Sanremo - Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con Amadeus, Gianni Morandi e Chiara Ferragni

Dagli alla Ferragni. Entrata in pompa magna, grande spolvero e fanfara, nel consiglio d’amministrazione della Tod’s, Chiara Ferragni è stata buttata fuori senza tanti complimenti dalla rosa dei prossimi amministratori, che verranno presentati e nominati nell’imminente assemblea dei soci dove comanda l’azionista di maggioranza, la famiglia Della Valle.

Diciamolo subito: se lo merita. Ha fatto filone in oltre l’80 per cento delle riunioni di consiglio convocate da allora. Insomma, se n’è altamente infischiata del pur prestigioso incarico. Avrà ritenuto di aver assolto a sufficienza all’unico vero scopo per il quale era stata cooptata: dare una mano di “web-whashing” ad una bella ma tradizionalissima azienda che produce scarpe e ne vende un po’, come fanno tutti nel settore, anche via Internet. Questa mano di vernice internettara si era brillantemente riverberata in un’impennata del valore di Borsa del titolo Tod’s, grazie all’irrazionalità, alla credulonità, alla scemenza insomma del mercato, dove non solo il piccolo risparmiatore – che una volta, opportunamente, veniva definito “parco buoi” – ma anche purtroppo alcuni investitori istituzionali si fanno guidare dalle mode e dall’ultima tendenza più che dai fondamentali delle aziende.

Peccato che ben presto si era capito che quella fiammata borsistica era effimera, ed è rientrata. Ma d’altronde – e qui bisogna schierarsi dalla parte della influencer – cosa diavolo avrebbe dovuto fare, la ormai ex moglie di Fedez? La Tod’s scarpe produce: non astronavi o cuori artificiali. Trasformare un mocassino in una stazione orbitante o una polacchina in un farmaco salvavita è troppo perfino per un’influencer da 25 milioni di follower (anzi no perché pare che un buon terzo siano “dormienti”…). La colpa storica del web e di quei criminali ideologici – Clinton e Al Gore – che l’hanno lasciata crescere senza regole e senza vergogna, è di confondere la fuffa con la sostanza. La sostanza delle scarpe, sono le scarpe. Senza offesa, e le Tod’s sono le migliori. Ma noi umani due piedi abbiamo. Le mossettine digitali di un’influencer o un altro sono condimento, brilantina, fuffa.

Il caso merita un’analisi che sia in qualche modo “dalla parte della Ferragni”; che per certi versi è una cinica speculatrice sulla mitologia di se stessa che è riuscita a creare e che ha alimentato – e nonostante lo scandalo della pseudobeneficenza continua ad alimentare – mettendo in pubblico ogni istante di una vita privata che proprio per esser sempre recitata in pubblico, privata non è più, e quindi tradisce in premessa ogni promessa…; ma per altri versi la Ferragni promette quel che mantiene: inconsistente frivolezza, puro conformismo irragionevole, e tradizionalissima (il web c’entra ben poco) emulatività. Niente di nuovo sotto il sole, i reel della Ferragni sono come il ciuffo di Elvis Presley, o il caschetto biondo di Lady D o l’orologio sopra il polsino dell’Avvocato Agnelli e insomma come tutte le mille altre scemenze lanciate sin dalla notte dei tempi da celebrità più o meno significative, che però una volta si diffondevano con la mediatizzazione razionata e rarefatta dell’era pre-web, che in fondo ne esaltava il mito con la leva della scarsità, mentre oggi nell’era del “troppo vincente” vengono sfornate a getto continuo, come di fatti la Ferragnez ha fatto finora.

Figlia dei suoi tempi, nient’altro. Usata per questo. Gettata perché ha messo un piede in fallo: cioè mille piedi in mille falli, ma i primi 999 facevano comodo a quelli che adesso la mollano.

Solo una morale della favola si può forse aggiungere alla parabola della bionda influencer. Impancarsi a fare prediche politicamente corrette e tentare il salto dalle mossettine, dalle canzoncine, dai rossetti, dai tatuaggi e dalle perline colorate ai valori, al gender e via blaterando. E’ una tentazione da respingere, perché sembra aggiungere credibilità ma invece inchioda a ruoli di responsabilità incompatibili con l’essere influencer. Se gli influencer – come sarebbe giusto che fosse e come prima o poi la legge prescriverà – dovessero essere responsabili delle migliaia di min***ate e che dicono e fanno, addio influencer.

Il modello è (per ora: sperando non si guasti) Khabi Lame: fa le sue scenette mute, qualcuno lo accosta a Buster Keaton, talvolta riesce persino a far ridere, comunque è buffo e simpatico, ma soprattutto, davvero: sta zitto! Che virtù, di questi tempi.

Chissà che a questo punto non riduca i decibel della sua petulante gnagnera anche la Ferragni. Che però, davvero: per quanto antipatica possa oggi essere diventata agli occhi degli stessi che la idolatravano e utilizzavano, è molto ma molto meglio di loro.