La Commissione Europea detta le linee guida dello sviluppo imprenditoriale a livello comunitario, tracciando la via del futuro sia in fatto di innovazione, che di etica e trasparenza. Dopo la spinta a transizione ecologica, digitalizzazione e innovazione fornita dal PNRR (che si inserisce nel progetto di rilancio economico Next Generation EU) le imprese italiane si trovano oggi a fare i conti con i nuovi obblighi in fatto di rendicontazioni non finanziarie, con particolare riferimento al Bilancio di sostenibilità.

Si tratta di un bilancio che sintetizza le performance ESG delle imprese, ovvero l’impegno e le azioni di tipo ambientale, sociale e di governo societario. Introdotto dalla Commissione Europea nel 2021, questo report è attualmente obbligatorio per società quotate ed enti pubblici. Ma nel 2026 la platea delle realtà tenute alla presentazione del Bilancio di sostenibilità sarà composta da tutte le imprese con oltre 250 dipendenti, oltre 50 milioni di euro di fatturato e un bilancio annuale non inferiore a 43 milioni. L’UE ha quindi di fatto imposto una revisione in chiave sostenibile del paradigma aziendale a tutte le imprese italiane. 

Tutela dell’ambiente e crescita economica andranno a braccetto

Restando su tematiche etiche, gli organi comunitari hanno recentemente introdotto un’altra importante novità: il principio Do No Significant Harm. Si tratta del principio con cui la Commissione Europea si impegna a coniugare tutela dell’ambiente e crescita economica, e che viene applicato alle misure di supporto all’economia che sfruttano le risorse del Dispositivo di Ripresa e Resilienza. Misure che, nella maggior parte dei casi, corrispondono a quelle del PNRR.

Il concetto alla base del principio Do No Significant Harm è che le misure finanziate non arrechino un danno significativo all’ambiente. Di conseguenza, i progetti di innovazione finanziati devono tenere conto dell’impatto ambientale. Un ulteriore tassello nella strategia UE per portare le imprese verso un’economia più green e circolare.

Ora tocca all’industria 5.0

Questo impegno verso il rispetto dell’ambiente si riscontra anche nell’introduzione dell’Industria 5.0. Sì, perché la Comunità Europea orienta l’andamento dell’economia italiana anche in fatto di innovazione. E dopo la transizione 4.0, ormai giunta alle fasi finali anche grazie al boost dei bandi di finanza agevolata che sono stati finanziati nell’ambito del PNRR, il prossimo step è proprio la quinta rivoluzione industriale. Un nuovo paradigma di impresa verso cui le piccole e grandi realtà si dirigono sfruttando il nuovo piano di Transizione 5.0.

Inizialmente inserita nel progetto della Legge di Bilancio 2024, l’attivazione delle prime misure del piano di Transizione 5.0 è stata posticipata a data da destinarsi (in base alla disponibilità di risorse residue). Ma se per la pubblicazione dei bandi bisognerà attendere alcuni mesi, le imprese possono già farsi un’idea di ciò che le attende.

Come specificato nel rapporto pubblicato nel 2021 dalla Commissione Europea, l’Industria 5.0 si basa sui principi di umanocentricità, sostenibilità e resilienza. Al centro dei processi di produzione ci sono le persone, supportate dalle capacità tecniche di cobot, ovvero robot collaborativi che verranno integrati nelle aziende. Grande importanza è riservata ai diritti fondamentali, come privacy e dignità. 

La quinta rivoluzione industriale non andrà quindi ad impattare tanto sul livello delle tecnologie adottate, quanto sul rapporto tra uomo e macchina, dando maggiore risalto a quelle criticità che la Transizione 4.0 non è riuscita a risolvere.

Un altro punto fondamentale della Transizione 5.0 è poi quello della sostenibilità ambientale, che va ad ampliarsi rispetto al paradigma 4.0 e impone alle imprese un impegno nel ridurre il più possibile le emissioni e aumentare il riciclo delle risorse. L’obiettivo? Un’industria più etica, che garantisca un futuro alle prossime generazioni.