorte di vino perché non sapevano effettivamente l’andamento della domanda e questo tendenzialmente è accaduto anche nell’olio: quindi non c’è stato mai un overstock, né prima perché venivamo da due campagne di olio molto care, né nel momento in cui il prezzo si è abbassato, ma l’andamento politico economico con i dazi poteva cambiare quasi quoridianamente la situazione».

Per il gruppo umbro, quindi, la priorità resta quella di rafforzare la distribuzione americana mantenendo un posizionamento competitivo in un mercato dove il prezzo continua a influenzare in maniera significativa le scelte dei consumatori.

Dall’India ai paesi Baltici: ecco i mercati emergenti

Accanto ai mercati maturi, Farchioni guarda con interesse ad alcuni Paesi. L’India rappresenta, ad esempio, una delle principali opportunità, favorit favorita dalla conclusione dei negoziati per l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Nuova Delhi, annunciata il 27 gennaio 2026, che prevede una progressiva riduzione delle barriere tariffarie e potrebbe favorire anche l’export agroalimentare italiano. Tra le aree considerate più promettenti ci sono anche due outsider come l’Azerbaigian e Tagikistan, mentre in Asia il gruppo è già ben presente in Corea del Sud e Giappone. Segnali positivi arrivano anche dalla Cina, che secondo Farchioni sta tornando a crescere dopo gli anni di rallentamento. In Europa restano strategici i Paesi del Nord – Svezia, Norvegia e Danimarca – oltre ai Paesi baltici, dove la distribuzione è ormai consolidata.

La birra punta sulla rivoluzione dello 0,5%

Se l’olio resta il cuore del gruppo, uno dei progetti più innovativi riguarda il comparto brassicolo. A illustrarne la strategia è il fratello di Giampaolo: Marco Farchioni, ideatore e founder di Mastri Birrai Umbri, birrificio della galassia Frachioni, costruito secondo una filiera agricola integrata “field to glass”, dal campo al bicchiere. Per Marco – che si presenta come “il birraio di famiglia” secondo una vocazione di prodotto che vede Giampaolo presentarsi come il “cantiniere”, il mercato degli alcolici sta vivendo una trasformazione profonda: «Le nuove generazioni non cercano più l’alcol come elemento di sballo. La birra viene vissuta sempre più come una bevanda da consumo quotidiano e sempre meno come una bevanda alcolica. Da questa analisi nasce la scelta di investire sulle birre con gradazione 0,5%, anziché sullo zero assoluto. Abbiamo già sviluppato in passato birre a basso contenuto alcolico e oggi abbiamo ripreso quel progetto. Stiamo uscendo con birre allo 0,5%, non allo 0,0%, perché la tecnologia naturale oggi permette di ottenere prodotti molto più convincenti dal punto di vista organolettico».

Per il “birraio di famiglia” il futuro della categoria passa proprio da qui: «Il presente della birra è nello 0,5%. Se riusciremo a fare una birra a basso contenuto alcolico davvero buona, potrà essere consumata come oggi si beve un tè freddo, una bibita o un’acqua tonica. Diventerà una categoria a sé».